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domenica 19 luglio 2020

Il circolo letterario: Edgar Allan Poe




Il circolo letterario: Edgar Allan Poe 
a cura di Eraldo Guadagnoli







Vi sono qualità - incorporee essenze,
cui è data come una duplice vita, che è poi
emblema della doppia entità che sempre scocca
da materia e luce, in solida forma e in ombra.
Vi è un silenzio che è duplice - mare e riva -
corpo e anima. Abita l'uno in solitari luoghi,
ricoperti d'erba recente: qualche solenne grazia,
umane memorie e una lacrimata sapienza
gli han tolto ogni terrore. Il suo nome è Mai più.
E' quello il silenzio corporeo: non devi paventarlo!
Non ha potere in se stesso di nuocere.
Ma se mai un incalzante fato (intempestiva
sorte!) ti portasse a incontrare la sua ombra,
(un elfo è, senza nome e frequenta solinghe plaghe,
mai calpestate dal piede di un uomo),
oh, allora, raccomandati a Dio!

Edgar Allan Poe - Silenzio


Edgar Allan Poe


Da un registro denominato ‘Street Book’, conservato tuttora nella Sezione Libri Rari della Biblioteca Pubblica di Boston, apprendiamo che la casa natale di Edgar Alla Poe si trovava al numero 62 di Carver Street. Un secolo dopo la morte del grande poeta e scrittore statunitense, si è scoperto con grande dispiacere che oltre a non esserci più la casa natale di Poe, abbattuta dalla Boston Edison Company, neanche più la strada si chiama così: oggi troverete una lapide commemorativa al pubblico in quella che si chiama invece Charles Street South.
Fatta questa doverosa premessa, iniziamo il nostro percorso: quindi, nel sopracitato luogo nacque Edgar Poe, il 19 gennaio 1809, da una famiglia di artisti di teatro. La tribolata vita del futuro autore si presentò immediatamente tribolata, poiché nel 1810 il padre abbandonò la famiglia e l’anno seguente la madre morì di tubercolosi. Il bambino venne così affidato alla custodia dei vicini di casa, una famiglia di origine scozzese: gli Allan. Pur non essendo mai adottato formalmente dalla famiglia, da quel momento egli si chiamò per tutta la vita Edgar Allan Poe.
Essendo legati alla madrepatria, gli Allan si trasferirono in Gran Bretagna e qui il futuro poeta e scrittore iniziò la sua ascesa. Infatti in una delle sue opere meno note ai più, il William Wilson, descrive con accuratezza di particolari le lezioni di matematica svolte in un cimitero; qui iniziò a mostrare una certa passione per i componimenti in rima, tanto da meritarsi il soprannome di jingle-man. Forse dall’aver frequentato le lezioni in quei luoghi cupi che scaturì la sua natura poco equilibrata. ‘Nella mia infanzia mostrai di avere ereditato questi caratteri di famiglia; discendo da una razza che si è sempre distinta per immaginazione e temperamento facilmente eccitabile…’, scrisse in un passaggio della suddetta opera.
Una volta tornato negli Stati Uniti con la famiglia adottiva, si iscrisse alla Accademia di Richmond, dove però venne espulso, seppure riuscì in breve a iscriversi alla Università della Virginia, per seguire il corso di lingue antiche e moderne. Fu forse qui che iniziò la leggenda che tuttora avvolge il suo nome. L’università, fondata da Thomas Jefferson, aveva regole severe: Poe le trasgredì tutte, dalla prima all’ultima. Litigò col padre adottivo, accumulò debiti immensi, per via della scellerata passione verso l’alcol e il gioco d’azzardo. Dopo un solo anno, si ritirò per arruolarsi nell’Esercito. Qui usò un nome falso e dichiarò di avere qualche anno in più, arrivando in breve alla carica di artificiere. Nel frattempo non smise di scrivere, tanto che in questo periodo venne pubblicato il suo primo libro di poesie: Tamerlano.
Il suo libro Poems, ad esempio, egli lo dedicò ai cadetti dell’Esercito degli Stati Uniti, nel momento in cui dichiarò di essersi arruolato sotto falso nome e sapeva di andare incontro alla Corte Marziale. Furono i suoi cari compagni d’arme a sottoscrivere una colletta e a dargli ben 170 dollari per la pubblicazione. Qui è inclusa la poesia ‘A Elena’, dedicata probabilmente a una donna (una delle tante che conobbe) che per Poe ebbe un significato particolare: ‘Elena, la tua beltà è per me,/come quelle niceane barche d’una volta,/che dolcemente, su ‘n mare profumato,/il lasso viandante, stanco d’errare portavano/verso la sua sponda natale.’
Sappiamo che Poe morì il 7 ottobre del 1849, dopo che un passante lo trovò in stato confusionale per le vie di Baltimora, e le cui cause furono attribuite al consumo eccessivo di alcol. A distanza di tempo, è giusto sfatare il mito di Poe che faceva uso continuo di droghe e alcol. Egli iniziò a farne uso dopo la morte della moglie, Virginia Clemm, che aveva sposato quando lui aveva 26 anni e lei appena tredici. Nel 1842 lei avvertì i primi sintomi di quella tubercolosi che dovette consumarla fino alla morte, avvenuta nel 1847. Da quella data del 1842, Poe scrisse per il dolore tutti i suoi capolavori: da Il faro a Il Corvo, da La maschera della morte rossa a Il pozzo e il pendolo, da Enigma a Il Gatto Nero, terminando con La filosofia della composizione, opera nella quale trasferì tutta la sua amarezza perla perdita della moglie in queste righe: ‘Dunque la morte di una bella donna è, fuor di discussione, il più poetico tema in tutto il mondo.’
Poe venne tradotto in Francia da Charles Beaudelaire e divenne subito ispiratore di tanti altri autori, a cominciare dalle influenze sulla neo letteratura horror e su altri autori maledetti. A ciò si aggiunse, oltre al suo stile unico e intriso di tante contaminazioni, anche le notizie sulla vita tribolata e sulle sue vicissitudini, che lo condussero a una morte precoce.
Di lui ci resta una grande eredità letteraria, che ci consegna a oggi uno dei più talentuosi e illuminati autori di tutti i tempi.



domenica 7 giugno 2020

Il circolo letterario, Stéphane Mallarmé


Il circolo letterario, Stéphane Mallarmé
a cura di Eraldo Guadagnoli



Lo sguardo intriso di pensieri e riflessione, baffoni spioventi, capelli neri come i suoi occhi indagatori. Così un quadro di Manet ci presenta il poeta Stèphane Mallarmé, nel fiore degli anni. A differenza dell’altro ritratto di Renoir, riferito allo stesso poeta, dove però notiamo una certa canizie e che ci fa presumere che si riferisca a una età più avanzata del letterato.
Non tutti sanno forse che il poeta nasce col nome di Etienne, ma adotterà il nome con cui lo conosciamo tutti solo più avanti. L’infanzia e l’adolescenza sono segnati prima dalla perdita della madre, poi da quella della sorella; e dalla lettura de I Fiori del Male, di Beaudelaire, Mallarmè inizia a cogliere i primi segnali di quello che sarà il suo destino tra gli immortali.
In questo periodo, in cui lui stesso più avanti parlerà di primo passo verso l’abbrutimento, lui cercò una propria dimensione nonostante il carattere turbolento, in perfetta linea con gli altri ‘Poeti Maledetti’ francesi. Dopo aver conosciuto una donna di origine tedesca si sposta a Londra per insegnare e nel frattempo compone le prime poesie.
Ma è quasi in contemporanea con la nascita della figlia, che compone una delle più belle liriche a noi note, L’Azur: «Del sempiterno azzurro la serena ironia / Perséguita, indolente e bella come i fiori, / Il poeta impotente che maledice il suo genio / Attraverso un deserto sterile di Dolori.»
Dopo aver scritto la prima versione de Il pomeriggio di un fauno, Mallarmé entra in contatto con altri illustri personaggi del suo tempo: Verlaine, una fitta corrispondenza, Rimbaud, Hugo e Manet, di cui abbiamo accennato prima. La sua produzione va a corrente alternata, raggiungendo cime elevate e pause inattese, per lo più motivate da rifiuti di pubblicazione a cui non pensava di arrivare. Ma l’aver introdotto nella metrica alcuni elementi simbolici, più avanti venne considerato uno dei poeti più difficili tra interpretare e studiare: la rivoluzione del linguaggio poetico e l’ermetismo a cui a quel tempo non si era avvezzi provocò un plauso dagli addetti dal settore, ma la bocca storta da parte di chi non comprendeva la musicalità e l’impatto forte delle opere di Mallarmè, che a dire il vero sono molte di meno di quante ne avrebbe potute scrivere.
Negli ultimi anni si lasciò andare a sé stesso, causa anche la perdita di un figlio morto prematuramente. In punto di morte chiese alla moglie e alla figlia di bruciare le sue opere, tanto da scrivere nella sua ultima lettera che non esiste una eredità letteraria. Le due donne non lo ascoltarono e consegnarono alla eternità uno dei più brillanti poeti di sempre, a pieno titolo inserito nella cerchia dei poeti maledetti.
Lo ricordiamo con alcuni versi, che pare calzino a pennello per la sua condotta di vita:

Nulla, spuma, vergine verso
A non designar che la coppa;
Tal si tuffa lungi una frotta
Di sirene, il dorso riverso.
Noi navighiamo, o miei diversi
Amici, io già sulla poppa
Voi sulla prua ch'apre alla rotta
Flutto di folgori e d'inverni;
Un'ebbrezza bella m'ingiunge
Senza temer beccheggio lungo
Di levar alto questo salve
Solitudine, scoglio, stella
A non importa ciò che valse
La cura bianca della vela.

(Salut)



mercoledì 1 aprile 2020

Il circolo letterario: Iginio Ugo Tarchetti


Il circolo letterario: Iginio Ugo Tarchetti




Se molti di noi hanno sentito almeno una volta sentir parlare della corrente letteraria della Scapigliatura, alzi la mano chi ricorda il nome di Iginio Ugo Tarchetti, scrittore, poeta e letterato italiano della metà dell’Ottocento. Sicuramente ben pochi, e soprattutto quasi tutte persone del settore e docenti universitari.
Di lui sappiamo che nacque nei pressi di Alessandria nel 1839, che si arruolò giovanissimo nell’Esercito e che fece parte dei battaglioni inviati nel Sud Italia per la repressione del brigantaggio. I ritratti che ci provengono da altre persone ci danno l’idea di un uomo alto più di un metro e ottanta, occhi azzurri, e quel fascino da vendere che faceva impazzire le donne.
Dal suo Epistolario, abbiamo notizia della sua permanenza a Varese nel 1863, dove conobbe una certa Carlotta Ponti, con cui intrecciò una relazione sentimentale. Ma fu dall’anno successivo che il suo nome inizia a legarsi alla storia della letteratura italiana. Infatti, nel 1864, giunge a Milano per motivi di salute e qui entrò a far parte degli ambienti del circolo della corrente letteraria della Scapigliatura; e divenne molto amico di uno degli esponenti più importanti, Salvatore Farina, che ritroveremo più avanti.
Nel frattempo, Tarchetti inizia a scrivere le sue prime opere, che però non ebbero molta fortuna. Ma nel 1865, un episodio lo segnò per sempre: mentre era a Parma, per via di un incarico militare ufficiale, conobbe una certa Carolina, una donna ammalata e prossima al trapasso, di cui si innamorò perdutamente. Lui ce la descrisse come una donna dai grandi occhi scuri, bellissima e dai capelli color ebano. Fu il tormento interiore e il desiderio di amore verso questa donna, che gli diede successivamente spunto per la sua opera più importante: Fosca.
La relazione non passò sotto l’occhio della opinione pubblica, e lui tornò a Milano, poiché i suoi problemi di salute si erano aggravati. Abbandonò la vita militare e negli ultimi anni frequentò attivamente i circoli letterari milanesi, producendo poesie, articoli, saggi e romanzi.
La morte lo colse alla età di trent’anni, in casa di quell’amico, Salvatore Farina, che nel 1869 completò l’opera di Tarchetti e la consegnò alla eternità: stiamo parlando appunto di Fosca.
A gloria postuma dell’autore, da noi considerato uno dei grandi autori maledetti italiani, considerate le tematiche macabre e antisociali di altri suoi scritti, nel 1981 il celebre regista Ettore Scola decise di rendere omaggio a Iginio Tarchetti, traendo spunto da Fosca per il suo bellissimo film Passione d’amore.




giovedì 19 marzo 2020

Il circolo letterario: Charles Baudelaire







La prima cosa che ci viene in mente quando si pronuncia il nome di Baudelaire, è tutta la categoria dei Poeti Maledetti e la sua opera più celebre: I fiori del male. In precedenza abbiamo detto qualcosa su altri due personaggi che hanno dato linfa e notorietà alla generazione di poeti che ruppe gli schemi della poesia classica e si consegnò all’eternità sia con opere uniche che con una vita a dir poco sregolata.
Charles Baudelaire non fu da meno, e ve lo mostriamo. Il Poeta nacque a Parigi nel 1821, rimase orfano di padre ed entrò in contrasto, dato il carattere turbolento, col patrigno, un ufficiale dell’esercito.

Questo fatto influì sul carattere e sulla sofferenza del giovane che, nonostante una educazione perfetta e momenti di ribellione, riuscì a diplomarsi ugualmente.

Da allora, inizia la leggenda del Poeta Maledetto, per via della frequentazione di compagnie discutibili, prostitute e uno stile di vita libertino che gli fece accumulare debiti e malattie veneree. La famiglia lo imbarcò così per una nave diretta in India. Ma l’autore non vi rimase molto, tanto che dopo breve tempo tornò nel suo Paese e iniziò a scrivere già alcuni componimenti.
La sua condotta di vita riprese sotto gli effetti delle erbe, le frequentazioni di prostitute e spese folli, tanto che Baudelaire, nonostante non avesse pubblicato nulla delle sue opere, era già conosciuto nei circoli letterari parigini per le sue rime e per la sua vita alquanto sregolata. Nonostante la famiglia lo avesse così messo sotto la custodia di un notaio, fu in questo periodo che entrò a far parte di un circolo letterario, noto come Le club des Hashischins, in cui facevano parte alcuni dei più grandi autori del tempo: Gautier, Nerval, Balzac, Dumas padre e Balzac.
Fu nell’anno 1845 che vide la luce una prima bozza de I fiori del male. Le recensioni furono di gran successo, ma nello stesso tempo l’autore tentò il suicidio. Scampato alla morte, partecipò ai moti rivoluzionari del 1848, e vide la nascita della Seconda Repubblica Francese che in breve vide tramutarsi in un Secondo Impero Napoleonico. Questo ebbe dei grandi riflessi sulla sua produzione letteraria.
Baudelaire nella sua opera principale mostra quanto abbia appreso dall’ammirazione per la musica di Wagner e gli scritti di Edgar Allan Poe, tanto che lo Spleen è tuttora la lirica più conosciuta dell’autore. Ma non solo: egli ebbe una grande influenza su molta parte della cultura a venire. Basti pensare alla generazione di poeti che si rifece alla sua poetica: Mallarmè, Valèry, Verlaine, Rimbaud; la generazione dei poeti Scapigliati in Italia, come Praga; un saggista e prosatore come Proust; il Decadentismo e quello che si rifà alla corrente Modernista. Lo stesso Dino Campana ammise di essere stato influenzato dal grande autore, considerato un precursore di tutto quello che verrà dopo di lui.
Dopo tanti travagli e una vita condotta tra eccessi, Baudelaire muore nel 1867, a soli 46 anni, dopo essere stato colpito da un ictus, che lo aveva reso in parte immobile, e aver trascurato gli effetti della sifilide, che si portava dietro dagli anni tribolati e senza regole della gioventù.






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martedì 28 gennaio 2020

Il circolo letterario: Arthur Rimbaud


Il veggente per antonomasia: Arthur Rimbaud



Chissà quante volte il lettore avrà letto qualcosa, o sentito pronunciare il nome di Arthur Rimbaud, celebre poeta francese nato a metà dell’Ottocento. 





Non abbiamo avuto il tempo di fare interviste e indagini in merito, ma certo è che su di lui si sono versati non fiumi, ma una quantità biblica di gocce d’inchiostro.
Il nome di questo celebre e immortale ‘poeta maledetto’ è spesso associato ai nomi di altri autori, più o meno appartenenti allo stesso periodo storico: parliamo di Verlaine e Baudelaire.
Del tormentato e rivoluzionario poeta, molte persone avranno sentito parlare o letto dell’opera più famosa, ‘Una stagione all’inferno’, che esprime tutto il genio e la sregolatezza propri del nativo di Charleville, nelle Ardenne, una regione che doveva essere in seguito ricordata per fatti bellici importanti.
Perché non tutti sanno della fatica del giovane Rimbaud a stare dietro alla storia e alle lingue morte, nel periodo degli studi giovanili. E nonostante questo, da lì iniziò la sua fortuna. Molto spesso non si riesce a comprendere l’opera di un autore, se non collocato nel periodo in cui visse.
Arthur Rimbaud era nato nel 1854 e nel periodo della sua presenza al collegio vide la città di Parigi sotto l’assedio prussiano, la caduta di Napoleone III e la breve esperienza della Comune.
Non sappiamo se questo abbia inciso sulla già ‘perversa’ personalità di Rimbaud. Certo è che già al collegio conobbe un personaggio che rimase un caposaldo importante nella sua formazione; parliamo di Georges Izambard, al quale scrisse in una lettera del 1871 le famose parole: ‘…voglio essere poeta e lavoro a rendermi Veggente… si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi’.
E la sregolatezza si riflettè nella sua vita (basti ricordare la sua torbida relazione con Paul Verlaine, che toccò l’apice con il ferimento di Rimbaud durante un alterco), così come nelle opere, dove scardinò per sempre la metrica classica, liberandola dagli schemi che ritenne ormai superati.
Fu proprio Verlaine in seguito a chiamarlo ‘poeta maledetto’ e da lì la fama venne confermata da altri autori. In lui si intravedeva l’essenza visionaria di un altro grande della letteratura, parliamo di Rabelais, e la seduzione di Baudelaire, che era certamente più composto.
Izambard non fu l’unico a cui scrisse; lo fece anche a Paul Demeny, al quale scrisse la celebre frase, passata alla storia: ‘Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente…Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco…’. Il riferimento alla storia mitologica di Prometeo, che rubò il fuoco agli Dèi per donarlo agli uomini, gli consentì di esprimere l’essenza dell’essere un Poeta: colui che rubava il fuoco della ispirazione divina, fissandolo nei versi immortali
Rimbaud viaggiò molto, in linea con la sua anima tormentata, e passò molti guai, oltre alla vicenda del ferimento sopracitato. Venne arrestato anche per vagabondaggio e nella seconda parte della sua vita intraprese un viaggio in Africa. Fu in questo periodo che gli vennero pubblicate ‘Les Illuminations’, altro caposaldo della letteratura e della poetica dell’autore.
Ma in Africa, iniziò ad avere dei problemi a un ginocchio che lo costrinsero a tornare in Francia. E qui iniziò un calvario che dovette condurlo alla morte, che lo portò via a soli trentasette anni.
Come tanti autori, geniali e dannati, Rimbaud si colloca nell’Olimpo della letteratura, dando ispirazione a generazioni future di poeti, o aspiranti tali. E a noi fa piacere ricordarlo per la sua rivoluzionaria visione della Poesia.




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