martedì 19 maggio 2020

Presentazione psicoanalitica del libro di poesie “Simimesis”di Valter Marcone, a cura di Maria Rita Ferri


SIMIMESIS  è una raccolta di poesie che racconta dieci anni di terremoto. A dieci anni dal terremoto del 2009 Valter Marcone ha raccontato in versi, nel volume SIMIMESIS edito dalla Daimon Edizioni di L’Aquila con la prefazione della dott.ssa Maria  Rita Ferri (psicoterapeuta psicoanalitico), una storia d’amore per una città.

Valter Marcone


Ora c’è il peso della terra

E tornare ancora lassù
dopo il terremoto
tra i giorni dissipati , teneri
e pieni d’ombra tra il rosa
delle albe e quell’acceso
giallo dei tramonti
è tornare come in un altro tempo .
Tornare lassù, come a chiedere 
arancio  di tramonti di sole,
e rosa delle albe ma anche  perdono
per non essere  più capaci
di vedere l’immagine dei baci,
il suono dei canti,
il rumore dei sogni.
Varcare poi  appena appena
la porta delle chiese
che non hanno più soglia
per pronunciare una preghiera
come quelle delle devozioni della sera
quando scacci dal sonno
case grigie e volti di uomini
perduti in un terremoto ,
voci e parole, insonnia, in somma  il tempo
d’una giornata ormai passata.
Tornare lassù come un mesto
pellegrinaggio attuale  senza vita
che la vita di qui è passata
ed è oggi  scomparsa.
In questa vecchia casa
non ci sono più vecchi
che cuciono il tempo
con i ricordi
e non ci sono bambini
che guardano dalle finestre  le rondini
e aspettano ricordi .
Ora c’è il peso della terra
che si è mossa,
della polvere , del cuore
che ha perso ogni carità
e non sa più dire nulla;
lassù , lassù sono  tornato
e ho  trovato le immagini
addormentate dell’amore
l’amore di chi
di qui passò e poi scomparve .





Silenzio nella notte

Silenzio nella notte
tra le case  le strade  le alte mura
e più che l’illusione
di un altro mondo  non dà.
Senti nascoste tra le ombre
e dentro  l’eco dei silenzi
assommati ai silenzi
quello che fu  un mondo
che fa appello al desiderio
di un’altra età  di un’altra
storia, d’un altro amore.
Mentre lontano  la valle
s’infittisce tra le piante
dalla finestra guardo il buio
e ascolto il silenzio.
Così cerco d’indovinare  il resto
della città e non so  cavarci
un senso di rimorso
io che non ho voglia di essere consolato
ma non ho neanche voglia
di mentire.
Perché io sono troppo tuo
compagno o mia città
e quindi non posso consolarti o mentirti.
Tu mi offri in cambio
la pace di questa notte
di buio e silenzio
e io non so dire
se è il caso di versare
o reprimere una lacrima .
Quello che è certo
e penso come in un brivido
quello che brucia questo desiderio
 è il desiderio  senza fine
di risposte,di risposte
ora  negate.













Nella contentezza degli scampati

Nella contentezza degli scampati
ognuno di noi sapeva
quello che avrebbe cantato quando ci sarebbe stato  solo
il rumore del mare  là proprio sull’ultimo orizzonte
ma anche dentro le piazze, le case
le stanze ,le strade della città abbattuta.
Avrebbe saputo 
che non era più tempo di potare la rosa,
accarezzare il gatto, bere birra ghiacciata l’estate.
Sono ricomparsi  poi nel giorno successivo
 il tramonto e i suoi colori,
la luna e i suoi vapori
ma ognuno di noi sapeva che avrebbe scoperto al loro posto.
Ma tutto era una contentezza da scampati .




Presentazione psicoanalitica del libro di poesie “Simimesis”di Valter Marcone


La poesia di Valter Marcone dà voce a qualcosa di intimamente lacerato, come se l’Io avesse sue parti di tessuto sottile che l’incuria della terra e del tempo abbia ferito.
Egli riannoda sottili fili di luna improvvisamente interrotti da un incontro di pietra. Questo il suo scopo nei versi.
E se è muto ogni muro, la sua poesia è incontro tra pietra e luna.
E la sua è poetica del passaggio, poetica della parete di seta che non si poggia, seguendo un respiro accennato.



La sua poesia è nel riunire delicatamente i lembi di una storia infranta.
Fermo sul luogo della perdita dove la memoria fa forza al reale, la sua poesia ha i colori di ciò che è vero e impedisce che il vuoto divori il reale.
Nei suoi versi la memoria, infatti, è sempre memoria di sostanza, di ciò che non muore. Il ricordo può forse sfumarsi e crudelmente svanire, ma la memoria ha cuore e quindi può forse attendere, sostando nella perdita, che torni il fuoco della Fenice e ci restituisca dall’ombra la vita.
La sensibilità del poeta nasce, fra l’altro, forse dall’esperienza di aver presto conosciuto la caducità della vita (che ne fa anche la sua forza).
Egli certo conosce la perdita e l’amore silenzioso, ma non si abbandona mai al sogno perché la realtà dei muri interrotti delinea confini alla sua rêverie, che si estende invece nei campi, nel grano, dove trova dimora per avvolgere i suoi sogni correnti.
Scrivendo d’amore per i suoi luoghi, egli vive in un ineffabile passaggio tra passato e sogno, nel mondo transizionale dove solo è possibile creare senza i limiti di un matematico esistere.
La sua poesia è lettura di senso delle ombre e luci sui muri del paesaggio, che nel suo sentire ha il nome amico della terra.
Nel suo scenario ogni oggetto è solitudine, il resto antico di un dialogo con la luna.

E solo Marcone sa dare ad essi il sapore dei tagli di  Lucio Fontana nelle “Attese”.
Gli oggetti sono corrosi non dal tempo, ma dalla terra che infranse il legame con i sogni, oggetti testimoni antichi che attendono che la luna li ricomponga.
Il suo essere resto, ne fa l’immagine dello slegamento, ma anche raffigurazione di qualcosa di universale, ha il sapore delle bottiglie di Giorgio Morandi, dove però è il tempo e non la terra ad aver cancellato l’umano discorso.

La piccola poltrona, presente sulla copertina, come le immagini delle bottiglie di G. Morandi, assurge a livello di icona  che trattiene il tempo. A mio avviso, raggiunge, in quanto ultima, la sua capacità raffigurativa di attesa, raccontando una aristocrazia della sosta e rimanendo, come noi, da quella notte, in attesa che “…un simbolo giunga a trovarci…”.
In Valter Marcone è presente, a volte, il sorriso amaro di chi non cerca consolazione e non ne trova se non nelle pause dove dimora il dolore.
Egli trova il coraggio di negarsi ogni illusione, nello scendere nel pianto muto di una città dove la siepe Leopardiana non si legò più al cielo. Una città che rinunciò, d’emblée, alla sua espansione, concentrandosi in un attimo di muro.
Una città cui il sisma ha sottratto il garbo, allontanandola da mani amiche che possano spolverarla amandola.
Sono le “case immobili” di Francoise Minkowska.

Valter Marcone è, dunque, il sognatore di aperture e del ricongiungimento. Egli, pertanto, ci mostra una città senza luna, senza promesse di paesaggio, avvolta in una solitaria neige vide, dove il legame è del tutto intimo.
Il poeta coglie ardentemente questo perdersi di senso nel paesaggio di una città che diviene popolata non più di oggetti ma di cose, quando l’oggetto perde il suo simbolo, la sua intenzione di essere-con, è un oggetto morto.

La voce del poeta è di chi non teme il dolore e cerca il vero, perché sa che da lì, e solo da lì, può tornare “l’antica madre che raccoglieva le nostre rappresentazioni disperse” ( M. R. Ferri, “Pensare il sisma”).
Attraversa la lunga notte di anni che, come un manto, ci avvolge ancora, e che da allora mantiene intatta la sospensione in attesa di un ritrovamento d’alba.
Riconosce il volto della città come il volto della madre amato e perduto.
Egli fa dell’arte del ridurre il suo canto: poesia dell’omissione di ciò che può oscurare l’essenza.
Il suo è il racconto dello slegamento oggettuale dall’intero, in un paesaggio infranto, che interrompe l’essere.
Egli ci restituisce ciò da cui nacque lo stupore notturno che non ha simboli, né trova rappresentabilità, ci restituisce il freddo di una caducità divenuta realtà d’emblée, oggetti divenuti cosa, senza legame tra loro, più. Usci senza vita e silenzio come cenno di fine.

Poesia dell’irraccontabile, ne rende incandescente la verità ultima: abbandono delle cose, circolarità della perdita, i padri estinti.
Il topos che ha perduto la memoria è paesaggio d’ombra in cui, perduta la ricerca, rimane l’attesa.
Graffiante la voce del poeta, segue i muri e le pietre di ogni casa, segna il suo essere per sempre lì.
Passi immobili e mai fermi seguono l’immobilità di un tempo-spazio e icona solo nei muri di A. Tàpies. Ogni verso, infatti, è incisione su un muro per testimoniare, per far vivere ancora ciò che svanisce tra le dita. Come A. Tàpies, anche Valter Marcone ha come valore profondo la coscienza d’essere, di cui il verso come il graffio, il segno, sono rappresentazione.
Questo culto dell’esser-ci è atto d’amore del poeta e del pittore, culto dell’orma lasciata dall’essere, ritrovata e liberata dalle mille forme del non-essere.
La poesia di Valter Marcone è metafisica della perdita.
Cancella d’emblée ogni consolazione, rigetta il mondo dei sogni: la sua
attesa è pura attesa e in quanto tale concentra il suo esser-ci.
Ha la dignità di chi vive anche nel tramonto delle cose.
I suoi versi sono orme di un mondo interrotto, ne conservano la fragranza, sono testimoni di un sentimento d’identità e di legame.
Come per A. Tàpies, anche in V.Marcone ogni segno è memoria, custode di un passaggio d’essere, ne conserva il respiro e lo pone in una trascendenza in cui non può morire.
I versi di Valter Marcone, infatti, graffiano i luoghi della mente, inscrivono in essi il nome amato.
Egli descrive come la città divenne un luogo senza topos e la mente perdette il suo scrigno.
Questo suo libro ha il sapore di un grande muro di A. Tàpies dove il gesto, o il verso, è già segno di un per sempre, o di un ricordo solitario.

I segni di A. Tàpies sono urla mute e orme di passi non conosciuti dell’essere, egli, come artista informale, elimina tutto ciò che eccede per far emergere il vero. E così Valter Marcone.
Se in A. Tàpies il muro è la mente che non dimentica, nel poeta il libro è il ricordo di chi ama ed estende l’attesa, mettendo insieme oggetti silenziosi e caduti, e ne coglie l’incanto ed il tempo nella fragilità che si oppone.
 Ma mentre per Bonito Oliva A. Tàpies è “il creador di un lungo sogno”, V.Marcone sceglie il vero al sueño e sosta davanti l’uscio dove il tempo sostò.
Il lungo ricordo del libro ricolloca, slegati dal sisma, oggetti amati un tempo ed oggi ancora, divenuti icona di una vita d’altri tempi.
Mentre l’arte di A. Tàpies è un sogno di senso, in cui graffi, segni, orme e aspetti materici sono legati in tale segno e sottratti al loro lento svanire,i versi diV. Marcone sono essi stessi uscio, scalinata, viottolo tra case, piazze di sole, possiamo dire che il suo verso si fonde con la materia, perché in essa è l’anima e il senso, sia pure nella sua forma ora scissa;  egli non è mai altrove.
Egli vive con la città. È egli stesso la voce della città resa muta dal lungo cedere della terra.
Le sue parole toccano come dita le emozioni incise sulle mura, in ogni pietra che, nel rimanere, non diviene mai rovina.  Egli descrive un nuovo paesaggio senza luce ma con il dolore di essere un resto, nello stupore di un ritmo cosmico che cessò.
Una città divenuta periferia, in cui il poeta offre simboli ad uno stato psichico fermo con il tempo. L’essere fermo è per V. Marcone una scelta di essere-con-l’oggetto amato, di credere in una pausa in cui soggetto ed oggetto si congiungano dolorosamente in una nuova certezza dell’essere.
Unire il proprio dolore a quello degli usci, di ogni pietra o angolo di muro o piccola piazza, è il poema di Valter Marcone, il suo scritto d’amore.
Nello scegliere con M. Heidegger di esser-ci, scegliere “il vero regno dell’essere”, ovvero l’esistenza autentica, rinunciando a risonanze della forma, è tremare con la terra.
Ed ogni elemento strutturale, nei suoi versi, infatti, è la concettualizzazione di una scelta di silenzio, di porsi in ascolto di una città che non tace un nuovo inizio.
La sua poesia, come la poetica di A. Tàpies, è una ritrarsi dal fenomenologico per immergersi nell’immanenza d’essere.
Nei suoi versi, infatti, Valter graffia l’apparire dell’oggetto fino a giungere alla sua realtà noumenica, il vero celato dall’apparire.
 E’ il nucleo vivo della città cui egli giunge e di cui si prende cura e pone al riparo nei suoi versi.
Allo slegamento del cosmo che il sisma compose, Valter Marcone risponde con un legame tenace al vero, al particolare, alla storia degli spazi e degli sguardi.
Il suo aderire, attraverso i suoi versi, al mondo oggettivo, è il proprio modo di avvolgerlo, di ripararlo e di ricostruirlo attraverso un atto d’amore, donando la propria soggettività all’oggetto ferito, accoglierlo e averne cura. 

Egli attinge al suo sentire come “acqua primigenia”per cancellare gli urti e rivelare la dignità mai perduta del suo oggetto amato: cullare
l’inconscio della città in un legame che Valter Marcone non scioglie, mai. Egli cinge, abbraccia con la sua soggettività estesa su ogni pietra, su ogni uscio, la città-oggetto-d’amore.

C’è un per-sempre nelle sue poesie che non è promessa, ma racconto di radici appassionate, è il suo esistere intimamente con lei: la sua- nostra città.
Per questo possiamo certo affermare che “Mantieni il bacio” è il giusto titolo della raccolta di versi di Valter Marcone.


Dott.ssa Maria Rita Ferri
Psicoterapeuta Psicoanalitico





mercoledì 6 maggio 2020

Il circolo letterario, John Keats


Il circolo letterario, John Keats 
a cura di Eraldo Guadagnoli


Il nome di John Keats è noto ai più per la breve vita che ha vissuto. Nacque nel 1795 a Londra e appena fu possibile, il padre lo mandò a studiare presso la scuola del reverendo Clarke, dove venne fuori il suo carattere ribelle. In questo contesto, oltre a leggere tanto, iniziò la sua fraterna amicizia col figlio del reverendo.
Poi, alcuni episodi modificarono la sua esistenza. Mel giro di sei anni, Keats perse il padre per un incidente e la madre per tubercolosi. E nel 1810 venne mandato a studiare e lavorare presso un farmacista. Ma vi rimase poco, per dissapori con il proprietario.
Nel 1815, si iscrisse come studente di medicina presso il Guy’s Hospital di Londra, e da qui inizia la sua carriera letteraria. Sempre rimanendo in contatto con il suo amico Cowden Clarke, iniziò ad avvicinarsi alle opere di Spenser, Tasso, Milton. Strinse amicizia con Leigh Hunt, grazie al quale iniziò a pubblicare le sue prime poesie in riviste.
Un anno dopo, Keats decise di abbandonare l’ospedale, assorbito completamente dall’amore per la poesia e per i versi. Tanto che nel 1817 pubblicò una raccolta di poesie. Da qui iniziò la frequentazione di pittori, artisti e altri autori, tra cui Percy B. Shelley. Aveva un carattere e una personalità così irresistibili, che gli fece avvicinare molte persone affascinate dalla caratura che aveva, nonostante la giovane età.
Dopo la morte del fratello, nel 1818 pubblicò Poems e poi il capolavoro Endymion, che rimane in assoluto la migliore opera del poeta. Nonostante alcuni sintomi di salute cagionevole, continuò a scrivere e trovò il tempo di avere una liaison con Fanny Brawnw, con cui però non convolò a nozze. Decise così di trasferirsi in un luogo più caldo, e nel 1820 si trasferì a Roma, dietro anche suggerimento dei medici, insieme all’amico Joseph Severn.
Il viaggio venne funestato da una tempesta, e all’arrivo al porto di Napoli, Keats venne messo in quarantena, per timore di una epidemia di colera che si diceva fosse scoppiata in Inghilterra. Infatti, ci volle del tempo prima che egli giungesse a Roma. Keats alloggiò al numero 26 di Piazza di Spagna, dove oggi c’è tuttora la casa museo intitolata a lui e Shelley, proprio a lato della scalinata di Trinità dei Monti. Nonostante le cure, Keats si spense di tubercolosi il 23 febbraio del 1821, a soli venticinque anni.
Nonostante la brevità della sua esistenza, e una non immensa produzione letteraria, di lui ci rimane una figura eccelsa del periodo romantico inglese. Oltre alle poesie sopracitate, Keats scrisse una quantità enorme di lettere ai suoi amici: e grazie a esse è stato possibile tracciare una personalità viva, indomita, passionale.
Era impeccabile nel saper utilizzare i suoni, le immagini concrete. Anche se lui stesso affermò di essere stato influenzato molto da Shakespeare, la sua freschezza espressiva ne fa un poeta di prim’ordine, che è salito nell’Olimpo della Letteratura e della Poesia per lo stile unico, che ha saputo evocare oggetti e cose, grazie alla sensorialità, alle immagini vivide.
Nonostante la critica letteraria del suo tempo gli fu poco favorevole, fu grazie a Percy Shelley prima e al grande Oscar Wilde, che oggi abbiamo il privilegio di leggere i versi immortali di uno dei più vivi poeti inglesi di sempre.


La Belle Dame Sans Merci



Perché soffri, o cavaliere in armi,
E pallido indugi e solo?
Sono avvizziti, qui i giunchi in riva al lago,
E nessun uccello cantando prende il volo.

Perché soffri, o cavaliere in armi,
E disfatto sembri e desolato?
Colmo è il granaio dello scoiattolo,
E il raccolto è già ammucchiato.

Scorgo un giglio sulla tua fronte,
Imperlata d'angoscia e dalla febbre inumidita;
E sulla tua guancia c'è come una rosa morente,
Anch'essa troppo in fretta sfiorita.

Per i prati vagando una donna
Ho incontrato, bella oltre ogni linguaggio,
Figlia d'una fata: i capelli aveva lunghi,
Il passo leggero, l'occhio selvaggio.

Una ghirlanda le preparai per la fronte,
Poi dei braccialetti, e profumato un cinto:
Lei mi guardò come se mi amasse,
E dolce emise un gemito indistinto.

Sul mio destriero al passo la posi,
E altro non vidi per quella giornata,
Ché lei dondolandosi cantava
Una dolce canzone incantata.

Mi trovò radici di dolce piacere,
E miele selvatico, e stille di manna;
Sicuramente nella sua lingua strana
Mi diceva, "Sii certo, il mio amore non t'inganna".

E mi portò alla sua grotta fatata,
Ove pianse tristemente sospirando;
Poi i selvaggi suoi occhi selvaggi le chiusi,
Entrambi doppiamente baciando.

Poi fu lei che cullandomi
M'addormentò - e, me sciagurato,
Sognai l'ultimo sogno
Sul fianco del colle ghiacciato.

Cerei re vidi, e principi e guerrieri,
Tutti eran pallidi di morte:
"La belle dame sans merci", mi dicevano,
"Ha ormai in pugno la tua sorte".

Vidi le loro labbra consunte nella sera
Aprirsi orribili in un grido disperato,
E freddo mi svegliai, ritrovandomi lì,
Sul fianco del colle ghiacciato.

Ed ecco dunque perché qui dimoro,
E pallido indugio e solo,
Anche se sono avvizziti i giunchi in riva al lago,
E nessun uccello canta, prendendo il volo.





Susan Mc Master, sei poesie da 'Haunt'

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