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martedì 28 aprile 2020

TI HO INCONTRATA IN UN SOGNO di Thierry Cohen, la voce dell'anima

TI HO INCONTRATA IN UN SOGNO di Thierry Cohen, la voce dell'anima

Recensione a cura di Selene Luise




Io non credo nell’amore. Per lo meno non nel tipo di amore che piace tanto ai media e a certi poeti. Esso, infatti, non esiste. Non è altro che una fiaba destinata a svanire come una bolla di sapone di fronte alla dura realtà. L’amore, quello vero, è un ‘altra cosa, come ho già detto in un’altra
recensione. In essa accennai ad un altro libro che, insieme a quello oggetto della riflessione, mi portò alla consapevolezza di quanto appena detto. Quel libro è TI HO INCONTRATA IN UN SOGNO (PIEMME Edizioni). A dispetto del titolo, non è un romanzetto rosa scritto per prendere per il naso gli stolti e i romantici. Esso è realismo allo stato puro. Un capolavoro capace di arrivare dritto al cuore. Di fare il suo dovere di “ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”, ma piacevolmente, come una fiammella che a poco a poco scioglie il ghiaccio. I protagonisti sono tre: Jonas, ragazzo romantico, con la testa un po’ tra le nuvole, che vive in attesa del vero amore, rappresentato da una ragazza vista in sogno; Lior, ragazza disincantata che, a causa di varie disavventure , non si fida più del genere maschile. Il terzo, e non meno importante, protagonista è monsieur Hillel, un vecchio libraio che ama definirsi un “combina matrimoni”, solo che lui fa incontrare persone e libri. E’ convinto , infatti, che il suo compito sia aiutare i lettori a trovare il loro “romanzo-luce” , cioè il libro che deve far loro da guida nel corso dell’esistenza. Questi tre personaggi non potrebbero essere più diversi, ma la vita, anche con i suoi scherzi, li farà incontrare, cambiando per sempre i loro destini. La trama, complessa e semplice allo stesso tempo, trascina il lettore nel turbinio dei sentimenti umani, ma lo fa dolcemente, senza fretta. Quando lo si legge, si ha la sensazione di essere presi per mano dall’autore e portati accanto ai personaggi che, piano , piano , ti aprono la loro anima. È come se anche il lettore diventasse parte della storia. Ad esso mi approcciai perché, dalle citazioni, vidi che parlava di libri, ma non immaginavo di aver davanti la mia anima messa su carta. Sembrava che quel libro fosse stato scritto apposta per me, per ricordarmi che si può essere felici anche se la vita ti fa uno sgambetto o non ti concede tutto ciò che desideri. Non mi ha dato la fiducia nell’amore, però, quando lo rileggo, sento placarsi in me l’inquietudine e riattizzarsi il lumicino della speranza nel futuro. Forse sono solo sogni, ma ogni tanto è bene illudersi un po’. Libro che consiglio a tutti. A chi è vive un periodo difficile o è stato messo al muro dalla vita. Ma soprattutto alle persone eccessivamente romantiche, convinte che la vita sia tutto rose e fiori, poiché le riporterebbe un po’ con i piedi per terra. Agli amanti della lettura , e anche ai non, così capirebbero quanto è bello, utile e salutare leggere, quanto potere ha la scrittura.




lunedì 23 marzo 2020

CECITÀ di José Saramago, un “povero animale”


Recensione CECITÀ di J. Saramago  (Feltrinelli) a cura di Selene Luise

Un “povero animale”




Quando si vivono dei periodi difficili e il mondo sembra più complicato e contorto di quanto non sia, la miglior soluzione è leggere dei libri che ti aiutino a comprendere meglio il periodo che stai vivendo.
Nella situazione attuale, in cui un nemico invisibile ci tiene prigionieri nelle nostre stesse case, delle nostre paure, ho deciso di leggere un libro che da anni attendeva sulla scaffalatura il suo turno. Un libro la cui reputazione mi rendeva restia ad affrontare: CECITÀ di José Saramago.
In un luogo e in un’epoca imprecisati, una misteriosa malattia rende cieca un’intera città.
Il Governo, all’inizio, cerca di arginare l’epidemia con i normali mezzi: quarantena e isolamento, ma la situazione precipita e l’essere umano, privato del suo senso più importante, è spogliato di ogni sovrastruttura di civiltà, fino a ridursi, come dice l’autore stesso, a un “povero animale.” Il che, probabilmente, è ciò che realmente siamo.
La specie umana si crede superiore perché articola suoni complessi, è in grado di disegnare suddetti suoni e cammina su due gambe, ma se fosse davvero quel che crede di essere, perché semina morte anziché aiutare a vivere? Perché spende milioni per costruire armi e bombe? Perché in mente non ha altro che il profitto? Un profitto di cosa, poi?
La storia misura l’evoluzione in base alle comodità prodotte in una data epoca, ma se togliamo queste sovrastrutture, ci si rende conto che forse non ci siamo mai evoluti, non come crediamo.
Questo è il messaggio che l’autore vuole trasmettere, attraverso il racconto: siamo tutti ciechi. Non di una cecità fisica, ma dell’anima. Siamo accecati dal progresso, dal denaro, dal potere. Quel che è peggio è che noi stessi abbiamo creato le suddette cose. Praticamente ci accechiamo da soli, e neanche ce ne rendiamo conto, salvo rarissime eccezioni.
Questo libro mi ha aiutato a vedere con maggior chiarezza quel che stiamo vivendo al momento attuale e, quando tutto sarà finito, non credo che ne usciremo migliori di prima. Forse diversi, ma non certo migliori.
L’umanità, nel corso dei secoli, ha affrontato tante epidemie. Ciò ha accresciuto il suo sapere scientifico, ma non l’ha di certo migliorata.
È rimasta la solita razza votata all’autodistruzione.




mercoledì 11 marzo 2020

QUALCUNO CON CUI CORRERE di David Grossman, il libro del cuore


Recensione di QUALCUNO CON CUI CORRERE di D. Grossman




Il libro del cuore

Ogni libro che leggiamo ci lascia qualcosa dentro, un segno, grande o piccolo che sia.
Ci arricchisce di una nuova esperienza, una nuova consapevolezza, un nuovo modo di pensare.
Ma ce ne sono alcuni che sono dei veri e propri pugni nello stomaco, per quanto colpiscono, capaci di sconvolgerti fino a star male, tanto da lasciare un marchio a fuoco nell’anima.
Nella mia esperienza di lettrice, almeno finora, ho incontrato due libri di quest’ultimo genere: INCUBO di Wulf Dorn e QUALCUNO CON CUI CORRERE di David Grossman ed è del secondo che voglio parlare.
Il rapporto con questo libro è stato, all’inizio, molto complicato.
Lo lessi per la prima volta cinque anni fa, in un’edizione economica le cui pagine facevano concorrenza al Rocci e la cui quarta di copertina sembrava abbozzata da uno scribacchino alle prime armi.
Ciononostante, sentivo una profonda attrazione verso quel libro e cosi lo acquistai.
Superare il primo centinaio di pagine fu una fatica di Sisifo, ma la mia perseveranza ebbe la meglio e andai avanti.
A poco a poco, i personaggi si delinearono in un disegno preciso e rimasi di stucco nel capire quanto i due protagonisti  mi assomigliassero.
Arrivata al cuore della storia, incassai il colpo di grazia. Sensazione, questa, che ebbi per vari giorni dopo il termine della lettura, con disturbi di stomaco e inappetenza.
Per darvi sfogo, scrissi subito la recensione e, per rendere meglio l’idea, l’intitolai “attenti, morde!”
Poi la copia finì nei meandri più profondi della scaffalatura e da allora non l’ho più toccata.
Il suo potere attrattivo è tornato a trovarmi negli ultimi mesi del 2019, in quella stessa libreria dove acquistai l’edizione economica, allorché la rividi in una splendida edizione illustrata.
Me ne innamorai perdutamente e me la feci regalare per Natale.
Inutile dire che, tolta la carta da regalo, mi ci fiondai immediatamente, sentendo in cuor mio che l’edizione illustrata e la seconda lettura mi avrebbero aiutata a capire meglio la storia e i suoi significati.
E così è stato.
Il primo centinaio di pagine non era più una fatica di Sisifo.
Ho imparato ad assaporare ogni parola dell’inizio dell’avventura di Assaf, un ragazzo timido e introverso proprio come me, e la cagna Dinka, che nella trama assume le vesti di un animale-spirito, l’anima che cammina accanto al corpo, prima uniti da una corda, poi con movimenti perfettamente coordinati, la mente (razionalità) che si lascia guidare dal cuore (istinto, sentimento) verso il suo destino, come dice il primo capitolo “io e la mia ombra ci siamo messi in cammino”.
Il destino è Tamar, la protagonista femminile, un personaggio che, sin dall’inizio, vediamo con un pesante zaino sulle spalle, simbolo del pesante fardello che la vita ha posto troppo presto sulle sue giovani spalle.
Con un coraggio misto a disperazione, si lancia in un buco nero, da cui le probabilità di uscire sono pressoché  nulle, per salvare il fratello, artista incompreso e dipendente dalla droga.
Prima, però, si rasa i capelli a zero, a significare la rinuncia a ogni sicurezza e difesa, nonché  il rivestirsi di anonimato per ritrovare il suo io più profondo, quello che le sovrastrutture familiari e sociali comprimono fino a schiacciarlo.
I due ragazzi si incontreranno, ma questo non è che un altro inizio.
La rilettura di questo libro è stata proficua e illuminante.
Mi sono resa conto di non aver capito tante cose della storia e dei temi trattati, in particolare la piaga della tossicodipendenza, il mondo spietato e indifferente che ci circonda, i pregiudizi che si frappongono tra noi e i nostri sogni.
Se in LA PICCOLA BIBLIOTECA CON LE ALI di David Whitehouse ho trovato il mio romanzo-luce, in QUALCUNO CON CUI CORRERE ho trovato il mio libro del cuore, quello che ha parlato alla parte più profonda di me, come lettrice e come scrittrice.
Non lo lascerò mai più.



venerdì 7 febbraio 2020

Una razza votata all’autodistruzione: recensione di 1984 di George Orwell

Una razza votata all’autodistruzione: recensione di 1984 di George Orwell.


Per quanto libro e film, di una determinata storia, debbano stare rigorosamente separati, date le differenze tra le due arti, può capitare che guardare il film prima di leggere il libro possa influenzare il soggetto nel cimentarsi o meno nella lettura del libro. È quel che è capitato a me con 1984.  Me lo fecero vedere a scuola e, tra il fatto di non aver capito minimamente la storia, l’atmosfera cupa e il finale tragico, mi sono occorsi ben nove anni, perché mi decidessi finalmente ad affrontare questa lettura. Non mi muovo rimproveri per questo, poiché, come dico sempre, ogni libro ha il suo momento. Ora che l’ho finalmente letto, l’approccio è completamente cambiato. 



Ho compreso i reali significati di questo libro e lo amo. E semmai mi capitasse di rivedere il film, sono sicura che lo guarderò con occhi nuovi. Scritto nel 1948, è ambientato in un futuro prossimo in cui il mondo è diviso in tre superstati perennemente in lotta tra loro. L’individuo, o quel che ne resta, è alla mercé del “Partito” che controlla ogni singolo attimo della sua vita, persino il sonno. È proibito divertirsi, è proibito avere una vita privata, è proibito pensare, in una parola essere umani. In tutto questo solo Winston e Julia osano intraprendere una piccola grande lotta per riconquistare un briciolo di umanità. Dalla prima all’ultima pagina si respira un’atmosfera densa e opprimente. Se si prova ad immaginare l’ambiente lo si vede sotto un cielo perennemente coperto di nuvole nere e grigie, nonostante l’autore non manchi di descrivere le condizioni atmosferiche in cui si svolgono le vicende dei due protagonisti. Se ci si concentra, sembra anche di sentire il freddo che ti morde la pelle e l’odore di chiuso e stantio degli edifici. Il Partito con i suoi teleschermi che ti guardano ogni secondo; l’immagine del Grande Fratello, affissa ovunque, che rimanda a un Hitler o uno Stalin; la filosofia stessa del Partito è, più che un’ideologia, una religione. Lo mostra chiaramente l’incontro dei protagonisti con O’Brien. La cosa che più colpisce è la permanente opera di distruzione di ogni traccia di passato in disaccordo con il Partito, perché niente esiste se non viene ricordato. Una lobotomia di massa. Soltanto i “prolet” sono risparmiati, in quanto schiavi, da questa invasione. Winston, benché non del tutto coscientemente, sente dentro di sé che quella non è la vita che un essere umano dovrebbe fare e, insieme a Julia, cerca di riappropriarsi della sua anima, sperando al contempo in una futura ribellione. Il libro allo stesso tempo ti attira e ti respinge. Ti respinge perché il clima da incubo che vi si respira ti invita a buttarlo contro il muro, ritenendoti fortunato di vivere nella tua realtà e ringraziando che la profezia di Orwell non si sia avverata. A ben vedere, però, è riduttivo, se non, fuorviante, ritenerlo una profezia non avverata. L’autore ha portato, nella fantasia, all’estremo la situazione che vedeva nel suo tempo, offrendo un monito per il presente e per il futuro. Il suo scopo era metterci in guardia contro ogni forma di totalitarismo, a diffidare del potere, o meglio dell’amore per il potere, poiché, checché ne dica il Partito, un sistema così è inevitabilmente destinato, prima o poi, ad implodere su stesso e a scomparire, trascinando con sé l’intera umanità. E viene da chiedersi perché tanta ossessione per il potere, perché l’essere umano da un lato continua a sognare un mondo senza disuguaglianze a dall’altro fa di tutto per non realizzarlo. Orwell non dà risposte a queste domande, ci dice semplicemente che non c’è speranza, né riparo, nemmeno all’interno della scatola cranica. Ti attira perché, con lo stile scorrevole, facile da seguire, si resta ipnotizzati dalla vicenda dei due protagonisti, speri con tutto il cuore che ce la facciano, che resistano nella lotta alla riconquista della loro umanità in quella specie di Auschwitz divenuta città. Lo continui a sperare anche se il finale non dà motivi per sperare. Un libro da tenere sempre sul comodino, da rileggere più e più volte, per ricordarsi cosa sia la libertà, cosa sia il libero pensiero. In una parola cosa voglia dire essere umani.


venerdì 24 gennaio 2020

Elogio del lavoro: recensione de LA CHIAVE A STELLA di Primo Levi

Elogio del lavoro: recensione de LA CHIAVE A STELLA di Primo Levi 

A cura di Selene Luise





Cruccio maggiore di ogni specie vivente, sin dai primordi, è procacciarsi il nutrimento necessario per vivere.  Ciò vale anche e soprattutto per il genere umano.  Prima con la caccia e la raccolta, poi con il baratto, finché non venne inventata una comune merce di scambio, chiamata denaro, per procurarsi la quale occorre lavorare.  Che il lettore non si offenda di questa premessa un po’marxista, ma necessaria per introdurre il libro oggetto di questa recensione, LA CHIAVE A STELLA, il cui protagonista è, appunto, il lavoro. 

Considerata dall’autore la sua “opera prima”, poiché scritta nel momento della sua vita in cui, lasciato il mestiere di chimico, si dedicò completamente alla scrittura, racconta di un dialogo tra l’autore e l’operaio specializzato Faussone, che gira il mondo montando gru e ponteggi con la sua inseparabile chiave a stella. Questa storia è stata da molti definita “un’odissea moderna”, e in un certo senso lo è, ma io la vedo in un altro modo. 

Dai racconti di Faussone, il cui stile si avvicina al complicatissimo flusso di coscienza, e di conseguenza richiedono al lettore uno sforzo in più poterli seguire,  talmente dettagliati nelle descrizioni da apparire talvolta noiosi per chi di cantieri ne sa poco o nulla, emerge una passione, un amore sconfinato per la professione da lui svolta che può lasciare di stucco il lettore odierno, specie se giovane. Un amore che, per bocca di Faussone stesso, viene esteso a mestieri di ogni genere, pratici ed intellettuali, creando un vero e proprio elogio del lavoro.  

Del lavoro inteso come l’atto di guadagnarsi da vivere svolgendo una professione che piace, innanzitutto, e che porta vantaggi a se stessi e alla comunità. Un messaggio importantissimo all’epoca e che adesso si è, purtroppo, dimenticato. Nel mondo di oggi, così frenetico, votato al culto dei beni materiali, del consumismo, traspare un messaggio completamente sbagliato, a mio parere. Il messaggio che la vita sia un continuo sperpero, un monotono passare da un aggeggio tecnologico e l’altro, dove viene premiata l’arte del “fregare l’altro” e, cosa ancora più grave, che la vera vita sia quella dei ricchi che passano le giornate a far niente mentre lavorare è considerato quasi un disonore, una schiavitù che non porta a nulla. Tant'è che in alcune zone del paese, i ragazzini, anziché pensare a costruirsi un futuro, si buttano nel nero mare della criminalità organizzata, attratti dalla prospettiva di  avere tutto e subito.  

Questo libro ci insegna che il lavoro è dignità,  realizzazione, è fare il bene per se stessi e per gli altri. Faussone lo spiega chiaramente raccontando la soddisfazione che prova quando vede una sua costruzione crescere e reggersi in piedi. A volte arriva persino ad affezionarcisi. Discorso, questo, che vale per lo scrittore, per il chimico, il medico, il giurista e tutti i mestieri del mondo. Un messaggio fortissimo detto da Primo Levi che, in lager, aveva sperimentato sulla sua pelle il lavoro-schiavitù, la fatica senza compenso che umilia e degrada chi la svolge.  

Qualcuno ha detto che un libro che tratta una tematica del genere non sarebbe di moda al giorno d’oggi. Ebbene io penso che ora più che mai si abbia bisogno di libri come questo, che insegnino l’importanza  di porsi uno scopo nella vita, a scegliere la professione seguendo le proprie inclinazioni, per quanto possa essere difficile dati i tempi che corrono, che ci ricordi che il lavoro è un diritto che porta dignità e autorealizzazione, non un disonore. Un libro attualissimo che può essere una  guida in  un mondo caotico e pazzo che fa delle persone delle res.




venerdì 17 gennaio 2020

Il bianco occhio meccanico: recensione di LITHIUM 48 di Fabio Iuliano


Il bianco occhio meccanico: recensione di LITHIUM 48 di Fabio Iuliano (Aurora Edizioni)




Tutti hanno dei crucci con cui fare i conti, nel corso della vita. Anche io ne ho uno che mi porto dietro dall’infanzia: quello di non riuscire a capire il mondo. 

Ho sempre avuto la sensazione che questo pazzo mondo in cui viviamo, che negli ultimi anni ha aumentato sempre di più la velocità dei suoi ingranaggi, parlasse un linguaggio a me sconosciuto che, per qualche misterioso motivo, tutti sembravano comprendere, tranne me. 

Ho cercato la soluzione ai suoi enigmi nei miei studi, nelle mie letture e, da ultimo, nei miei scritti. E le ho trovate. Ne ho appreso i meccanismi come quando si impara ad usare un computer nuovo, o a guidare una macchina. Tuttavia il senso di smarrimento non è mai sparito del tutto. 
Lo stesso smarrimento che ho visto in Simone, il protagonista del libro che mi accingo a recensire. Simone è un giovane musicista e blogger che, per lavoro, si trasferisce a Parigi ed è convinto di essere inseguito dalle telecamere. Il suo turbamento arriva a tal punto da condurlo a essere rinchiuso in una stanza completamente bianca, in un posto che di bianco ha persino il nome. Un bianco accecante, fatto per annientare i sensi.

Assordante nonostante il fatto che sia un colore anziché un suono. È il più subdolo dei colori, il bianco, perché si presta alle più contraddittorie interpretazioni. Se da un lato può rappresentare la purezza, dall'altro può anche voler dire smarrimento, ansia. Qualcuno ha detto che potrebbe essere il colore del nulla. Un non-colore, anche se, fisicamente parlando, li racchiude tutti. In esso potrebbe facilmente nascondersi un occhio, anzi mille occhi, che ogni minuto vedono tutto ciò che facciamo (“il Grande Fratello ti guarda”). 

E qui torniamo all’ossessione del protagonista. Ma è un delirio del tutto infondato? Il mondo di oggi ha creato il web e i social network per accorciare le distanze e facilitare la comunicazione tra gli esseri umani. Nel corso di pochi anni, la tecnologia ha avuto uno sviluppo senza precedenti, e che cosa ci sta portando? A mio parere, risultati non buoni. Oggigiorno siamo sempre più connessi, ma siamo sempre più soli. 

I social network ci fanno sapere tutto di tutti, ma ci fanno perdere il
contatto con noi stessi, con il nostro io più profondo. I nostri dati volano ovunque e fermarli è complicato quanto tentare di afferrare il fumo. Il mondo è una macchina impazzita che fagocita l’umanità e tutto ciò che ci rende qualcosa di più di un animale che cammina e respira per trasformare i suoi stessi creatori in macchinette. Il peggio è che nessuno sembra accorgersene e chi lo comprende come deve sentirsi se non smarrito di fronte a tutto questo? 

Cosa deve fare per non rimanere incastrato nei suoi ingranaggi, come in “Tempi moderni”? C’è una speranza di sfuggire a questa disumanizzazione? Io credo di si, e si trova nelle arti e in libri come questo. L’autore è riuscito a concentrare in poche pagine un thriller psicologico-distopico in maniera magistrale. Durante la lettura si ha l’impressione che George Orwell e Ray Bradbury abbiano guidato la mano dell’autore, creando una magnifica trama in cui le tematiche del progresso impazzito, dello smarrimento dell’individuo di fronte alla società globalizzata, della malattia mentale si intrecciano in un puzzle perfetto, dove ogni argomento ha il suo posto e niente è lasciato al caso. 

La suspense, poi, che non deve mai mancare in thriller degno di questo nome, è perfetta. Inchioda il lettore fino all’ultima pagina. Questo libro è un’ottima chiave per capire il mondo di oggi, come esso si sta evolvendo e come ci stiamo evolvendo noi. Il volume ridotto lo rende adatto anche ai neofiti della lettura. Un libro da leggere e rileggere più volte, che ha già il suo posto nel firmamento del romanzo psicologico.

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mercoledì 29 maggio 2019

Recensione de I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi, Einaudi


Recensione de I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi, Einaudi a cura di Selene Luise

Autopsia letteraria



Qualche tempo fa, dissi che i libri piccoli di spessore sono i più duri e più difficili da affrontare, poiché in essi il miele dell’autore non è diluito ma concentrato, e quindi somministrato a palate. L’autore con il quale mi sto cimentando in questo periodo, Primo Levi, me ne ha dato la prova schiacciante. 

Ha una prosa semplice, scorrevole, eppure a volte capitano dei periodi o intere pagine che devi rileggere più volte per afferrarle, perché ciò che  ha vissuto e che racconta, pur essendo fatti veri, accaduti soltanto il secolo scorso, vanno così al di là del normale, sono così al di fuori dell’umanamente concepibile, che bisogna compiere uno sforzo titanico per andare avanti nella lettura, comprendere, anche solo lasciare che la mente assorba quanto letto. 

I SOMMERSI E I SALVATI è la terza opera di questo autore che leggo. La lettura è stata proficua ma faticosa per i motivi suddetti e ora anche nel recensirlo sto trovando difficoltà, quindi prego il lettore di non restare troppo deluso del risultato. Scritto a distanza di quarant'anni da quel periodo nero, in questo libro troviamo un Primo Levi molto diverso da quello di SE QUESTO È UN UOMO e LA TREGUA. 

Ora entrato nella terza età, con alle spalle una carriera ormai solida di scrittore, lo vediamo tornare ai tragici eventi che lo avevano indotto a dedicarsi alla pagina scritta, ma ora nella veste, seppur involontaria, di psicologo, storico e sociologo. In questo saggio, l’autore scende ancora più a fondo degli eventi che ha vissuto e li sviscera in ogni singola particella, compiendo una vera e propria autopsia letteraria, servendosi della penna come di un bisturi.  

A cominciare dalla memoria in sé per sé “strumento meraviglioso ma fallace”, come a voler ribadire che lui, reduce, è solo un testimone il cui compito è raccontare ciò che ha vissuto, affinché il mondo sappia che il fondo più basso della cattiveria umana è stato toccato e che una cosa del genere non abbia più a ripetersi. 

Levi rifiuta con forza ogni altra etichetta che il mondo vorrebbe dargli come reduce, da quella di giudice a quella di miracolato. Esamina ogni dettaglio, anche il più agghiacciante; risponde alle domande che più spesso si sente rivolgere e analizza le reazioni dei suoi interlocutori. Ciò che ancora una volta colpisce di questo autore è la potenza dostoevskiana con cui analizza l’animo umano, anche quello dei suoi stessi carnefici, il tutto senza commiserazione né odio. Il capitolo che mi ha colpito di più è stato “lettere di tedeschi” dove l’autore raccoglie le corrispondenze ricevute dalla Germania in occasione della traduzione in tedesco di SE QUESTO È UN UOMO. 

C’era chi tentava giustificazioni dicendo di non aver capito; chi, a causa della giovane età, non poteva esprimer giudizi ma sentiva comunque un certo senso di colpa e una sola che ammetteva il reale comportamento. Insomma una miriade di reazioni diverse. 

A volte mi capita di chiedermi cosa pensino i tedeschi di oggi di quei terribili eventi, se ne vergognano? Chi lo sa. Probabilmente , oggi come allora, si avrebbe una moltitudine di risposte diverse, tale che sarebbe impossibile darne una definizione. 

L’unica cosa che so è che questo libro piccolo e crudele contiene la più scomoda delle verità, cioè che il fondo dei fondi del comportamento umano non è stato toccato in un paese remoto e selvaggio, ma nella civile Europa. Niente potrà mai cancellare questa macchia, ma si può fare in modo che non accada mai più. 

Perciò ogni essere umano, e in particolare noi europei, dovrebbe leggere questo libro, in modo da tenere gli occhi aperti e stare in guardia, perché la storia è un anello e l’essere umano non sempre sceglie il bene.  




domenica 3 marzo 2019

Con gli occhi del fanciullo di Antonio Fasulo, il potere curativo della scrittura

Recensione 'Con gli occhi del fanciullo' di Antonio Fasulo, Arkhé edizioni

Il potere curativo della scrittura

È ormai risaputo che le arti hanno il potere di curare le ferite dell’anima.

La scelta di quale arte servirsi, per aggiustarsi dentro, dipende da quello che ciascuno di noi è.


L'autore Antonio Fasulo


C’è chi preferisce disegnare, incidendo i propri sogni e i propri demoni su tela, come Van Gogh e Munch, chi cercare la bellezza nel marmo, come Michelangelo e infine chi scolpisce i propri pensieri
nero su bianco, dando vita a meravigliose poesie o a stupendi romanzi.

Avendolo sperimentato io stessa, non ho alcun dubbio sul fatto che la scrittura sia una dialisi per l’anima.

Non per niente il mio primo romanzo è stato un “libro-sfogo” uno di quelli in cui l’autore si racconta a tutto tondo e allo stesso tempo si nasconde agli occhi del lettore.

Può sembrare un paradosso, ma vi assicuro che è vero.

Un “libro-sfogo” è anche quello che mi accingo a recensire. 'Con gli occhi del fanciullo' è una
biografia in cui l’autore, attraverso gli occhi di sé stesso bambino, ripercorre la propria esistenza, analizzando gli eventi che lo hanno portato ad essere l’uomo che è diventato. La nascita, l’infanzia,
l’adolescenza , la prima giovinezza fino all’arruolamento.





Leggendo queste pagine, nel loro stile scorrevole, mai noioso o pesante, capace di rendere interessanti anche le piccole cose cui generalmente la pagina scritta si dedica poco, ho avuto l’impressione di avere di nuovo per le mani 'La coscienza di Zeno' di Svevo, ma scritta in modo ordinato e, a tratti, 'Un cappello pieno di ciliegie' di Oriana Fallaci.

Soprattutto per la descrizione dei personaggi, non molto profonda, ma piena di significato, tanto da avere l’impressione di averli davvero davanti agli occhi, mentre si legge. Lo stesso vale per i luoghi. Una delle parti che più mi ha colpito è stata la descrizione della giornata al mare, che mi ha
riportato alla mente le estati della mia infanzia.

L’intento dell’autore, però, non è solo quello di raccontarci la sua vita, ma il voler trasmettere
un insegnamento molto difficile da mettere in pratica : tutti noi, nella vita, prima o poi, viviamo qualcosa che ci segna profondamente, uno spartiacque tra un prima e un dopo, e quando succede, la prima reazione è la rimozione.

Ciò è comprensibile, ma arriva sempre il momento in cui bisogna fare i conti con ciò che ci ha segnati, riviverlo per rielaborarlo e accettarlo, e insieme a lui, ciò che siamo diventati. Solo così possiamo crescere e migliorarci.

Questa lettura è stata molto importante per me, perché mi ha aiutata a comprendere meglio questa verità che era già dentro di me. Spero che sia cosi anche per i futuri lettori di questo libro e
auguro all’autore ogni bene e ogni successo.




#selenerecensisce #seleneluise #congliocchidelfanciullo #scrittura #antoniofasulo #potere curativo #orianafallaci #italosvevo

mercoledì 26 dicembre 2018

Il colore dell'inganno, un thriller… puskiniano

Un thriller… puskiniano



Recensione de "Il colore dell'inganno" di Eraldo Guadagnoli, Virginia Edizioni.




Nella foto, l'autore Eraldo Guadagnoli


Ho letto, da qualche parte, che ogni cosa ha un colore, comprese le azioni e le emozioni. Non so quanto questo sia vero, ma se così fosse, che colore avrebbe l’inganno?

Sarebbe nero come le tenebre, rosso come il sangue, oppure bianco? Del colore più puro, ma allo stesso tempo quello che si contamina più facilmente?

Questo il quesito di fondo, affrontato dai personaggi del libro che mi accingo a recensire: "Il colore dell'inganno".

La vicenda si svolge tutta in un flashback attraverso il racconto di Miriam, che viene sentita come persona informata dei fatti in un caso che vede l’uccisione di un pregiudicato e la misteriosa sparizione del suo tesoretto.

Attraverso il racconto di Miriam, il lettore viene portato nel mondo della malavita romana, un mondo fatto di violenza e prevaricazione, dove le uniche leggi sono la gerarchia e il rispetto dei capi.

Chi mi legge sa quanto mi piacciano i thriller, e devo dire che questo non ha affatto deluso le mie aspettative.

Nel corso della lettura si viene trasportati alla velocità della luce nella trama del romanzo, con la voce
narrante che, tramite i dialoghi dei personaggi, ti porta nel cuore della vicenda, facendo sentire il lettore stesso parte della storia, quasi fosse anche lui un personaggio.

Lo stile è molto semplice e scorrevole, ricorda un po' la prosa di Puskin, senza fronzoli né frasi interminabili e ciò lo rende un libro facile da seguire anche per chi non ha familiarità con il genere.

Consiglio questo libro tanto agli appassionati quanto ai neofiti del genere, e anche a chi vuole saperne di più sulla malavita romana.





Per acquistare il libro



venerdì 2 dicembre 2016

I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni. Una dura fatica.



Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo avuto a che fare con I PROMESSI SPOSI, questo librone noioso, scritto in un italiano talmente astruso da sembrare quasi una lingua straniera.   Costretti a studiarlo a scuola, chissà quante volte lo abbiamo maledetto. Quante volte ci siamo detti “ma Manzoni non aveva niente di meglio da fare che scrivere un libraccio che piace solo ai bacucchi?” Me lo chiedevo anch’io, ai tempi del liceo, quando mi lambiccavo il cervello sulle sue pagine, cercando significati che non volevano lasciarsi trovare, e con i quali buttar giù i temi.   Quanto lo ho odiato! Poi, chissà perché, quest’anno mi è venuta voglia di riprenderlo, e così, in un ‘edizione diversa da quella scolastica, mi sono cimentata di nuovo in questa lettura e, benché non me ne sia perdutamente innamorata, l’ho rivalutato.  Ora che sulla lettura non pesavano più i temi da svolgere, l’ho riletto con uno spirito più predisposto verso quella che è una delle due punte di diamante della letteratura italiana, nonché con una mente più matura, quindi scevra da pregiudizi, e un maggiore senso critico. Con questi strumenti mi sono di nuovo incamminata per quel paesino sul lago di Como, di nuovo ho accompagnato Don Abbondio all’incontro con i bravi, seguito Renzo e Lucia nelle loro peripezie, scavato nell’anima dell’Innominato e della monaca di Monza, il personaggio che mi è piaciuto di più, assistito alla peste di Milano, appreso “il sugo di tutta la storia” e perfino riso per l’ironia dell’autore nel narrare fatti anche parecchio tragici.  Ebbene ora di questo libro, benché non lo ami particolarmente, non posso fare a meno di dire quel che Dostoevskij disse di Anna Karenina: I PROMESSI SPOSI è un’opera assolutamente perfetta.  Tanto nella trama quanto nella struttura.  Manzoni ci ha regalato uno specchio perfetto di quella che è la società italiana ancora oggi, a distanza di più di duecento anni.  I Don Rodrigo che oggi sono i boss mafiosi, i Renzo e Lucia che oggi sono le persone vessate dalle mille difficoltà della vita, con uno Stato corrotto e dormiente. Ce lo dimostra chiaramente nell’amaro racconto di quando, all’arrivo della peste, i potenti di Milano tutto fanno fuorché prendere le giuste precauzioni e “impiegano i danari del pubblico nello sproposito”.  In mezzo a tutto questo, però, l’autore non manca di inserire personaggi e situazioni positive, come il cardinal Federico Borromeo, sempre pronto ad aiutare tutti, l’Innominato che, dopo una vita dissoluta, si converte e diventa un santo in terra. Come a dire che non è mai troppo tardi per redimersi, per quanto male si sia fatto. Che nello stesso male può nascondersi il bene. Una scena che mi ha colpito particolarmente è il pezzo della madre di Cecilia, la bambina morta di peste che si avvia alla tomba vestita a festa. La compostezza e il dolore dignitoso in mezzo a tanto squallore. Nocciolo di tutto, la fede nella Provvidenza, che l’autore non si stanca mai di ribadire.  Come non si stanca mai di ribadire di sopportare con pazienza gli sgambetti della vita, che prima o poi tutto si aggiusta.  Un bel messaggio in un mondo come quello attuale. Cosi connesso eppure cosi solo. Cosi progredito tecnologicamente eppure mentalmente così indietro. Dove la speranza muore prima di nascere, pazienza e perseveranza non si sa più cosa siano e i lieti fini sono rari.  Rileggere questo libro mi ha fatto capire molto del paese in cui vivo, dell’animo umano e dell’uomo in generale, vero protagonista del romanzo.  Un’opera che vale la pena odiare da ragazzi e riscoprire da adulti, che vale la fatica durata a comprenderlo, che anche se non lo ami non puoi non apprezzare.  Insomma un rapporto complicato che non si può fare a meno di vivere.   



sabato 5 novembre 2016

Recensione di INSCIALLAH di Oriana Fallaci - a cura di Selene Luise

L’Iliade del novecento





Piccola Iliade. È così che Oriana Fallaci, per bocca di uno dei personaggi, definisce uno dei suoi massimi capolavori: Insciallah. Che poi tanto piccola non è, viste le sue ottocento pagine. Uscito a parecchi anni di distanza dall'ultima fatica letteraria dell’autrice, questo romanzo si svolge nell'arco di tre mesi e racconta del contingente italiano a Beirut, al tempo dei sanguinosi eventi che sconvolsero gli ultimi due decenni del secolo scorso. Si apre con l’orrenda immagine  dei cani randagi che invadono, di notte, la città semidistrutta in cerca di carcasse da sbranare e con una duplice strage e, così facendo, il lettore si trova subito scaraventato in un racconto di guerra. Insomma, sin dall'incipit è avvertito di non aspettarsi niente di buono dalla storia che sta per  leggere. Sulla scena compaiono in tutto una sessantina di personaggi, tra cui i più importanti sono: il Professore, portavoce dell’autrice stessa, che per non sentirsi solo scrive lettere ad una moglie che non ha.  Charlie, comandante-chioccia dei suoi sottoposti. Angelo ,il matematico alla ricerca della formula della Vita, il quale cerca nei numeri la via per sfuggire al caos del mondo, un caos che lo spaventa, dal quale si sente risucchiato e da cui la sua matematica non può proteggerlo. Angelo è corteggiato da Ninette, una misteriosa ragazza libanese che sembra non voglia altro che un po’ di leggerezza in mezzo a tanto orrore, ma con una tragedia alle spalle.  I piccoli Maometto e Leida , Paspartout, metafore dell’infanzia uccisa o  rovinata dalla guerra decisa dai grandi, e molti altri.  L’autrice ce li presenta uno per uno, nell'intimo della loro psiche. Ce li fa conoscere così in profondità che alla fine, anche se magari sono antipatici come Cavallo Pazzo, non puoi fare a meno di amarli. Parte dalla loro sovrastruttura di soldati, figura di cui la gente è abituata a vedere la durezza , la compostezza, la disciplina.  Nient’altro che la divisa che portano addosso, ma Oriana, con una maestria da meccanico, piano  piano ,pezzo dopo pezzo, smonta questa corazza e ce li rivela  in tutta la loro nuda fragilità di esseri umani. Di creature inermi che  conducono una guerra gli uni contro gli altri. E per che cosa? Tanti personaggi ma un solo protagonista, la guerra. Questa sporca abitudine di scannarsi gli uni con gli altri. La guerra che non risparmia nessuno, nemmeno i bambini. Anzi sono proprio loro a pagare il prezzo più alto. La guerra che fa dell’essere umano un mostro ; La guerra dove non c’è posto per i sentimenti, dove l’essenza stessa della vita viene annullata sotto le bombe e i colpi di mortaio. Leggendo il libro, ho amato ciascuno di questi personaggi. Ho avuto voglia di abbracciarli uno per uno. E nello stesso tempo riflettevo. Riflettevo sul fatto di come l’uomo riesca ad essere contemporaneamente la creatura più intelligente e la più stupida.  Capace di scrivere la Divina Commedia come il Mein Kampf, di costruire computer superveloci come armi da guerra. In una parola, l’unica specie che usa la sua intelligenza per annientare sé stessa.  E da ciò tanti interrogativi, tante domande sull'uomo, i suoi conflitti, il mondo crudele che stiamo distruggendo, dimentichi che ne abbiamo uno solo. Insciallah è una tappa obbligata per chi vuole scrivere, ma anche una preziosissima pietra miliare per capire il secolo appena passato e dare uno sguardo a ciò che verrà. Vale la pena affrontare questo mattone un poco alla volta, come per UN UOMO, e lasciare che ci tocchi mente e cuore.   




domenica 23 ottobre 2016

Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci. Una fiaba reale


Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci.
Una fiaba reale




Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma ciò è vero solo in parte. Esistono, infatti, ferite talmente profonde che non si chiudono mai, nonostante lo scorrere del tempo. Che lasciano cicatrici mal suturate le quali da un momento all’altro possono riaprirsi e sanguinare. Tutto questo Oriana Fallaci lo sapeva bene e il libro che mi accingo a recensire, UN UOMO, nacque dal dolore per la perdita del suo compagno, Alekos Panagulis, ucciso in misterioso incidente. La perdita di qualcuno cui si vuole particolarmente bene è un trauma che segna a vita, che richiede tempo e pazienza per essere elaborato. Ciascuno la fa a modo suo e uno scrittore in quale altro modo può elaborare la perdita della persona amata se non raccontando la sua storia? Lei e Alekos si incontrarono nel 1973, dopo che lui era uscito dal carcere per una grazia mai chiesta né voluta, e si innamorarono di un amore cerebrale, battagliero, fatto di piccoli gesti di tenerezza e di scontri. Io, personalmente, odio le storie d’amore, tutte quelle insulse mielosaggini alla Jane Austen. Non ho nemmeno fiducia in questo strano sentimento tanto decantato dai poeti che spinge ad un gesto così pericoloso come mettere la propria anima nelle mani di un altro. Ma grazie a UN UOMO e ad un altro libro ho capito che quell’idea di amore tutto rose e fiori di cui ci bombardano i media è sbagliata. Completamente sbagliata. Esso è tutt’altra cosa. È un legame profondo che presuppone, innanzitutto, la libertà di entrambi gli amanti. La libertà di essere sé stessi, di fare le proprie scelte anche se ciò significa scontrarsi. Dopotutto i conflitti sono costruttivi. Nonché sincerità e accettazione. Ciò è ben visibile nel rapporto tra Alekos e Oriana, due Ulisse, due guerrieri perennemente in lotta. Soprattutto nel modo in cui Oriana ce lo descrive, questo eroe moderno dai mille volti. Durante tutto il racconto non lo vediamo mai filtrato attraverso “occhiali rosa”, anzi l’autrice, con la sua tipica schiettezza, non si esime dall’evidenziarne i difetti, fisici e caratteriali. Non si lascia andare alla tentazione del ricordare solo il bello di una persona che non c’è più. Sullo sfondo di tutto ciò, si colloca la storia, la “fiaba”, dell’eroe della resistenza greca. L’eroe che finisce in carcere per aver tentato di uccidere il dittatore, che ivi subisce le peggiori torture, che rischia di finire al patibolo per poi essere graziato contro la sua volontà. Che anche fuori dal carcere, continua ad essere prigioniero della propria lotta, dei propri ideali, del “drago” che si è scelto. Prima il potere che tortura e uccide, poi il potere silenzioso , e perciò ancora più subdolo, che non picchia, ma annienta l’anima in un lungo lento stillicidio e sotto le spoglie di una democrazia inesistente. Ma la gente questo non lo capisce. La gente che con tanta facilità è sedotta dal “potere che intruppa” e da esso si lascia lobotomizzare. Fino al punto che solo la morte dell’eroe riesce a destarla. E da ciò la domanda: perché è sempre necessaria la morte affinché un popolo si svegli e prenda coscienza di sé? Affinché spezzi le catene mentali dal quale si è lasciato legare? Arriverà mai il giorno in cui l’essere umano sarà così maturo da non aver più bisogno di eroi? Chi lo sa. Ma non per questo si deve smettere di lottare, di sognare un mondo migliore. Se si ha un ideale, lo si deve proteggere, lottare per esso, costi quel che costi. Ciò ci ha insegnato Alekos. Un eroe, sì, ma non dimentichiamoci che gli eroi sono prodotti delle società repressive.




martedì 13 settembre 2016

Recensione IL NIDO DELLA FOLLIA di Francesco Proia. Anfiteatro Editore.

Recensione IL NIDO DELLA FOLLIA  di Francesco Proia. Anfiteatro Editore.

Uno sguardo sul lato oscuro della mente umana






Il libro che mi accingo a recensire rappresenta un primo, e sottolineo, primo, punto di arrivo di un percorso riflessivo iniziato qualche anno fa ,circa un tema tanto affascinante quanto spaventoso : la follia umana. Quella strana cosa che tutti, chi più chi meno, abbiamo e ci fa paura. Tanta paura che si è sempre cercato di occultarla, comprimerla, relegarla dove non la si possa né vedere né sentire, se non da chi deve professionalmente occuparsene. Un atteggiamento che non biasimo. Dopotutto è umano temere  l’invisibile. Ambientato a L’Aquila ,nel 1956, il romanzo racconta di un funzionario ministeriale che, insieme al suo superiore, deve compiere un’ispezione nell’ospedale psichiatrico di Collemaggio. Un ‘ispezione che lo porterà a scontrarsi con i più neri abissi della pazzia umana e sui crudeli metodi con cui si pretende di curarla. Il giovane protagonista, durante il suo soggiorno nel manicomio, ha modo di apprendere molte cose sulla follia. In primis, come ho già detto, che essa fa parte di noi, di tutti noi, non solo di chi soffre di patologie mentali. In quanto facente parte dell’essere umano, non la si può curare, solo tenere a bada, ma soprattutto che tante, troppe volte essa viene usata per etichettare e condannare ciò che la società non approva, come l’omosessualità, e che  dietro di lei si nasconde il terrore della diversità. Questo toccante libro ribadisce, inoltre, quanto è labile il confine tra sanità e pazzia e che a volte le due cose si mischiano e si confondono. L’intreccio è coinvolgente, ma lo stile, piuttosto pesantuccio, lascia un pochino a desiderare. Non è scorrevole e manca di coinvolgimento. A tratti sembra solo abbozzato. Nonostante questi pochi difetti, si tratta di un buon libro. Una lettura obbligata per chiunque voglia  approfondire questa affascinante, inquietante tematica.



sabato 6 agosto 2016

"Incubo" di Wulf Dorn

Una lettura da “incubo”





Ci sono libri che, una volta letti, ti restano appiccicati addosso come sanguisughe, con tutta una caterva di pensieri e sensazioni. “Incubo” è uno di questi. Quando mi accinsi a leggerlo, avevo una vaga idea di cosa stavo per affrontare, dato che di questo autore ho letto tutte le opere precedenti, ciascuna delle quali mi ha lasciato qualcosa. Ma con questa sua ultima fatica è stato diverso. Oserei dire traumatizzante. Affrontare questa lettura è stato letteralmente un incubo. Il motivo riguarda principalmente la trama. Racconta di un ragazzo autistico che perde i genitori in un incidente d’auto, con tutte le conseguenze che gli piombano addosso come macigni. In primis il senso di colpa per essere sopravvissuto, gli incubi e i vuoti di memoria dovuti al trauma. In secundis, il dover affrontare il  doloroso inizio di una nuova vita. In tante peripezie, l’unica nota positiva è la sua amicizia con Caro, una ragazzina che conosce nella nuova scuola, la quale lo capisce e lo accetta così com’è. Segue poi una vicenda intricata, fino al finale che colpisce come un pugno in pieno volto.  Ero preparata al classico colpo di scena alla Dorn, però non immaginavo un tale colpo. Comunque, non è questo il motivo per cui questo libro mi ha tanto sconvolta. Il fatto è che esso ha toccato dei temi che da sette lunghi anni sono appiccicati, anzi marchiati a fuoco, nella mia anima. La transitorietà, l’illusione della sicurezza, il  fatto che tutto possa cambiare da un momento all’altro. Io ho avuto modo di imparare tutto ciò a mie spese una notte di aprile. La maledetta notte in cui il terremoto , in ventitré lunghissimi secondi, mi ha tolto tutto ciò che fino ad allora era stata la mia vita. Sembrava che il protagonista fosse la somma delle mie insicurezze e delle mie fragilità di allora, incarnatesi in un personaggio di carta e inchiostro  messo lì a mostrarmi cosa sarebbe potuto succedere se non le avessi tenute a bada.   Mi sono presa un tale spavento che dubito che prenderò di nuovo in mano qualcosa di questo autore. Kafka diceva che un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. Sono d’accordo, ma questa volta l’ascia è penetrata troppo a fondo, andando a toccare punti ancora dolenti, nonostante il passare il tempo. Nonostante questo, però, non mi pento di averlo letto. Perché se da un lato ha toccato ferite ancora aperte, dall’altro mi ha ricordato che ho un carattere forte, grazie al quale non sono crollata e le avversità che ho dovuto affrontare non hanno avuto la meglio su di me. Ha riportato alla mia mente il più grande insegnamento che ho tratto dal terremoto : carpe diem. Cogli l’attimo, perché niente è eterno e tutto può cambiare da un momento all’altro. E quando avviene, mai lasciarsi abbattere, ma farsi forza e rimettersi in piedi, perché la vita è una guerra, e in guerra o si combatte o si muore. Libro consigliatissimo,  ma leggetelo armati di coraggio. 


giovedì 14 luglio 2016

DELITTO E CASTIGO: il romanzo multicolore.

DELITTO E CASTIGO: il romanzo multicolore.





DELITTO E CASTIGO di Fedor Dostoevskij è il primo classico che ho letto di mia spontanea volontà, nonché il romanzo che mi ha iniziata al mondo dostoevskiano e ai classici in generale. La definizione che di solito ne dà la critica è quella di “poliziesco”, “romanzo criminale”. A mio parere una tale definizione è oltremodo riduttiva. In esso, nella sua trama, si intrecciano molteplici tematiche come la libertà, il sentimento del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, i modi umani di reagire al dolore, alla sofferenza, l’espiazione delle proprie colpe e tantissimi altri. In questo romanzo, ogni personaggio ha una sua autonomia, una sua personalità e dignità. Sono indipendenti gli uni dagli altri. Ma il protagonista è uno solo: Raskolnikov, un giovane studente. Il suo nome, si badi, non è casuale. Viene dal termine raskolnik che significa “scisma”, “rottura”. Raskolnikov, venuto a Pietroburgo dalla campagna per frequentare l’università, a causa di gravi ristrettezze economiche è costretto ad abbandonare gli studi e un bel giorno, per dimostrare a tutti, soprattutto a se stesso, di essere un super-uomo, uccide una vecchia usuraia. Raskolnikov, nel compiere il delitto, in un primo momento pensa anche di fare un favore all’umanità, liberandola da un essere abietto come l’usuraia, ma col passare del tempo la consapevolezza di aver commesso un grave crimine e il rimorso di coscienza, alla fine, lo portano a costituirsi. Delitto, colpa ed espiazione. Questi i tre cardini su cui si basa l’apparentemente semplice trama. Dico apparentemente perché in essa si celano significati molto più profondi che fanno capire come mai non solo è riduttivo, ma anche sbagliato, chiamarlo “poliziesco”. Qui siamo di fronte ad una vero e proprio romanzo psicologico. La vicenda del protagonista ci mostra che la libertà, se non frenata dai dovuti limiti, si autonega. Raskolnikov è spesso considerato un anti-eroe. Ciò è vero se lo confrontiamo con i protagonisti del resto della letteratura europea, ma non se lo si analizza nella sua essenza. Io lo definirei l’eroe per eccellenza, perché anche lui combatte contro i suoi nemici, che non sono tangibili ma interiori (la sua colpa e la paura della punizione) e li sconfigge proprio confessando il suo delitto e accettando il meritato castigo. Prima di giungere a questo, però, Raskolnikov ci pone un importante interrogativo: “i più grandi uomini  della storia hanno fatto stragi su stragi per arrivare dove sono arrivati, e i posteri li ricordano e li celebrano quasi come dei. Perché io, che ho ucciso un pidocchio, devo andare ai lavori forzati?” Una persona superficiale risponderebbe che quelle stragi erano necessarie per il bene dell’umanità, ma noi semplici mortali siamo sicuri di saper distinguere il bene dal male? Non vale forse per tutti il comandamento “non uccidere”? Ciò vuol dire che l’umanità venera degli assassini ai quali, a differenza di Raskolnikov, non viene imposto di pagare per le loro colpe e in cui il potere ha messo a tacere la coscienza. È un quesito pesante come un macigno, questo, che ci costringe a rivedere tutte le nostre convinzioni più radicate, ma in questa sede sarebbe troppo lungo discuterne. Come ho detto prima, accanto a Raskolnikov, ci sono altri personaggi che insieme a lui vivono e agiscono. Tre i più importanti: i suoi opposti Marmeladov, Svidrjgajlov e la protagonista femminile del romanzo: Sonja. Marmeladov è un povero disgraziato con moglie e figli da sfamare, il cui impiego non gli permette di condurre un’esistenza dignitosa, ma lui invece di reagire, passa la giornate ad ubriacarsi; ma nonostante le botte della moglie e la consapevolezza della propria situazione continua a vivere così. Lui rappresenta l’umanità sofferente incapace di rimettersi in piedi, che passa il tempo a piangersi addosso e il cui unico desiderio è essere compatita. Svidrjgajlov è un Raskolnikov al negativo. Lui nella vita ha commesso una bassezza dietro l’altra e in ognuna di esse trova un malsano piacere, il piacere di sprofondare sempre di più nell’abisso dell’infamia. Egli rappresenta il masochismo, l’attrazione fatale esercitata dal male sulla psiche umana. Il suo suicidio è l’altro risultato dell’eccesiva libertà. Veniamo infine a Sonja, figlia di Marmeladov, la quale per mantenere sé stessa e la famiglia è costretta a prostituirsi.  Lei è esteriormente timida e insignificante, ma dentro nasconde una grande forza d’animo. Nel corso della storia non la vediamo mai lamentarsi della sua deplorevole situazione. Anzi sopporta la sua croce con pazienza e dignità, confidando sempre in Cristo, tant’è che quando incontra Raskolnikov e apprende da lui ciò che ha fatto, non solo non lo giudica, ma lo ama. Lo ama perché vede in lui un’anima che soffre tormenti peggiori dei suoi. Sonja considera sé stessa perduta per sempre, per lui vede che c’è una possibilità di redenzione, ma solo se ammetterà la propria colpa e accetterà la sofferenza da ciò derivante e la pena. È, infatti, proprio Sonja a convincere Raskolnikov a costituirsi e lo segue fino in Siberia per stargli accanto durante la reclusione. Raskolnikov all’inizio è infastidito da questo amore che Sonja prova per lui, perché sente di non meritarlo e perché gli fa percepire ancora di più la gravità della sua azione, ma alla fine lo accetta e vi si abbandona completamente, in quanto capisce che questo lo aiuterà a redimersi e a rigenerarsi ad una nuova vita al termine della pena. Ritroviamo qui il tema dostoevskiano della sofferenza purificatrice e dei demoni presenti nella società e nell’animo umano che, se guardiamo bene, è il vero protagonista del romanzo. Un capolavoro di psicoanalisi alla stato puro con una manciata di filosofia e romanticismo. Un arcobaleno di sentimenti che si intrecciano tra loro. Per l’appunto una romanzo multicolore.

   


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