TI HO INCONTRATA IN UN SOGNO di Thierry Cohen, la voce dell'anima
Recensione a cura di Selene Luise
Io non credo nell’amore. Per lo meno non nel tipo di amore che piace tanto ai media e a certi poeti. Esso, infatti, non esiste. Non è altro che una fiaba destinata a svanire come una bolla di sapone di fronte alla dura realtà. L’amore, quello vero, è un ‘altra cosa, come ho già detto in un’altra
recensione. In essa accennai ad un altro libro che, insieme a quello oggetto della riflessione, mi portò alla consapevolezza di quanto appena detto. Quel libro è TI HO INCONTRATA IN UN SOGNO (PIEMME Edizioni). A dispetto del titolo, non è un romanzetto rosa scritto per prendere per il naso gli stolti e i romantici. Esso è realismo allo stato puro. Un capolavoro capace di arrivare dritto al cuore. Di fare il suo dovere di “ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”, ma piacevolmente, come una fiammella che a poco a poco scioglie il ghiaccio. I protagonisti sono tre: Jonas, ragazzo romantico, con la testa un po’ tra le nuvole, che vive in attesa del vero amore, rappresentato da una ragazza vista in sogno; Lior, ragazza disincantata che, a causa di varie disavventure , non si fida più del genere maschile. Il terzo, e non meno importante, protagonista è monsieur Hillel, un vecchio libraio che ama definirsi un “combina matrimoni”, solo che lui fa incontrare persone e libri. E’ convinto , infatti, che il suo compito sia aiutare i lettori a trovare il loro “romanzo-luce” , cioè il libro che deve far loro da guida nel corso dell’esistenza. Questi tre personaggi non potrebbero essere più diversi, ma la vita, anche con i suoi scherzi, li farà incontrare, cambiando per sempre i loro destini. La trama, complessa e semplice allo stesso tempo, trascina il lettore nel turbinio dei sentimenti umani, ma lo fa dolcemente, senza fretta. Quando lo si legge, si ha la sensazione di essere presi per mano dall’autore e portati accanto ai personaggi che, piano , piano , ti aprono la loro anima. È come se anche il lettore diventasse parte della storia. Ad esso mi approcciai perché, dalle citazioni, vidi che parlava di libri, ma non immaginavo di aver davanti la mia anima messa su carta. Sembrava che quel libro fosse stato scritto apposta per me, per ricordarmi che si può essere felici anche se la vita ti fa uno sgambetto o non ti concede tutto ciò che desideri. Non mi ha dato la fiducia nell’amore, però, quando lo rileggo, sento placarsi in me l’inquietudine e riattizzarsi il lumicino della speranza nel futuro. Forse sono solo sogni, ma ogni tanto è bene illudersi un po’. Libro che consiglio a tutti. A chi è vive un periodo difficile o è stato messo al muro dalla vita. Ma soprattutto alle persone eccessivamente romantiche, convinte che la vita sia tutto rose e fiori, poiché le riporterebbe un po’ con i piedi per terra. Agli amanti della lettura , e anche ai non, così capirebbero quanto è bello, utile e salutare leggere, quanto potere ha la scrittura.
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martedì 28 aprile 2020
lunedì 23 marzo 2020
CECITÀ di José Saramago, un “povero animale”
Recensione
CECITÀ di J. Saramago (Feltrinelli) a cura di Selene Luise
Un “povero
animale”
Quando si vivono dei periodi difficili e il mondo
sembra più complicato e contorto di quanto non sia, la miglior soluzione è
leggere dei libri che ti aiutino a comprendere meglio il periodo che stai
vivendo.
Nella situazione attuale, in cui un nemico invisibile
ci tiene prigionieri nelle nostre stesse case, delle nostre paure, ho deciso di
leggere un libro che da anni attendeva sulla scaffalatura il suo turno. Un
libro la cui reputazione mi rendeva restia ad affrontare: CECITÀ di José Saramago.
In un luogo e in un’epoca imprecisati, una misteriosa
malattia rende cieca un’intera città.
Il Governo, all’inizio, cerca di arginare l’epidemia
con i normali mezzi: quarantena e isolamento, ma la situazione precipita e
l’essere umano, privato del suo senso più importante, è spogliato di ogni
sovrastruttura di civiltà, fino a ridursi, come dice l’autore stesso, a un
“povero animale.” Il che, probabilmente, è ciò che realmente siamo.
La specie umana si crede superiore perché articola
suoni complessi, è in grado di disegnare suddetti suoni e cammina su due gambe,
ma se fosse davvero quel che crede di essere, perché semina morte anziché
aiutare a vivere? Perché spende milioni per costruire armi e bombe? Perché in
mente non ha altro che il profitto? Un profitto di cosa, poi?
La storia misura l’evoluzione in base alle comodità
prodotte in una data epoca, ma se togliamo queste sovrastrutture, ci si rende
conto che forse non ci siamo mai evoluti, non come crediamo.
Questo è il messaggio che l’autore vuole trasmettere,
attraverso il racconto: siamo tutti ciechi. Non di una cecità fisica, ma
dell’anima. Siamo accecati dal progresso, dal denaro, dal potere. Quel che è
peggio è che noi stessi abbiamo creato le suddette cose. Praticamente ci
accechiamo da soli, e neanche ce ne rendiamo conto, salvo rarissime eccezioni.
Questo libro mi ha aiutato a vedere con maggior
chiarezza quel che stiamo vivendo al momento attuale e, quando tutto sarà
finito, non credo che ne usciremo migliori di prima. Forse diversi, ma non
certo migliori.
L’umanità, nel corso dei secoli, ha affrontato tante
epidemie. Ciò ha accresciuto il suo sapere scientifico, ma non l’ha di certo
migliorata.
È rimasta la solita razza votata all’autodistruzione.
mercoledì 11 marzo 2020
QUALCUNO CON CUI CORRERE di David Grossman, il libro del cuore
Recensione di QUALCUNO CON CUI CORRERE di D. Grossman
Il libro del cuore
Ogni libro che
leggiamo ci lascia qualcosa dentro, un segno, grande o piccolo che sia.
Ci arricchisce di
una nuova esperienza, una nuova consapevolezza, un nuovo modo di pensare.
Ma ce ne sono alcuni
che sono dei veri e propri pugni nello stomaco, per quanto colpiscono, capaci
di sconvolgerti fino a star male, tanto da lasciare un marchio a fuoco
nell’anima.
Nella mia esperienza
di lettrice, almeno finora, ho incontrato due libri di quest’ultimo genere:
INCUBO di Wulf Dorn e QUALCUNO CON CUI CORRERE di David Grossman ed è del
secondo che voglio parlare.
Il rapporto con
questo libro è stato, all’inizio, molto complicato.
Lo lessi per la
prima volta cinque anni fa, in un’edizione economica le cui pagine facevano
concorrenza al Rocci e la cui quarta di copertina sembrava abbozzata da uno
scribacchino alle prime armi.
Ciononostante,
sentivo una profonda attrazione verso quel libro e cosi lo acquistai.
Superare il primo
centinaio di pagine fu una fatica di Sisifo, ma la mia perseveranza ebbe la
meglio e andai avanti.
A poco a poco, i
personaggi si delinearono in un disegno preciso e rimasi di stucco nel capire
quanto i due protagonisti mi
assomigliassero.
Arrivata al cuore
della storia, incassai il colpo di grazia. Sensazione, questa, che ebbi per
vari giorni dopo il termine della lettura, con disturbi di stomaco e
inappetenza.
Per darvi sfogo,
scrissi subito la recensione e, per rendere meglio l’idea, l’intitolai
“attenti, morde!”
Poi la copia finì
nei meandri più profondi della scaffalatura e da allora non l’ho più toccata.
Il suo potere
attrattivo è tornato a trovarmi negli ultimi mesi del 2019, in quella stessa
libreria dove acquistai l’edizione economica, allorché la rividi in una
splendida edizione illustrata.
Me ne innamorai
perdutamente e me la feci regalare per Natale.
Inutile dire che,
tolta la carta da regalo, mi ci fiondai immediatamente, sentendo in cuor mio
che l’edizione illustrata e la seconda lettura mi avrebbero aiutata a capire
meglio la storia e i suoi significati.
E così è stato.
Il primo centinaio
di pagine non era più una fatica di Sisifo.
Ho imparato ad
assaporare ogni parola dell’inizio dell’avventura di Assaf, un ragazzo timido e
introverso proprio come me, e la cagna Dinka, che nella trama assume le vesti
di un animale-spirito, l’anima che cammina accanto al corpo, prima uniti da una
corda, poi con movimenti perfettamente coordinati, la mente (razionalità) che
si lascia guidare dal cuore (istinto, sentimento) verso il suo destino, come
dice il primo capitolo “io e la mia ombra ci siamo messi in cammino”.
Il destino è Tamar,
la protagonista femminile, un personaggio che, sin dall’inizio, vediamo con un
pesante zaino sulle spalle, simbolo del pesante fardello che la vita ha posto
troppo presto sulle sue giovani spalle.
Con un coraggio
misto a disperazione, si lancia in un buco nero, da cui le probabilità di
uscire sono pressoché nulle, per salvare
il fratello, artista incompreso e dipendente dalla droga.
Prima, però, si rasa
i capelli a zero, a significare la rinuncia a ogni sicurezza e difesa,
nonché il rivestirsi di anonimato per
ritrovare il suo io più profondo, quello che le sovrastrutture familiari e
sociali comprimono fino a schiacciarlo.
I due ragazzi si
incontreranno, ma questo non è che un altro inizio.
La rilettura di
questo libro è stata proficua e illuminante.
Mi sono resa conto
di non aver capito tante cose della storia e dei temi trattati, in particolare
la piaga della tossicodipendenza, il mondo spietato e indifferente che ci
circonda, i pregiudizi che si frappongono tra noi e i nostri sogni.
Se in LA PICCOLA
BIBLIOTECA CON LE ALI di David Whitehouse ho trovato il mio romanzo-luce, in
QUALCUNO CON CUI CORRERE ho trovato il mio libro del cuore, quello che ha
parlato alla parte più profonda di me, come lettrice e come scrittrice.
Non lo lascerò mai
più.
venerdì 7 febbraio 2020
Una razza votata all’autodistruzione: recensione di 1984 di George Orwell
Una razza votata all’autodistruzione: recensione di 1984 di George Orwell.
Per quanto libro e film, di una determinata storia, debbano stare rigorosamente separati, date le differenze tra le due arti, può capitare che guardare il film prima di leggere il libro possa influenzare il soggetto nel cimentarsi o meno nella lettura del libro. È quel che è capitato a me con 1984. Me lo fecero vedere a scuola e, tra il fatto di non aver capito minimamente la storia, l’atmosfera cupa e il finale tragico, mi sono occorsi ben nove anni, perché mi decidessi finalmente ad affrontare questa lettura. Non mi muovo rimproveri per questo, poiché, come dico sempre, ogni libro ha il suo momento. Ora che l’ho finalmente letto, l’approccio è completamente cambiato.
Ho compreso i reali significati di questo libro e lo amo. E semmai mi capitasse di rivedere il film, sono sicura che lo guarderò con occhi nuovi. Scritto nel 1948, è ambientato in un futuro prossimo in cui il mondo è diviso in tre superstati perennemente in lotta tra loro. L’individuo, o quel che ne resta, è alla mercé del “Partito” che controlla ogni singolo attimo della sua vita, persino il sonno. È proibito divertirsi, è proibito avere una vita privata, è proibito pensare, in una parola essere umani. In tutto questo solo Winston e Julia osano intraprendere una piccola grande lotta per riconquistare un briciolo di umanità. Dalla prima all’ultima pagina si respira un’atmosfera densa e opprimente. Se si prova ad immaginare l’ambiente lo si vede sotto un cielo perennemente coperto di nuvole nere e grigie, nonostante l’autore non manchi di descrivere le condizioni atmosferiche in cui si svolgono le vicende dei due protagonisti. Se ci si concentra, sembra anche di sentire il freddo che ti morde la pelle e l’odore di chiuso e stantio degli edifici. Il Partito con i suoi teleschermi che ti guardano ogni secondo; l’immagine del Grande Fratello, affissa ovunque, che rimanda a un Hitler o uno Stalin; la filosofia stessa del Partito è, più che un’ideologia, una religione. Lo mostra chiaramente l’incontro dei protagonisti con O’Brien. La cosa che più colpisce è la permanente opera di distruzione di ogni traccia di passato in disaccordo con il Partito, perché niente esiste se non viene ricordato. Una lobotomia di massa. Soltanto i “prolet” sono risparmiati, in quanto schiavi, da questa invasione. Winston, benché non del tutto coscientemente, sente dentro di sé che quella non è la vita che un essere umano dovrebbe fare e, insieme a Julia, cerca di riappropriarsi della sua anima, sperando al contempo in una futura ribellione. Il libro allo stesso tempo ti attira e ti respinge. Ti respinge perché il clima da incubo che vi si respira ti invita a buttarlo contro il muro, ritenendoti fortunato di vivere nella tua realtà e ringraziando che la profezia di Orwell non si sia avverata. A ben vedere, però, è riduttivo, se non, fuorviante, ritenerlo una profezia non avverata. L’autore ha portato, nella fantasia, all’estremo la situazione che vedeva nel suo tempo, offrendo un monito per il presente e per il futuro. Il suo scopo era metterci in guardia contro ogni forma di totalitarismo, a diffidare del potere, o meglio dell’amore per il potere, poiché, checché ne dica il Partito, un sistema così è inevitabilmente destinato, prima o poi, ad implodere su stesso e a scomparire, trascinando con sé l’intera umanità. E viene da chiedersi perché tanta ossessione per il potere, perché l’essere umano da un lato continua a sognare un mondo senza disuguaglianze a dall’altro fa di tutto per non realizzarlo. Orwell non dà risposte a queste domande, ci dice semplicemente che non c’è speranza, né riparo, nemmeno all’interno della scatola cranica. Ti attira perché, con lo stile scorrevole, facile da seguire, si resta ipnotizzati dalla vicenda dei due protagonisti, speri con tutto il cuore che ce la facciano, che resistano nella lotta alla riconquista della loro umanità in quella specie di Auschwitz divenuta città. Lo continui a sperare anche se il finale non dà motivi per sperare. Un libro da tenere sempre sul comodino, da rileggere più e più volte, per ricordarsi cosa sia la libertà, cosa sia il libero pensiero. In una parola cosa voglia dire essere umani.
venerdì 24 gennaio 2020
Elogio del lavoro: recensione de LA CHIAVE A STELLA di Primo Levi
Elogio del lavoro: recensione de LA CHIAVE A STELLA di Primo Levi
A cura di Selene Luise
Cruccio maggiore di ogni specie
vivente, sin dai primordi, è procacciarsi il nutrimento necessario per
vivere. Ciò vale anche e soprattutto per
il genere umano. Prima con la caccia e
la raccolta, poi con il baratto, finché non venne inventata una comune merce di
scambio, chiamata denaro, per procurarsi la quale occorre lavorare. Che il lettore non si offenda di questa
premessa un po’marxista, ma necessaria per introdurre il libro oggetto di
questa recensione, LA CHIAVE A STELLA, il cui protagonista è, appunto, il
lavoro.
Considerata dall’autore la sua “opera prima”, poiché scritta nel
momento della sua vita in cui, lasciato il mestiere di chimico, si dedicò
completamente alla scrittura, racconta di un dialogo tra l’autore e l’operaio
specializzato Faussone, che gira il mondo montando gru e ponteggi con la sua
inseparabile chiave a stella. Questa storia è stata da molti definita
“un’odissea moderna”, e in un certo senso lo è, ma io la vedo in un altro modo.
Dai racconti di Faussone, il cui stile si avvicina al complicatissimo flusso di
coscienza, e di conseguenza richiedono al lettore uno sforzo in più poterli
seguire, talmente dettagliati nelle
descrizioni da apparire talvolta noiosi per chi di cantieri ne sa poco o nulla,
emerge una passione, un amore sconfinato per la professione da lui svolta che
può lasciare di stucco il lettore odierno, specie se giovane. Un amore che, per
bocca di Faussone stesso, viene esteso a mestieri di ogni genere, pratici ed
intellettuali, creando un vero e proprio elogio del lavoro.
Del lavoro inteso come l’atto di guadagnarsi
da vivere svolgendo una professione che piace, innanzitutto, e che porta
vantaggi a se stessi e alla comunità. Un messaggio importantissimo all’epoca e
che adesso si è, purtroppo, dimenticato. Nel mondo di oggi, così frenetico,
votato al culto dei beni materiali, del consumismo, traspare un messaggio
completamente sbagliato, a mio parere. Il messaggio che la vita sia un continuo
sperpero, un monotono passare da un aggeggio tecnologico e l’altro, dove viene
premiata l’arte del “fregare l’altro” e, cosa ancora più grave, che la vera
vita sia quella dei ricchi che passano le giornate a far niente mentre lavorare
è considerato quasi un disonore, una schiavitù che non porta a nulla. Tant'è
che in alcune zone del paese, i ragazzini, anziché pensare a costruirsi un
futuro, si buttano nel nero mare della criminalità organizzata, attratti dalla
prospettiva di avere tutto e subito.
Questo libro ci insegna che il lavoro è
dignità, realizzazione, è fare il bene
per se stessi e per gli altri. Faussone lo spiega chiaramente raccontando la
soddisfazione che prova quando vede una sua costruzione crescere e reggersi in
piedi. A volte arriva persino ad affezionarcisi. Discorso, questo, che vale per
lo scrittore, per il chimico, il medico, il giurista e tutti i mestieri del
mondo. Un messaggio fortissimo detto da Primo Levi che, in lager, aveva
sperimentato sulla sua pelle il lavoro-schiavitù, la fatica senza compenso che
umilia e degrada chi la svolge.
Qualcuno
ha detto che un libro che tratta una tematica del genere non sarebbe di moda al
giorno d’oggi. Ebbene io penso che ora più che mai si abbia bisogno di libri
come questo, che insegnino l’importanza
di porsi uno scopo nella vita, a scegliere la professione seguendo le
proprie inclinazioni, per quanto possa essere difficile dati i tempi che
corrono, che ci ricordi che il lavoro è un diritto che porta dignità e
autorealizzazione, non un disonore. Un libro attualissimo che può essere una guida in
un mondo caotico e pazzo che fa delle persone delle res.
venerdì 17 gennaio 2020
Il bianco occhio meccanico: recensione di LITHIUM 48 di Fabio Iuliano
Il bianco occhio meccanico: recensione di LITHIUM 48 di Fabio Iuliano (Aurora Edizioni)
Tutti hanno dei crucci con cui fare i conti, nel corso della vita. Anche io ne ho uno che mi porto dietro dall’infanzia: quello di non riuscire a capire il mondo.
Ho sempre avuto la sensazione che questo pazzo mondo in cui viviamo, che negli ultimi anni ha aumentato sempre di più la velocità dei suoi ingranaggi, parlasse un linguaggio a me sconosciuto che, per qualche misterioso motivo, tutti sembravano comprendere, tranne me.
Ho cercato la soluzione ai suoi enigmi nei miei studi, nelle mie letture e, da ultimo, nei miei scritti. E le ho trovate. Ne ho appreso i meccanismi come quando si impara ad usare un computer nuovo, o a guidare una macchina. Tuttavia il senso di smarrimento non è mai sparito del tutto.
Lo stesso smarrimento che ho visto in Simone, il protagonista del libro che mi accingo a recensire. Simone è un giovane musicista e blogger che, per lavoro, si trasferisce a Parigi ed è convinto di essere inseguito dalle telecamere. Il suo turbamento arriva a tal punto da condurlo a essere rinchiuso in una stanza completamente bianca, in un posto che di bianco ha persino il nome. Un bianco accecante, fatto per annientare i sensi.
Assordante nonostante il fatto che sia un colore anziché un suono. È il più subdolo dei colori, il bianco, perché si presta alle più contraddittorie interpretazioni. Se da un lato può rappresentare la purezza, dall'altro può anche voler dire smarrimento, ansia. Qualcuno ha detto che potrebbe essere il colore del nulla. Un non-colore, anche se, fisicamente parlando, li racchiude tutti. In esso potrebbe facilmente nascondersi un occhio, anzi mille occhi, che ogni minuto vedono tutto ciò che facciamo (“il Grande Fratello ti guarda”).
E qui torniamo all’ossessione del protagonista. Ma è un delirio del tutto infondato? Il mondo di oggi ha creato il web e i social network per accorciare le distanze e facilitare la comunicazione tra gli esseri umani. Nel corso di pochi anni, la tecnologia ha avuto uno sviluppo senza precedenti, e che cosa ci sta portando? A mio parere, risultati non buoni. Oggigiorno siamo sempre più connessi, ma siamo sempre più soli.
I social network ci fanno sapere tutto di tutti, ma ci fanno perdere il
contatto con noi stessi, con il nostro io più profondo. I nostri dati volano ovunque e fermarli è complicato quanto tentare di afferrare il fumo. Il mondo è una macchina impazzita che fagocita l’umanità e tutto ciò che ci rende qualcosa di più di un animale che cammina e respira per trasformare i suoi stessi creatori in macchinette. Il peggio è che nessuno sembra accorgersene e chi lo comprende come deve sentirsi se non smarrito di fronte a tutto questo?
Cosa deve fare per non rimanere incastrato nei suoi ingranaggi, come in “Tempi moderni”? C’è una speranza di sfuggire a questa disumanizzazione? Io credo di si, e si trova nelle arti e in libri come questo. L’autore è riuscito a concentrare in poche pagine un thriller psicologico-distopico in maniera magistrale. Durante la lettura si ha l’impressione che George Orwell e Ray Bradbury abbiano guidato la mano dell’autore, creando una magnifica trama in cui le tematiche del progresso impazzito, dello smarrimento dell’individuo di fronte alla società globalizzata, della malattia mentale si intrecciano in un puzzle perfetto, dove ogni argomento ha il suo posto e niente è lasciato al caso.
La suspense, poi, che non deve mai mancare in thriller degno di questo nome, è perfetta. Inchioda il lettore fino all’ultima pagina. Questo libro è un’ottima chiave per capire il mondo di oggi, come esso si sta evolvendo e come ci stiamo evolvendo noi. Il volume ridotto lo rende adatto anche ai neofiti della lettura. Un libro da leggere e rileggere più volte, che ha già il suo posto nel firmamento del romanzo psicologico.
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mercoledì 29 maggio 2019
Recensione de I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi, Einaudi
Recensione de I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi, Einaudi a cura di Selene Luise
Autopsia letteraria
Qualche tempo fa, dissi che i libri piccoli di spessore sono
i più duri e più difficili da affrontare, poiché in essi il miele dell’autore
non è diluito ma concentrato, e quindi somministrato a palate. L’autore con il
quale mi sto cimentando in questo periodo, Primo Levi, me ne ha dato la prova
schiacciante.
Ha una prosa semplice, scorrevole, eppure a volte capitano dei
periodi o intere pagine che devi rileggere più volte per afferrarle, perché ciò
che ha vissuto e che racconta, pur
essendo fatti veri, accaduti soltanto il secolo scorso, vanno così al di là del
normale, sono così al di fuori dell’umanamente concepibile, che bisogna
compiere uno sforzo titanico per andare avanti nella lettura, comprendere,
anche solo lasciare che la mente assorba quanto letto.
I SOMMERSI E I SALVATI è
la terza opera di questo autore che leggo. La lettura è stata proficua ma
faticosa per i motivi suddetti e ora anche nel recensirlo sto trovando
difficoltà, quindi prego il lettore di non restare troppo deluso del risultato.
Scritto a distanza di quarant'anni da quel periodo nero, in questo libro
troviamo un Primo Levi molto diverso da quello di SE QUESTO È UN UOMO e LA
TREGUA.
Ora entrato nella terza età, con alle spalle una carriera ormai solida
di scrittore, lo vediamo tornare ai tragici eventi che lo avevano indotto a
dedicarsi alla pagina scritta, ma ora nella veste, seppur involontaria, di
psicologo, storico e sociologo. In questo saggio, l’autore scende ancora più a
fondo degli eventi che ha vissuto e li sviscera in ogni singola particella,
compiendo una vera e propria autopsia letteraria, servendosi della penna come
di un bisturi.
A cominciare dalla
memoria in sé per sé “strumento meraviglioso ma fallace”, come a voler ribadire che lui, reduce, è solo
un testimone il cui compito è raccontare ciò che ha vissuto, affinché il mondo
sappia che il fondo più basso della cattiveria umana è stato toccato e che una
cosa del genere non abbia più a ripetersi.
Levi rifiuta con forza ogni altra
etichetta che il mondo vorrebbe dargli come reduce, da quella di giudice a
quella di miracolato. Esamina ogni dettaglio, anche il più agghiacciante;
risponde alle domande che più spesso si sente rivolgere e analizza le reazioni
dei suoi interlocutori. Ciò che ancora una volta colpisce di questo autore è la
potenza dostoevskiana con cui analizza l’animo umano, anche quello dei suoi
stessi carnefici, il tutto senza commiserazione né odio. Il capitolo che mi ha
colpito di più è stato “lettere di tedeschi” dove l’autore raccoglie le
corrispondenze ricevute dalla Germania in occasione della traduzione in tedesco
di SE QUESTO È UN UOMO.
C’era chi tentava giustificazioni dicendo di non aver
capito; chi, a causa della giovane età, non poteva esprimer giudizi ma sentiva
comunque un certo senso di colpa e una sola che ammetteva il reale
comportamento. Insomma una miriade di reazioni diverse.
A volte mi capita di
chiedermi cosa pensino i tedeschi di oggi di quei terribili eventi, se ne
vergognano? Chi lo sa. Probabilmente , oggi come allora, si avrebbe una moltitudine
di risposte diverse, tale che sarebbe impossibile darne una definizione.
L’unica cosa che so è che questo libro piccolo e crudele contiene la più
scomoda delle verità, cioè che il fondo dei fondi del comportamento umano non è
stato toccato in un paese remoto e selvaggio, ma nella civile Europa. Niente
potrà mai cancellare questa macchia, ma si può fare in modo che non accada mai
più.
Perciò ogni essere umano, e in particolare noi europei, dovrebbe leggere
questo libro, in modo da tenere gli occhi aperti e stare in guardia, perché la
storia è un anello e l’essere umano non sempre sceglie il bene.
domenica 3 marzo 2019
Con gli occhi del fanciullo di Antonio Fasulo, il potere curativo della scrittura
Recensione 'Con gli occhi del fanciullo' di Antonio Fasulo, Arkhé edizioni
Il potere curativo della scrittura
È ormai risaputo che le arti hanno il potere di curare le ferite dell’anima.
La scelta di quale arte servirsi, per aggiustarsi dentro, dipende da quello che ciascuno di noi è.
C’è chi preferisce disegnare, incidendo i propri sogni e i propri demoni su tela, come Van Gogh e Munch, chi cercare la bellezza nel marmo, come Michelangelo e infine chi scolpisce i propri pensieri
nero su bianco, dando vita a meravigliose poesie o a stupendi romanzi.
Avendolo sperimentato io stessa, non ho alcun dubbio sul fatto che la scrittura sia una dialisi per l’anima.
Non per niente il mio primo romanzo è stato un “libro-sfogo” uno di quelli in cui l’autore si racconta a tutto tondo e allo stesso tempo si nasconde agli occhi del lettore.
Può sembrare un paradosso, ma vi assicuro che è vero.
Un “libro-sfogo” è anche quello che mi accingo a recensire. 'Con gli occhi del fanciullo' è una
biografia in cui l’autore, attraverso gli occhi di sé stesso bambino, ripercorre la propria esistenza, analizzando gli eventi che lo hanno portato ad essere l’uomo che è diventato. La nascita, l’infanzia,
l’adolescenza , la prima giovinezza fino all’arruolamento.
Leggendo queste pagine, nel loro stile scorrevole, mai noioso o pesante, capace di rendere interessanti anche le piccole cose cui generalmente la pagina scritta si dedica poco, ho avuto l’impressione di avere di nuovo per le mani 'La coscienza di Zeno' di Svevo, ma scritta in modo ordinato e, a tratti, 'Un cappello pieno di ciliegie' di Oriana Fallaci.
Soprattutto per la descrizione dei personaggi, non molto profonda, ma piena di significato, tanto da avere l’impressione di averli davvero davanti agli occhi, mentre si legge. Lo stesso vale per i luoghi. Una delle parti che più mi ha colpito è stata la descrizione della giornata al mare, che mi ha
riportato alla mente le estati della mia infanzia.
L’intento dell’autore, però, non è solo quello di raccontarci la sua vita, ma il voler trasmettere
un insegnamento molto difficile da mettere in pratica : tutti noi, nella vita, prima o poi, viviamo qualcosa che ci segna profondamente, uno spartiacque tra un prima e un dopo, e quando succede, la prima reazione è la rimozione.
Ciò è comprensibile, ma arriva sempre il momento in cui bisogna fare i conti con ciò che ci ha segnati, riviverlo per rielaborarlo e accettarlo, e insieme a lui, ciò che siamo diventati. Solo così possiamo crescere e migliorarci.
Questa lettura è stata molto importante per me, perché mi ha aiutata a comprendere meglio questa verità che era già dentro di me. Spero che sia cosi anche per i futuri lettori di questo libro e
auguro all’autore ogni bene e ogni successo.
Il potere curativo della scrittura
È ormai risaputo che le arti hanno il potere di curare le ferite dell’anima.
La scelta di quale arte servirsi, per aggiustarsi dentro, dipende da quello che ciascuno di noi è.
L'autore Antonio Fasulo
C’è chi preferisce disegnare, incidendo i propri sogni e i propri demoni su tela, come Van Gogh e Munch, chi cercare la bellezza nel marmo, come Michelangelo e infine chi scolpisce i propri pensieri
nero su bianco, dando vita a meravigliose poesie o a stupendi romanzi.
Avendolo sperimentato io stessa, non ho alcun dubbio sul fatto che la scrittura sia una dialisi per l’anima.
Non per niente il mio primo romanzo è stato un “libro-sfogo” uno di quelli in cui l’autore si racconta a tutto tondo e allo stesso tempo si nasconde agli occhi del lettore.
Può sembrare un paradosso, ma vi assicuro che è vero.
Un “libro-sfogo” è anche quello che mi accingo a recensire. 'Con gli occhi del fanciullo' è una
biografia in cui l’autore, attraverso gli occhi di sé stesso bambino, ripercorre la propria esistenza, analizzando gli eventi che lo hanno portato ad essere l’uomo che è diventato. La nascita, l’infanzia,
l’adolescenza , la prima giovinezza fino all’arruolamento.
Leggendo queste pagine, nel loro stile scorrevole, mai noioso o pesante, capace di rendere interessanti anche le piccole cose cui generalmente la pagina scritta si dedica poco, ho avuto l’impressione di avere di nuovo per le mani 'La coscienza di Zeno' di Svevo, ma scritta in modo ordinato e, a tratti, 'Un cappello pieno di ciliegie' di Oriana Fallaci.
Soprattutto per la descrizione dei personaggi, non molto profonda, ma piena di significato, tanto da avere l’impressione di averli davvero davanti agli occhi, mentre si legge. Lo stesso vale per i luoghi. Una delle parti che più mi ha colpito è stata la descrizione della giornata al mare, che mi ha
riportato alla mente le estati della mia infanzia.
L’intento dell’autore, però, non è solo quello di raccontarci la sua vita, ma il voler trasmettere
un insegnamento molto difficile da mettere in pratica : tutti noi, nella vita, prima o poi, viviamo qualcosa che ci segna profondamente, uno spartiacque tra un prima e un dopo, e quando succede, la prima reazione è la rimozione.
Ciò è comprensibile, ma arriva sempre il momento in cui bisogna fare i conti con ciò che ci ha segnati, riviverlo per rielaborarlo e accettarlo, e insieme a lui, ciò che siamo diventati. Solo così possiamo crescere e migliorarci.
Questa lettura è stata molto importante per me, perché mi ha aiutata a comprendere meglio questa verità che era già dentro di me. Spero che sia cosi anche per i futuri lettori di questo libro e
auguro all’autore ogni bene e ogni successo.
#selenerecensisce #seleneluise #congliocchidelfanciullo #scrittura #antoniofasulo #potere curativo #orianafallaci #italosvevo
mercoledì 26 dicembre 2018
Il colore dell'inganno, un thriller… puskiniano
Un thriller… puskiniano
Recensione de "Il colore dell'inganno" di Eraldo Guadagnoli, Virginia Edizioni.

Nella foto, l'autore Eraldo Guadagnoli
Ho letto, da qualche parte, che ogni cosa ha un colore, comprese le azioni e le emozioni. Non so quanto questo sia vero, ma se così fosse, che colore avrebbe l’inganno?
Sarebbe nero come le tenebre, rosso come il sangue, oppure bianco? Del colore più puro, ma allo stesso tempo quello che si contamina più facilmente?
Questo il quesito di fondo, affrontato dai personaggi del libro che mi accingo a recensire: "Il colore dell'inganno".
La vicenda si svolge tutta in un flashback attraverso il racconto di Miriam, che viene sentita come persona informata dei fatti in un caso che vede l’uccisione di un pregiudicato e la misteriosa sparizione del suo tesoretto.
Attraverso il racconto di Miriam, il lettore viene portato nel mondo della malavita romana, un mondo fatto di violenza e prevaricazione, dove le uniche leggi sono la gerarchia e il rispetto dei capi.
Chi mi legge sa quanto mi piacciano i thriller, e devo dire che questo non ha affatto deluso le mie aspettative.
Nel corso della lettura si viene trasportati alla velocità della luce nella trama del romanzo, con la voce
narrante che, tramite i dialoghi dei personaggi, ti porta nel cuore della vicenda, facendo sentire il lettore stesso parte della storia, quasi fosse anche lui un personaggio.
Lo stile è molto semplice e scorrevole, ricorda un po' la prosa di Puskin, senza fronzoli né frasi interminabili e ciò lo rende un libro facile da seguire anche per chi non ha familiarità con il genere.
Consiglio questo libro tanto agli appassionati quanto ai neofiti del genere, e anche a chi vuole saperne di più sulla malavita romana.
Per acquistare il libro
Recensione de "Il colore dell'inganno" di Eraldo Guadagnoli, Virginia Edizioni.

Nella foto, l'autore Eraldo Guadagnoli
Ho letto, da qualche parte, che ogni cosa ha un colore, comprese le azioni e le emozioni. Non so quanto questo sia vero, ma se così fosse, che colore avrebbe l’inganno?
Sarebbe nero come le tenebre, rosso come il sangue, oppure bianco? Del colore più puro, ma allo stesso tempo quello che si contamina più facilmente?
Questo il quesito di fondo, affrontato dai personaggi del libro che mi accingo a recensire: "Il colore dell'inganno".
La vicenda si svolge tutta in un flashback attraverso il racconto di Miriam, che viene sentita come persona informata dei fatti in un caso che vede l’uccisione di un pregiudicato e la misteriosa sparizione del suo tesoretto.
Attraverso il racconto di Miriam, il lettore viene portato nel mondo della malavita romana, un mondo fatto di violenza e prevaricazione, dove le uniche leggi sono la gerarchia e il rispetto dei capi.
Chi mi legge sa quanto mi piacciano i thriller, e devo dire che questo non ha affatto deluso le mie aspettative.
Nel corso della lettura si viene trasportati alla velocità della luce nella trama del romanzo, con la voce
narrante che, tramite i dialoghi dei personaggi, ti porta nel cuore della vicenda, facendo sentire il lettore stesso parte della storia, quasi fosse anche lui un personaggio.
Lo stile è molto semplice e scorrevole, ricorda un po' la prosa di Puskin, senza fronzoli né frasi interminabili e ciò lo rende un libro facile da seguire anche per chi non ha familiarità con il genere.
Consiglio questo libro tanto agli appassionati quanto ai neofiti del genere, e anche a chi vuole saperne di più sulla malavita romana.
Per acquistare il libro
venerdì 2 dicembre 2016
I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni. Una dura fatica.
Tutti, almeno una volta nella vita,
abbiamo avuto a che fare con I PROMESSI SPOSI, questo librone noioso, scritto
in un italiano talmente astruso da sembrare quasi una lingua straniera. Costretti a studiarlo a scuola, chissà quante
volte lo abbiamo maledetto. Quante volte ci siamo detti “ma Manzoni non aveva
niente di meglio da fare che scrivere un libraccio che piace solo ai bacucchi?”
Me lo chiedevo anch’io, ai tempi del liceo, quando mi lambiccavo il cervello
sulle sue pagine, cercando significati che non volevano lasciarsi trovare, e
con i quali buttar giù i temi. Quanto
lo ho odiato! Poi, chissà perché, quest’anno mi è venuta voglia di riprenderlo,
e così, in un ‘edizione diversa da quella scolastica, mi sono cimentata di
nuovo in questa lettura e, benché non me ne sia perdutamente innamorata, l’ho
rivalutato. Ora che sulla lettura non
pesavano più i temi da svolgere, l’ho riletto con uno spirito più predisposto
verso quella che è una delle due punte di diamante della letteratura italiana,
nonché con una mente più matura, quindi scevra da pregiudizi, e un maggiore
senso critico. Con questi strumenti mi sono di nuovo incamminata per quel
paesino sul lago di Como, di nuovo ho accompagnato Don Abbondio all’incontro
con i bravi, seguito Renzo e Lucia nelle loro peripezie, scavato nell’anima
dell’Innominato e della monaca di Monza, il personaggio che mi è piaciuto di
più, assistito alla peste di Milano, appreso “il sugo di tutta la storia” e
perfino riso per l’ironia dell’autore nel narrare fatti anche parecchio
tragici. Ebbene ora di questo libro,
benché non lo ami particolarmente, non posso fare a meno di dire quel che Dostoevskij
disse di Anna Karenina: I PROMESSI SPOSI è un’opera assolutamente perfetta. Tanto nella trama quanto nella struttura. Manzoni ci ha regalato uno specchio perfetto
di quella che è la società italiana ancora oggi, a distanza di più di duecento
anni. I Don Rodrigo che oggi sono i boss
mafiosi, i Renzo e Lucia che oggi sono le persone vessate dalle mille
difficoltà della vita, con uno Stato corrotto e dormiente. Ce lo dimostra
chiaramente nell’amaro racconto di quando, all’arrivo della peste, i potenti di
Milano tutto fanno fuorché prendere le giuste precauzioni e “impiegano i danari
del pubblico nello sproposito”. In mezzo
a tutto questo, però, l’autore non manca di inserire personaggi e situazioni
positive, come il cardinal Federico Borromeo, sempre pronto ad aiutare tutti,
l’Innominato che, dopo una vita dissoluta, si converte e diventa un santo in
terra. Come a dire che non è mai troppo tardi per redimersi, per quanto male si
sia fatto. Che nello stesso male può nascondersi il bene. Una scena che mi ha
colpito particolarmente è il pezzo della madre di Cecilia, la bambina morta di
peste che si avvia alla tomba vestita a festa. La compostezza e il dolore
dignitoso in mezzo a tanto squallore. Nocciolo di tutto, la fede nella
Provvidenza, che l’autore non si stanca mai di ribadire. Come non si stanca mai di ribadire di
sopportare con pazienza gli sgambetti della vita, che prima o poi tutto si
aggiusta. Un bel messaggio in un mondo
come quello attuale. Cosi connesso eppure cosi solo. Cosi progredito
tecnologicamente eppure mentalmente così indietro. Dove la speranza muore prima
di nascere, pazienza e perseveranza non si sa più cosa siano e i lieti fini
sono rari. Rileggere questo libro mi ha
fatto capire molto del paese in cui vivo, dell’animo umano e dell’uomo in
generale, vero protagonista del romanzo.
Un’opera che vale la pena odiare da ragazzi e riscoprire da adulti, che
vale la fatica durata a comprenderlo, che anche se non lo ami non puoi non
apprezzare. Insomma un rapporto complicato
che non si può fare a meno di vivere.
sabato 5 novembre 2016
Recensione di INSCIALLAH di Oriana Fallaci - a cura di Selene Luise
L’Iliade del
novecento
Piccola
Iliade. È così che Oriana Fallaci, per bocca di uno dei personaggi, definisce
uno dei suoi massimi capolavori: Insciallah. Che poi tanto piccola non è, viste le sue ottocento pagine. Uscito a
parecchi anni di distanza dall'ultima fatica letteraria dell’autrice, questo
romanzo si svolge nell'arco di tre mesi e racconta del contingente italiano a
Beirut, al tempo dei sanguinosi eventi che
sconvolsero gli ultimi due decenni del secolo scorso. Si apre con l’orrenda
immagine dei cani randagi che invadono,
di notte, la città semidistrutta in cerca di carcasse da sbranare e con una duplice
strage e, così facendo, il lettore si trova subito scaraventato in un racconto
di guerra. Insomma, sin dall'incipit è avvertito di non aspettarsi niente di
buono dalla storia che sta per leggere.
Sulla scena compaiono in tutto una sessantina di personaggi, tra cui i più
importanti sono: il Professore, portavoce dell’autrice stessa, che per non
sentirsi solo scrive lettere ad una moglie che non ha. Charlie, comandante-chioccia dei suoi
sottoposti. Angelo ,il matematico alla ricerca della formula della Vita, il
quale cerca nei numeri la via per sfuggire al caos del mondo, un caos che lo
spaventa, dal quale si sente risucchiato e da cui la sua matematica non può
proteggerlo. Angelo è corteggiato da Ninette, una misteriosa ragazza libanese
che sembra non voglia altro che un po’ di leggerezza in mezzo a tanto orrore,
ma con una tragedia alle spalle. I
piccoli Maometto e Leida , Paspartout, metafore dell’infanzia uccisa o rovinata dalla guerra decisa dai grandi, e
molti altri. L’autrice ce li presenta uno
per uno, nell'intimo della loro psiche. Ce li fa conoscere così in profondità
che alla fine, anche se magari sono antipatici come Cavallo Pazzo, non puoi
fare a meno di amarli. Parte dalla loro sovrastruttura di soldati, figura di
cui la gente è abituata a vedere la durezza , la compostezza, la disciplina. Nient’altro che la divisa che portano addosso,
ma Oriana, con una maestria da meccanico, piano
piano ,pezzo dopo pezzo, smonta questa corazza e ce li rivela in tutta la loro nuda fragilità di esseri
umani. Di creature inermi che conducono
una guerra gli uni contro gli altri. E per che cosa? Tanti personaggi ma un
solo protagonista, la guerra. Questa sporca abitudine di scannarsi gli uni con
gli altri. La guerra che non risparmia nessuno, nemmeno i bambini. Anzi sono
proprio loro a pagare il prezzo più alto. La guerra che fa dell’essere umano un
mostro ; La guerra dove non c’è posto per i sentimenti, dove l’essenza stessa
della vita viene annullata sotto le bombe e i colpi di mortaio. Leggendo il
libro, ho amato ciascuno di questi personaggi. Ho avuto voglia di abbracciarli
uno per uno. E nello stesso tempo riflettevo. Riflettevo sul fatto di come
l’uomo riesca ad essere contemporaneamente la creatura più intelligente e la
più stupida. Capace di scrivere la
Divina Commedia come il Mein Kampf, di costruire computer superveloci come armi
da guerra. In una parola, l’unica specie che usa la sua intelligenza per
annientare sé stessa. E da ciò tanti
interrogativi, tante domande sull'uomo, i suoi conflitti, il mondo crudele che
stiamo distruggendo, dimentichi che ne abbiamo uno solo. Insciallah è una tappa
obbligata per chi vuole scrivere, ma anche una preziosissima pietra miliare per
capire il secolo appena passato e dare uno sguardo a ciò che verrà. Vale la
pena affrontare questo mattone un poco alla volta, come per UN UOMO, e lasciare
che ci tocchi mente e cuore.
domenica 23 ottobre 2016
Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci. Una fiaba reale
Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci.
Una fiaba reale
martedì 13 settembre 2016
Recensione IL NIDO DELLA FOLLIA di Francesco Proia. Anfiteatro Editore.
Recensione IL NIDO DELLA FOLLIA di Francesco Proia. Anfiteatro Editore.
Uno sguardo sul lato oscuro della mente umana
Il libro che mi accingo a recensire rappresenta un primo, e
sottolineo, primo, punto di arrivo di un percorso riflessivo iniziato qualche
anno fa ,circa un tema tanto affascinante quanto spaventoso : la follia umana.
Quella strana cosa che tutti, chi più chi meno, abbiamo e ci fa paura. Tanta
paura che si è sempre cercato di occultarla, comprimerla, relegarla dove non la
si possa né vedere né sentire, se non da chi deve professionalmente
occuparsene. Un atteggiamento che non biasimo. Dopotutto è umano temere l’invisibile. Ambientato a L’Aquila ,nel
1956, il romanzo racconta di un funzionario ministeriale che, insieme al suo
superiore, deve compiere un’ispezione nell’ospedale psichiatrico di
Collemaggio. Un ‘ispezione che lo porterà a scontrarsi con i più neri abissi
della pazzia umana e sui crudeli metodi con cui si pretende di curarla. Il
giovane protagonista, durante il suo soggiorno nel manicomio, ha modo di
apprendere molte cose sulla follia. In primis, come ho già detto, che essa fa
parte di noi, di tutti noi, non solo di chi soffre di patologie mentali. In
quanto facente parte dell’essere umano, non la si può curare, solo tenere a
bada, ma soprattutto che tante, troppe volte essa viene usata per etichettare e
condannare ciò che la società non approva, come l’omosessualità, e che dietro di lei si nasconde il terrore della
diversità. Questo toccante libro ribadisce, inoltre, quanto è labile il confine
tra sanità e pazzia e che a volte le due cose si mischiano e si confondono.
L’intreccio è coinvolgente, ma lo stile, piuttosto pesantuccio, lascia un
pochino a desiderare. Non è scorrevole e manca di coinvolgimento. A tratti
sembra solo abbozzato. Nonostante questi pochi difetti, si tratta di un buon
libro. Una lettura obbligata per chiunque voglia approfondire questa affascinante, inquietante
tematica.
sabato 6 agosto 2016
"Incubo" di Wulf Dorn
Una lettura
da “incubo”
Ci sono libri che, una volta
letti, ti restano appiccicati addosso come sanguisughe, con tutta una caterva
di pensieri e sensazioni. “Incubo” è uno di questi. Quando mi accinsi a
leggerlo, avevo una vaga idea di cosa stavo per affrontare, dato che di questo
autore ho letto tutte le opere precedenti, ciascuna delle quali mi ha lasciato
qualcosa. Ma con questa sua ultima fatica è stato diverso. Oserei dire
traumatizzante. Affrontare questa lettura è stato letteralmente un incubo. Il
motivo riguarda principalmente la trama. Racconta di un ragazzo autistico che
perde i genitori in un incidente d’auto, con tutte le conseguenze che gli
piombano addosso come macigni. In primis il senso di colpa per essere
sopravvissuto, gli incubi e i vuoti di memoria dovuti al trauma. In secundis,
il dover affrontare il doloroso inizio
di una nuova vita. In tante peripezie, l’unica nota positiva è la sua amicizia
con Caro, una ragazzina che conosce nella nuova scuola, la quale lo capisce e
lo accetta così com’è. Segue poi una vicenda intricata, fino al finale che
colpisce come un pugno in pieno volto. Ero preparata al classico colpo di scena alla
Dorn, però non immaginavo un tale colpo. Comunque, non è questo il motivo per
cui questo libro mi ha tanto sconvolta. Il fatto è che esso ha toccato dei temi
che da sette lunghi anni sono appiccicati, anzi marchiati a fuoco, nella mia
anima. La transitorietà, l’illusione della sicurezza, il fatto che tutto possa cambiare da un momento
all’altro. Io ho avuto modo di imparare tutto ciò a mie spese una notte di
aprile. La maledetta notte in cui il terremoto , in ventitré lunghissimi
secondi, mi ha tolto tutto ciò che fino ad allora era stata la mia vita. Sembrava
che il protagonista fosse la somma delle mie insicurezze e delle mie fragilità
di allora, incarnatesi in un personaggio di carta e inchiostro messo lì a mostrarmi cosa sarebbe potuto
succedere se non le avessi tenute a bada. Mi sono
presa un tale spavento che dubito che prenderò di nuovo in mano qualcosa di
questo autore. Kafka diceva che un libro deve essere un’ascia per il mare
ghiacciato che è dentro di noi. Sono d’accordo, ma questa volta l’ascia è
penetrata troppo a fondo, andando a toccare punti ancora dolenti, nonostante il
passare il tempo. Nonostante questo, però, non mi pento di averlo letto. Perché
se da un lato ha toccato ferite ancora aperte, dall’altro mi ha ricordato che
ho un carattere forte, grazie al quale non sono crollata e le avversità che ho
dovuto affrontare non hanno avuto la meglio su di me. Ha riportato alla mia
mente il più grande insegnamento che ho tratto dal terremoto : carpe diem.
Cogli l’attimo, perché niente è eterno e tutto può cambiare da un momento
all’altro. E quando avviene, mai lasciarsi abbattere, ma farsi forza e
rimettersi in piedi, perché la vita è una guerra, e in guerra o si combatte o
si muore. Libro consigliatissimo, ma
leggetelo armati di coraggio.
giovedì 14 luglio 2016
DELITTO E CASTIGO: il romanzo multicolore.
DELITTO E CASTIGO: il romanzo
multicolore.
DELITTO E CASTIGO di Fedor Dostoevskij è il primo classico
che ho letto di mia spontanea volontà, nonché il romanzo che mi ha iniziata al
mondo dostoevskiano e ai classici in generale. La definizione che di solito ne
dà la critica è quella di “poliziesco”, “romanzo criminale”. A mio parere una
tale definizione è oltremodo riduttiva. In esso, nella sua trama, si
intrecciano molteplici tematiche come la libertà, il sentimento del giusto e
dell’ingiusto, del bene e del male, i modi umani di reagire al dolore, alla
sofferenza, l’espiazione delle proprie colpe e tantissimi altri. In questo
romanzo, ogni personaggio ha una sua autonomia, una sua personalità e dignità.
Sono indipendenti gli uni dagli altri. Ma il protagonista è uno solo:
Raskolnikov, un giovane studente. Il suo nome, si badi, non è casuale. Viene
dal termine raskolnik che significa
“scisma”, “rottura”. Raskolnikov, venuto a Pietroburgo dalla campagna per
frequentare l’università, a causa di gravi ristrettezze economiche è costretto
ad abbandonare gli studi e un bel giorno, per dimostrare a tutti, soprattutto a
se stesso, di essere un super-uomo, uccide una vecchia usuraia. Raskolnikov, nel
compiere il delitto, in un primo momento pensa anche di fare un favore
all’umanità, liberandola da un essere abietto come l’usuraia, ma col passare
del tempo la consapevolezza di aver commesso un grave crimine e il rimorso di
coscienza, alla fine, lo portano a costituirsi. Delitto, colpa ed espiazione.
Questi i tre cardini su cui si basa l’apparentemente semplice trama. Dico
apparentemente perché in essa si celano significati molto più profondi che
fanno capire come mai non solo è riduttivo, ma anche sbagliato, chiamarlo
“poliziesco”. Qui siamo di fronte ad una vero e proprio romanzo psicologico. La
vicenda del protagonista ci mostra che la libertà, se non frenata dai dovuti
limiti, si autonega. Raskolnikov è spesso considerato un anti-eroe. Ciò è vero
se lo confrontiamo con i protagonisti del resto della letteratura europea, ma
non se lo si analizza nella sua essenza. Io lo definirei l’eroe per eccellenza,
perché anche lui combatte contro i suoi nemici, che non sono tangibili ma
interiori (la sua colpa e la paura della punizione) e li sconfigge proprio
confessando il suo delitto e accettando il meritato castigo. Prima di giungere
a questo, però, Raskolnikov ci pone un importante interrogativo: “i più grandi
uomini della storia hanno fatto stragi
su stragi per arrivare dove sono arrivati, e i posteri li ricordano e li
celebrano quasi come dei. Perché io, che ho ucciso un pidocchio, devo andare ai
lavori forzati?” Una persona superficiale risponderebbe che quelle stragi erano
necessarie per il bene dell’umanità, ma noi semplici mortali siamo sicuri di
saper distinguere il bene dal male? Non vale forse per tutti il comandamento
“non uccidere”? Ciò vuol dire che l’umanità venera degli assassini ai quali, a
differenza di Raskolnikov, non viene imposto di pagare per le loro colpe e in
cui il potere ha messo a tacere la coscienza. È un quesito pesante come un
macigno, questo, che ci costringe a rivedere tutte le nostre convinzioni più
radicate, ma in questa sede sarebbe troppo lungo discuterne. Come ho detto
prima, accanto a Raskolnikov, ci sono altri personaggi che insieme a lui vivono
e agiscono. Tre i più importanti: i suoi opposti Marmeladov, Svidrjgajlov e la
protagonista femminile del romanzo: Sonja. Marmeladov è un povero disgraziato
con moglie e figli da sfamare, il cui impiego non gli permette di condurre
un’esistenza dignitosa, ma lui invece di reagire, passa la giornate ad
ubriacarsi; ma nonostante le botte della moglie e la consapevolezza della
propria situazione continua a vivere così. Lui rappresenta l’umanità sofferente
incapace di rimettersi in piedi, che passa il tempo a piangersi addosso e il
cui unico desiderio è essere compatita. Svidrjgajlov è un Raskolnikov al
negativo. Lui nella vita ha commesso una bassezza dietro l’altra e in ognuna di
esse trova un malsano piacere, il piacere di sprofondare sempre di più
nell’abisso dell’infamia. Egli rappresenta il masochismo, l’attrazione fatale
esercitata dal male sulla psiche umana. Il suo suicidio è l’altro risultato
dell’eccesiva libertà. Veniamo infine a Sonja, figlia di Marmeladov, la quale
per mantenere sé stessa e la famiglia è costretta a prostituirsi. Lei è esteriormente timida e insignificante, ma
dentro nasconde una grande forza d’animo. Nel corso della storia non la vediamo
mai lamentarsi della sua deplorevole situazione. Anzi sopporta la sua croce con
pazienza e dignità, confidando sempre in Cristo, tant’è che quando incontra
Raskolnikov e apprende da lui ciò che ha fatto, non solo non lo giudica, ma lo
ama. Lo ama perché vede in lui un’anima che soffre tormenti peggiori dei suoi. Sonja
considera sé stessa perduta per sempre, per lui vede che c’è una possibilità di
redenzione, ma solo se ammetterà la propria colpa e accetterà la sofferenza da
ciò derivante e la pena. È, infatti, proprio Sonja a convincere Raskolnikov a
costituirsi e lo segue fino in Siberia per stargli accanto durante la
reclusione. Raskolnikov all’inizio è infastidito da questo amore che Sonja
prova per lui, perché sente di non meritarlo e perché gli fa percepire ancora
di più la gravità della sua azione, ma alla fine lo accetta e vi si abbandona
completamente, in quanto capisce che questo lo aiuterà a redimersi e a
rigenerarsi ad una nuova vita al termine della pena. Ritroviamo qui il tema
dostoevskiano della sofferenza purificatrice e dei demoni presenti nella
società e nell’animo umano che, se guardiamo bene, è il vero protagonista del
romanzo. Un capolavoro di psicoanalisi alla stato puro con una manciata di
filosofia e romanticismo. Un arcobaleno di sentimenti che si intrecciano tra
loro. Per l’appunto una romanzo multicolore.
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