lunedì 20 aprile 2020

Le venti regole per scrivere un poliziesco



Le venti regole per scrivere un poliziesco
di Federico Del Monaco



Anche il racconto più fantasioso dovrebbe avere una certa coerenza interna. Più si va avanti e meno i generi letterari mantengono una netta distinzione eppure alcune trame necessitano di un rigore più logico.
Non voglio certo affermare che scrivere una storia d’amore sia meno difficile di un romanzo storico, tra l’altro è pieno di romanzi storici con storie d’amore, ma è tradizione che le trame avvolte da un mistero debbano avere un minimo di logica. Una volta, prima di internet e della globalizzazione, se scrivevi un giallo dovevi seguire delle regole o quantomeno aderire ad un certo codice etico.
Se oggi è l’autore che costruisce la sua struttura narrativa, pratica caldamente consigliata pur non essendo obbligatoria, in passato ci furono molti scrittori che stilarono dei veri e propri regolamenti.
Willard Huntington Wright, giallista conosciuto con lo pseudonimo di S. S. Van Dine, tra la prima e la seconda guerra mondiale scrisse le sue “Venti regole per chi scrive romanzi polizieschi”, ripubblicate nel 1948 e giunte in Italia tardissimo, dopo quasi cinquant’anni dalla prima stesura. Personalmente le ho sempre trovate utili ma soprattutto divertenti, soprattutto l’ultima regola, che vieta l’utilizzo di abusati cliché. Buona lettura, cari scrittori: se riuscirete a seguire ogni direttiva potrete affermare, senza temere di essere smentiti, di aver scritto un poliziesco a regola d’arte.
Venti regole per chi scrive romanzi polizieschi di S. S. Van Dine

  1.      Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
  2.      Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
  3.      Non ci dev'essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
  4.      Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
  5.      Il colpevole dev'essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
  6.      In un romanzo poliziesco ci dev'essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
  7.      Ci dev'essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
  8.       Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto ab initio.
  9.      Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
  10.     Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
  11.     I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare. 
  12.     Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l'indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo. 
  13.       Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
  14.     I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventura.
  15.     La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
  16.     Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
  17.     Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
  18.     Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
  19.     I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
  20.     Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari ad ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
(a) Scoprire l'identità del colpevole confrontando il mozzicone di una sigaretta lasciata sulla scena del crimine con il marchio fumato da un sospetto.
(b) La falsa seduta spiritica che spaventa il lettore e quindi confessa.
(c) Impronte digitali falsificate.
(d) Un finto alibi.
(e) Il cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è familiare.
(f) Il colpevole risulta un gemello, o un sosia del sospetto, che quindi è innocente.
(g) Siringhe che iniettano veleno o gocce nelle bevande.
(h) Il delitto commesso in una stanza chiusa a chiave dopo che la polizia vi ha fatto irruzione.
(i) Associazioni di parole che rivelano il colpevole.
(j) Un codice, o una lettera di codice, che alla fine viene risolta dal detective.







mercoledì 15 aprile 2020

VISIONI: La terra desolata di Thomas Eliot



Per Eliot la sua “Terra desolata” è una terra il cui scenario può ripetersi in ogni luogo e in ogni tempo per ciascun uomo, per ciascuno di noi che leggiamo oggi i suoi versi e per quelli che li leggeranno in futuro. 

“Aprile è il più crudele dei mesi, genera
lillà da terra morta, confondendo
memoria e desiderio,risvegliando
le radici sopite  con la pioggia della primavera”




Quattro versi. I primi quattro versi de La terra desolata (The Waste Land) di Thomas Eliot che valgono l’intero poema. Un poema pubblicato nel 1922, quattrocentotrentatre versi in tutto. Poche parole nella loro totalità di un immenso vocabolario che evocano la transizione, la dissoluzione e la rinascita che è quello che la primavera fa portandosi dietro un poco di inverno e tendendo lo sguardo alla successiva estate. Ciclicamente, un anno dopo l’altro, una stagione dopo l’altra. Così il mondo attraverso la primavera ritrova il senso e il valore del cambiamento. Il mondo diventa un’altra cosa alla fine dell’autunno e quindi dell’inverno con il loro desolato destino di morte, di silenzio, di freddo e gelo. Con la primavera sembra che tutto scompaia.

“L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
con immemore neve la terra, nutrì
con secchi tuberi una vita misera
l’estate ci sorprese…”

La primavera dona una nuova memoria a quello che nacque da una immemore neve e confonde poi il desiderio che l’estate accoglie, raccoglie e convoglia verso una nuova morte. E di morte in morte il mondo cambia, il tempo cambia su una terra che si fa “desolata”. Ma il viaggio pur lungo, difficoltoso, pieno di ostacoli e peripezie, è un viaggio in cerca di salvezza. E quale salvezza più dell’acqua.  Si parte dalla triste profezia di Tiresia sulla terra impura per finire con una pioggia salvifica appunto vicino al fiume Gange. L’acqua dunque salvezza eterna. Da quella del fonte battesimale che salva dal peccato originale all’acqua del diluvio che culla l’arca di Noè. L’acqua che salva l’uomo e gli animali affrancandoli dalla punizione, l’acqua che ricrea un nuovo Eden dopo ilo suo ritiro. L’acqua e il suo noti nel tempo e nello spazio.

“La terra desolata” viene introdotta da una dedica ad Ezra Pound ed è divisa in cinque parti: la sepoltura dei morti, Una partita a scacchi, Il sermone del fuoco, Morte per acqua, Ciò che disse il tuono. Affollano questi versi voci che parlano individualmente e usano molte lingue (latino, greco, tedesco, francese, sanscrito), fanno riferimenti letterari con allusioni e citazioni a Dante, Shakespeare, Ovidio, Omero, Baudelaire. Sono il ricorso ad una “cultura alta” che però viene accostata ad una “cultura bassa” con il ricorso ad altri linguaggi comprese le filastrocche per bambini. Tutto un magma che si muove, ondeggia, si ritira, sbanda, va dritto al suo obiettivo. Ma allo stesso tempo una profonda immersione archeologica in una stratigrafia letteraria dalla quale emergono reperti sedimentati ormai in pace con il mondo ma anche fuochi, geyser di interessi e di rilancio proprio di quelle sedimentazioni che non hanno ancora finito di svolgere la loro azione sul passato, il presente e il futuro legati assieme non da una linearità ma da una circolarità. Una incursione in mondi diversi antichi e moderni, reali e fantastici, vecchi e nuovi. Lo stesso Eliot disse di aver tratto ispirazione da due opere pubblicate quando componeva “La terra desolata”, “From ritual to romance “di Jesse Weston e “The Golden Bough” di James Frazer (Il ramo d’oro, pubblicato nel 1895, ampliato fino alla stesura definitiva del 1915). Terra desolata che viene pubblicata contemporaneamente all’Ulisse di Joyce.
Ora in particolare l’Ulisse doveva essere una delle novelle pubblicate in Gente di Dublino, doveva presentare un’altra storia di frustrazione della Dublino del suo tempo. Voleva presentare la vita di un piccolo borghese additato dalla morale cattolica irlandese come “contento e cornuto”. Lo chiamerà Ulisse come l’epopea di due razze (Israele –Irlanda). Userà dal 1917, quando inizia a scrivere questo capolavoro, una mappa di Dublino per cercare tutti i particolari storici per cui questo racconto sarà un capitolo della storia dell’Irlanda ma anche un capitolo della storia del mondo oltre ad essere una storia segreta dell’animo umano.
La prima sezione di “The Waste Land” ha per titolo: “The burial of the dead”, la sepoltura dei morti e fa esplicito riferimento all’officio funebre della religione cristiana ed è preso proprio da un verso dell’ufficio dei defunti della sepoltura nel rito anglicano. Ma non è l’unica allusione o riferimento religioso.  Eliot pensa in questi versi alla “sepoltura dell’immagine di Dio” ma non come alla “morte di Dio” che una certa filosofia successiva al suo tempo ha teorizzato, bensì ad un “rito di rinascita “contenuto nei riti vegetali e infine allude anche metaforicamente alla sepoltura dell’uomo per le condizioni in cui l’uomo è costretto a vivere in quel tempo.
In sostanza questo inizio rende universalmente il senso di quello che è per Eliot appunto la sua terra desolata. Una terra il cui scenario può ripetersi in ogni luogo e in ogni tempo per ciascun uomo, per ciascuno di noi che leggiamo oggi i suoi versi e per quelli che li leggeranno in futuro. Le evoluzioni potranno essere diverse, come pure le soluzioni. Resta il fatto che questa “terra desolata” è “una antologia dei punti culminanti di un dramma”.  Un’opera della letteratura del Novecento che ha influenzato le generazioni successive di poeti e nel suo valore emblematico ha interpretato un’apocalisse, una fine del mondo.

“April is the cruellest month”, aprile che è il più crudele dei mesi dà voce a quattro personaggi narranti ed è un vero e proprio monologo drammatico che cambia voce di tratto in tratto. Quattro voci che sembrano affollarsi e che danno la sensazione di una moltitudine. È la folla anonima, il caos della società contemporanea del tempo di Eliot.  Un caos ben rappresentato proprio da una specie di Babele delle lingue che è allegoria dell’Europa a lui contemporanea. Le altre quattro parti di The Waste Land non sono altro che la specificazione, l’approfondimento di questa idea di terra. Esse declinano ognuna per proprio conto un aspetto di questa desolazione.

“A game of chess” (Una partita a scacchi) è il titolo della seconda sezione e viene dal titolo di un’opera di Thomas Middleton Woman Beware Women (1657). Raffronta l’antico splendore con il presente squallore. Ogni mossa nel gioco degli scacchi è una mossa di seduzione nei confronti di una donna. Qui Eliot parla della mancanza di valori che porta all’incomunicabilità. La prima scena parla di una coppia famosa Antonio e Cleopatra, poi Didone ed Enea per arrivare fino allo stupro di Filomela raccontato dalle Metamorfosi di Ovidio. La donna dopo essere stata stuprata viene trasformata in un usignolo che canta la malvagità degli uomini. La seconda parte di questa sezione si apre in un pub di Londra in cui compaiono due donne che parlano tra loro. I versi raccontano la storia di Lili e Albert. La donna ha un aspetto trasandato per le gravidanze e l’uomo è un reduce dal fronte. Nessun valore morale sembra dare loro dignità. Il brano termina con l’addio di Ofelia prima di suicidarsi, donna simbolo dell’amore deluso.

Nella terza parte The fire sermon, il sermone del fuoco Eliot introduce la visione di Tiresia. Lo fa con questo breve quadro di vita quotidiana: racconta l’incontro tra una dattilografa e un impiegato nell’appartamento della ragazza in una grande città moderna (forse Londra) dove i rapporti umani sono rarefatti, ridotti all’inedia, non autentici, alienati. Così la relazione dei due giovani si specchia in questo brodo subliminale filtrato dallo sguardo dell’antico Tiresia. Di questa figura vorrei parlare di seguito.

In “morte per acqua” la quarta parte (o canto) è la più breve. In questa parte Eliot inserisce versi, come fa in altre situazioni, i cui argomenti si discostano completamente dall’architettura del poema sia dal punto di vista appunto dei contenuti che da quello formale.  Eliot ricorda qui la storia di un marinaio fenicio Phebas morto nella battaglia navale di Milazzo combattuta nel 260 a.C. tra romani e cartaginesi. Phebas era tra le forze dei romani. Inabissatosi, trasforma il suo sacrificio in un dono: diventa ora il simbolo dell’antico dio della vegetazione (Adone, Attis o Osiride) seppellito (ma in questo caso affogato) per poter permettere alla natura di rinascere.

“Ciò che disse il tuono è l’ultima sezione che mescola molti riferimenti culturali.  Si apre con la visione di un deserto, quello in cui vive metaforicamente l’umanità, (contemporanea ad Eliot) in attesa di una pioggia che non arriva.  Un deserto le cui condizioni sono cause di morte. L’umanità sta dunque morendo e anche la speranza di un redentore come Cristo è lontana. I riferimenti vanno da Dante al Vangelo di Luca, al mito celtico e ai temi di un trattato indiano.

“Dopo la luce rossa delle torce su volto sudato
dopo il gelido silenzio dei giardini
dopo l’agonia in luoghi di pietra
il clamore e il pianto
la prigione, il palazzo e l’echeggiato schianto
del tuono primaverile su monti lontani
colui che era vivo adesso è morto
noi che eravamo vivi stiamo morendo…”

Questa parte, l’ultima, chiude il cerchio perché continua con la descrizione della desolazione della terra e dell’uomo fino ad una speranza, quella del canto del gallo che annuncia il mattino. Ci sarà secondo Eliot un nuovo giorno. Il tuono annuncerà l’emergere di una civiltà con i suoi valori: l’altruismo, la compassione, l’autocontrollo per rifondare il mondo.

The Waste Land, la terra desolata, venne pubblicata, come detto, nel 1922 in volume a New York. Tra il 1921 e 1922 venne pubblicata, nell’ottobre del 1921 sulla rivista The Criterion e successivamente sempre su un’altra rivista.
I 433 versi di questo poemetto appaiono su riviste e in volume quando Eliot ha 34 anni. Vive in quel momento in Europa. Dopo un primo soggiorno da studente per preparare la tesi, vi ritorna dopo quattro anni e nel 1914 dunque continua a studiare alla Sorbona, frequenta le lezioni di Bergson, stringe amicizia con Alain Fournier che gli fa conoscere Gide, Claudel, Reviere, lo introduce alla prosa di  Julien Benda, Claude Maurras e Flaubert. Si reca anche in Germania a Marburg per approfondire la filosofia di Husserl (si era laureato nel suo paese di nascita, gli Stati Uniti d’America, con una tesi sulla filosofia di Bradley). A Londra conosce Ezra Pound che eserciterà una influenza determinante sul primo Eliot. A questa amicizia, come abbiamo accennato, si deve il lavoro comune che Eliot e Pound fecero: il primo componendo i versi de La terra desolata, il secondo tagliandoli inesorabilmente, mischiandoli e qualche volta stravolgendoli con la potenza della sua visione poetica e con l’esperienza. Forse grazie a Pound che la Terra desolata è diventata il punto di riferimento di molte esperienze letterarie perché influenzando il suo amico è riuscito ad aprirne l’animo e a farne scaturire quello che questo poemetto è. È tramite Pound che Eliot scopre la poesia provenzale, il dolce stil novo e rilegge Dante con un altro sguardo. Eliot si dedicherà all’insegnamento. Lascerà per otto anni la scuola e lavorerà come impiegato della Llyods Bank . Sono questi gli anni in cui si fa intenso il suo cammino verso la conversione e lo studio di autori come Maritain.

Si dedica poi alla scrittura per il teatro, scrive saggi sulla cultura e la civiltà occidentale, nel 1948 riceve il Premio Nobel per la letteratura. Muore a Londra il 4 gennaio 1965.
Eliot tornerà alla poesia con i Quattro quartetti che lo impegnano dal 1936 al 1942 dopo un lungo cammino spirituale di conversione.

Nei Quattro quartetti,venti anni dopo la Terra desolata  si fa però più esplicito il tentativo  di un bilancio della propria epoca. La fine della Grande guerra, la dissoluzione dell’impero austro-ungarico, i milioni di morti a causa della guerra e per la successiva pandemia della cosiddetta spagnola, danno nella terra desolata un significato residuale alla vita come pure a tutto quello che aveva contato prima di questi avvenimenti in termini di cultura, economia, politica, istituzioni. Ora nei Quattro quartetti tutto si svolge nei termini di una espiazione alla luce della speranza cristiana. Ma allo stesso tempo si avvia a compimento quel bilancio che il poeta fa attraverso un continuo coinvolgimento, nei suoi versi dei principi della società, dell’arte, della cultura, delle relazioni e delle loro trasmissioni temporali e interazioni.

Tra la stesura de La Terra desolata e dei Quattro quartetti la sua attività di drammaturgo produce altrettanti capolavori, Prende l’avvio con “L’assassinio nella cattedrale” per proseguire con “Riunione di famiglia (The family reunion, 1939), “Cocktail party”, 1948 “L’impiegato di fiducia” (The Confidential Clerk , 1955),” Lo statista a riposo “ (The elder Statesmann 1959). Il teatro rappresenta per Eliot, come egli stesso dice ne “L’uso della poesia e della critica” (The Use of  Poetry and  the Use of Criticism) del 1933: “il medium ideale  e la più diretta espressione  della utilità della poesia.”

Poesia sempre più tesa all’umiliazione dell’Io e alla ricerca di una illuminazione: “Ogni poesia è un epitaffio, ogni atto un passo verso la morte”. Una poesia che offre una visione pessimistica della realtà attraverso la narrazione di una terra in condizioni drammatiche per la caduta di ogni valore, senza alternative. La poesia non può fare altro che annotare lo stato dell’umanità. Con una specie di inedia, di impotenza com’è quella, per esempio, della poesia di Montale nei confronti della realtà. Nei versi de La Terra desolata nasce sul piano formale della poesia l’incontro tra “emozione e riflessione” che equivale al cosiddetto “correlativo”, oggetto che appunto Montale tanto apprezzò. Trasformando ogni emozione in immagini poetiche valide per tutti. Nei versi de La terra desolata si sente l’esperienza simbolista, (antirealistica, con riferimento ad un modello astratto di compostezza classica e l'imitazione di modelli antichi.  Baudelaire ne fece esperienza influenzando l'opera di Paul Verlaine, Julien Leclercq, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé), della morale dei poeti elisabettiani, (a partire da Edmund Spenser, Mary Wroth e Philip Sidney: tre poeti che rappresentano la poesia e il mondo elisabettiano, tra ispirazioni canoniche e non), dei metafici del Seicento. Eliot fu tra coloro che rivalutarono l’opera dei poeti metafisici del ‘600, ponendo un nuovo significato. Nel suo importante saggio dedicato ai poeti metafisici inglesi ha creato una corona di “involontari classici a lui congeniali” (parole di Montale), antenati illustri, tra i quali c’era anche Dante. 

Montale scrive in più occasioni di lui: “Nella sua poesia si trova senza dubbio la forte impronta del simbolismo francese e vi è quel modo tutto anglosassone di guardare al nostro stil novo, comune a Pound, e che esaurisce spesso nell’intarsio, nel gioco di un simbolo allusivo dell’eccitazione e dei richiami. Non ultima, anzi preponderante, si avverte la scoperta della grande poesia metafisica inglese ma a tutte queste componenti si aggiunge un suo particolare strong rhythm, il senso di una musica personalissima che fa vibrare dal sottosuolo del lessico più comune tutte le possibili armoniche. In Eliot c’è un senso della musica, molto particolare e decisivo, per la riuscita della sua poesia”. Più di ogni altro si sente la Divina Commedia di Dante a cui Eliot dedica nei suoi studi critici una monografia. Alla religione cristiana Eliot affida un compito importante attribuendo alla fede una capacità di condurre a dimensioni mistiche come l’eternità sulla quale dice: “afferrare il punto di intersezione tra l’eterno e il tempo e occupazione da santo”.

Indubbiamente i versi de La terra desolata sono il risultato dell’incontro di due poeti Eliot e Pound che Eliot stesso definisce “il miglior fabbro” perché sarà Pound con la sua autorità, la sua esperienza e la sua influenza a fargli conoscere modelli e stili letterari ma anche  a indurlo a rimodellare continuamente  con tagli, correzioni, aggiunte e sottrazione i versi che nascono dalla sua ispirazione e che saranno poi il poema La terra desolata.
Così quei versi, alla luce del rapporto tra Eliot e Pound, diventano la semplice, rapsodica narrazione dell’umanità. Voci, molte voci che fanno dei versi della terra desolata un “mainstream” che va assorbito dal lettore, che accarezza il cuore e la memoria, versi che si rifiutano di essere interpretati, spiegati. Stanno l ì a segnare il passo delle generazioni successive al fine di preservare la più genuina natura dell’uomo che è in definitiva, la natura di un animale rituale.
La Terra desolata grazie alla cultura di Eliot manipola e sconvolge i contenuti antichi secondo il metodo mitico e sul piano letterario, si offre come un mosaico ad intarsio di frammenti di altri testi. Una specie di prestiti e restituzioni che si realizzano con l’accavallarsi di simboli che si trasformano dentro una sintassi spezzata, frammentata dando così l’impressione di essere un’opera senza unità, senza un senso. Un moderno “copia e incolla”, un gioco da Facebook. Ma quello che potrebbe sembrare una stranezza ha un suo profondo significato perché è questo il modo di riflettere la caduta dell’uomo. Un uomo la cui cultura, storia, religione, i cui miti e le cui opere vien fatta a pezzi nella caduta come se fosse fatto di coccio. Da quella creta di nuovo impastata attraverso la purificazione religiosa nascerà per Eliot un uomo nuovo.




Eremo Rocca S. Stefano lunedì 6 aprile 2020                      

  Valter Marcone





Salpano le VISIONI di Valter Marcone



A breve salperà una nuova rubrica letteraria per veleggiare nell'indiscussa cultura di Valter Marcone. VISIONI, questo è il titolo della rubrica, vuole parlare al lettore di questo blog di immagini e descrizioni iconiche del​territorio, Incontri letterari , carteggi letterari, poetiche e mappe della prosa, tutto reale e/o tutto fantastico, vero e/o falso, umano e/o disumano fino alla sublimazione dei sensi come per esempio nella visione di un mare che inghiotte il sole e che racconta storie lontane nello spazio e nel tempo passato ma anche, perché no, future. Oggi pubblicheremo il primo articolo.





Chi è Valter Marcone

Valter Marcone è nato a Sulmona (AQ). Attualmente vive a Rocca S. Stefano. È stato direttore del Centro Servizi Culturali di Sulmona e dal 1976 ha svolto attività nel sociale. Come operatore professionale ha lavorato alle dipendenze del Dipartimento  Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia, svolgendo, a conclusione della sua vita professionale, attività di Magistrato onorario presso il Tribunale per i minori di L’Aquila. Da giovanissimo ha lavorato nella redazione de Il Messaggero di Sulmona e ha continuato a collaborare con quotidiani e riviste con articoli, resoconti, inchieste. Ha pubblicato ‘Santa Barbara amore mio’, Editore L’autore Libri, Firenze 1989; ‘Stelle in corsa’ Editore Quale vita, 2000; ‘L’ardente e cieca rosa che non canto’ (stampato in proprio come omaggio per gli amici), L’Aquila 2011; ‘Il gigante e la farfalla. Romanzo d’ottocento’ Editore Quale vita, Torre dei Nolfi 2002; ‘Il chiostro e le mura. Storia di L’Aquila’ Editore Quale vita, Torre dei Nolfi 2003. Dopo il terremoto del 2009 ha svolto un’intensa attività di blogger su osservatoriodiconfine.blogspot.com . Ha avuto per alcuni anni un blog personale ‘Le StanzeDellaPoesia’ sul quotidiano on line Il Capoluogo.it . Ha tenuto letture ad alta voce e performance teatrali su testi scelti da vari autori e lettura integrale di ‘Fontamara’ di Ignazio Silone. È coordinatore, insieme ad Alessandra Prospero, de La Compagnia dei Poeti di L’Aquila: insieme hanno ideato la Festa della Poesia, la cui prima edizione si è tenuta nel 2016, e le iniziative collegate quali l’Antologia della festa e della rassegna ‘Binari poetici’. Ha  da pochi mesi pubblicato la silloge "Simimesis" (Daimon Edizioni, 2019).

mercoledì 1 aprile 2020

Il circolo letterario: Iginio Ugo Tarchetti


Il circolo letterario: Iginio Ugo Tarchetti




Se molti di noi hanno sentito almeno una volta sentir parlare della corrente letteraria della Scapigliatura, alzi la mano chi ricorda il nome di Iginio Ugo Tarchetti, scrittore, poeta e letterato italiano della metà dell’Ottocento. Sicuramente ben pochi, e soprattutto quasi tutte persone del settore e docenti universitari.
Di lui sappiamo che nacque nei pressi di Alessandria nel 1839, che si arruolò giovanissimo nell’Esercito e che fece parte dei battaglioni inviati nel Sud Italia per la repressione del brigantaggio. I ritratti che ci provengono da altre persone ci danno l’idea di un uomo alto più di un metro e ottanta, occhi azzurri, e quel fascino da vendere che faceva impazzire le donne.
Dal suo Epistolario, abbiamo notizia della sua permanenza a Varese nel 1863, dove conobbe una certa Carlotta Ponti, con cui intrecciò una relazione sentimentale. Ma fu dall’anno successivo che il suo nome inizia a legarsi alla storia della letteratura italiana. Infatti, nel 1864, giunge a Milano per motivi di salute e qui entrò a far parte degli ambienti del circolo della corrente letteraria della Scapigliatura; e divenne molto amico di uno degli esponenti più importanti, Salvatore Farina, che ritroveremo più avanti.
Nel frattempo, Tarchetti inizia a scrivere le sue prime opere, che però non ebbero molta fortuna. Ma nel 1865, un episodio lo segnò per sempre: mentre era a Parma, per via di un incarico militare ufficiale, conobbe una certa Carolina, una donna ammalata e prossima al trapasso, di cui si innamorò perdutamente. Lui ce la descrisse come una donna dai grandi occhi scuri, bellissima e dai capelli color ebano. Fu il tormento interiore e il desiderio di amore verso questa donna, che gli diede successivamente spunto per la sua opera più importante: Fosca.
La relazione non passò sotto l’occhio della opinione pubblica, e lui tornò a Milano, poiché i suoi problemi di salute si erano aggravati. Abbandonò la vita militare e negli ultimi anni frequentò attivamente i circoli letterari milanesi, producendo poesie, articoli, saggi e romanzi.
La morte lo colse alla età di trent’anni, in casa di quell’amico, Salvatore Farina, che nel 1869 completò l’opera di Tarchetti e la consegnò alla eternità: stiamo parlando appunto di Fosca.
A gloria postuma dell’autore, da noi considerato uno dei grandi autori maledetti italiani, considerate le tematiche macabre e antisociali di altri suoi scritti, nel 1981 il celebre regista Ettore Scola decise di rendere omaggio a Iginio Tarchetti, traendo spunto da Fosca per il suo bellissimo film Passione d’amore.




lunedì 23 marzo 2020

CECITÀ di José Saramago, un “povero animale”


Recensione CECITÀ di J. Saramago  (Feltrinelli) a cura di Selene Luise

Un “povero animale”




Quando si vivono dei periodi difficili e il mondo sembra più complicato e contorto di quanto non sia, la miglior soluzione è leggere dei libri che ti aiutino a comprendere meglio il periodo che stai vivendo.
Nella situazione attuale, in cui un nemico invisibile ci tiene prigionieri nelle nostre stesse case, delle nostre paure, ho deciso di leggere un libro che da anni attendeva sulla scaffalatura il suo turno. Un libro la cui reputazione mi rendeva restia ad affrontare: CECITÀ di José Saramago.
In un luogo e in un’epoca imprecisati, una misteriosa malattia rende cieca un’intera città.
Il Governo, all’inizio, cerca di arginare l’epidemia con i normali mezzi: quarantena e isolamento, ma la situazione precipita e l’essere umano, privato del suo senso più importante, è spogliato di ogni sovrastruttura di civiltà, fino a ridursi, come dice l’autore stesso, a un “povero animale.” Il che, probabilmente, è ciò che realmente siamo.
La specie umana si crede superiore perché articola suoni complessi, è in grado di disegnare suddetti suoni e cammina su due gambe, ma se fosse davvero quel che crede di essere, perché semina morte anziché aiutare a vivere? Perché spende milioni per costruire armi e bombe? Perché in mente non ha altro che il profitto? Un profitto di cosa, poi?
La storia misura l’evoluzione in base alle comodità prodotte in una data epoca, ma se togliamo queste sovrastrutture, ci si rende conto che forse non ci siamo mai evoluti, non come crediamo.
Questo è il messaggio che l’autore vuole trasmettere, attraverso il racconto: siamo tutti ciechi. Non di una cecità fisica, ma dell’anima. Siamo accecati dal progresso, dal denaro, dal potere. Quel che è peggio è che noi stessi abbiamo creato le suddette cose. Praticamente ci accechiamo da soli, e neanche ce ne rendiamo conto, salvo rarissime eccezioni.
Questo libro mi ha aiutato a vedere con maggior chiarezza quel che stiamo vivendo al momento attuale e, quando tutto sarà finito, non credo che ne usciremo migliori di prima. Forse diversi, ma non certo migliori.
L’umanità, nel corso dei secoli, ha affrontato tante epidemie. Ciò ha accresciuto il suo sapere scientifico, ma non l’ha di certo migliorata.
È rimasta la solita razza votata all’autodistruzione.




giovedì 19 marzo 2020

Il circolo letterario: Charles Baudelaire







La prima cosa che ci viene in mente quando si pronuncia il nome di Baudelaire, è tutta la categoria dei Poeti Maledetti e la sua opera più celebre: I fiori del male. In precedenza abbiamo detto qualcosa su altri due personaggi che hanno dato linfa e notorietà alla generazione di poeti che ruppe gli schemi della poesia classica e si consegnò all’eternità sia con opere uniche che con una vita a dir poco sregolata.
Charles Baudelaire non fu da meno, e ve lo mostriamo. Il Poeta nacque a Parigi nel 1821, rimase orfano di padre ed entrò in contrasto, dato il carattere turbolento, col patrigno, un ufficiale dell’esercito.

Questo fatto influì sul carattere e sulla sofferenza del giovane che, nonostante una educazione perfetta e momenti di ribellione, riuscì a diplomarsi ugualmente.

Da allora, inizia la leggenda del Poeta Maledetto, per via della frequentazione di compagnie discutibili, prostitute e uno stile di vita libertino che gli fece accumulare debiti e malattie veneree. La famiglia lo imbarcò così per una nave diretta in India. Ma l’autore non vi rimase molto, tanto che dopo breve tempo tornò nel suo Paese e iniziò a scrivere già alcuni componimenti.
La sua condotta di vita riprese sotto gli effetti delle erbe, le frequentazioni di prostitute e spese folli, tanto che Baudelaire, nonostante non avesse pubblicato nulla delle sue opere, era già conosciuto nei circoli letterari parigini per le sue rime e per la sua vita alquanto sregolata. Nonostante la famiglia lo avesse così messo sotto la custodia di un notaio, fu in questo periodo che entrò a far parte di un circolo letterario, noto come Le club des Hashischins, in cui facevano parte alcuni dei più grandi autori del tempo: Gautier, Nerval, Balzac, Dumas padre e Balzac.
Fu nell’anno 1845 che vide la luce una prima bozza de I fiori del male. Le recensioni furono di gran successo, ma nello stesso tempo l’autore tentò il suicidio. Scampato alla morte, partecipò ai moti rivoluzionari del 1848, e vide la nascita della Seconda Repubblica Francese che in breve vide tramutarsi in un Secondo Impero Napoleonico. Questo ebbe dei grandi riflessi sulla sua produzione letteraria.
Baudelaire nella sua opera principale mostra quanto abbia appreso dall’ammirazione per la musica di Wagner e gli scritti di Edgar Allan Poe, tanto che lo Spleen è tuttora la lirica più conosciuta dell’autore. Ma non solo: egli ebbe una grande influenza su molta parte della cultura a venire. Basti pensare alla generazione di poeti che si rifece alla sua poetica: Mallarmè, Valèry, Verlaine, Rimbaud; la generazione dei poeti Scapigliati in Italia, come Praga; un saggista e prosatore come Proust; il Decadentismo e quello che si rifà alla corrente Modernista. Lo stesso Dino Campana ammise di essere stato influenzato dal grande autore, considerato un precursore di tutto quello che verrà dopo di lui.
Dopo tanti travagli e una vita condotta tra eccessi, Baudelaire muore nel 1867, a soli 46 anni, dopo essere stato colpito da un ictus, che lo aveva reso in parte immobile, e aver trascurato gli effetti della sifilide, che si portava dietro dagli anni tribolati e senza regole della gioventù.






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mercoledì 11 marzo 2020

QUALCUNO CON CUI CORRERE di David Grossman, il libro del cuore


Recensione di QUALCUNO CON CUI CORRERE di D. Grossman




Il libro del cuore

Ogni libro che leggiamo ci lascia qualcosa dentro, un segno, grande o piccolo che sia.
Ci arricchisce di una nuova esperienza, una nuova consapevolezza, un nuovo modo di pensare.
Ma ce ne sono alcuni che sono dei veri e propri pugni nello stomaco, per quanto colpiscono, capaci di sconvolgerti fino a star male, tanto da lasciare un marchio a fuoco nell’anima.
Nella mia esperienza di lettrice, almeno finora, ho incontrato due libri di quest’ultimo genere: INCUBO di Wulf Dorn e QUALCUNO CON CUI CORRERE di David Grossman ed è del secondo che voglio parlare.
Il rapporto con questo libro è stato, all’inizio, molto complicato.
Lo lessi per la prima volta cinque anni fa, in un’edizione economica le cui pagine facevano concorrenza al Rocci e la cui quarta di copertina sembrava abbozzata da uno scribacchino alle prime armi.
Ciononostante, sentivo una profonda attrazione verso quel libro e cosi lo acquistai.
Superare il primo centinaio di pagine fu una fatica di Sisifo, ma la mia perseveranza ebbe la meglio e andai avanti.
A poco a poco, i personaggi si delinearono in un disegno preciso e rimasi di stucco nel capire quanto i due protagonisti  mi assomigliassero.
Arrivata al cuore della storia, incassai il colpo di grazia. Sensazione, questa, che ebbi per vari giorni dopo il termine della lettura, con disturbi di stomaco e inappetenza.
Per darvi sfogo, scrissi subito la recensione e, per rendere meglio l’idea, l’intitolai “attenti, morde!”
Poi la copia finì nei meandri più profondi della scaffalatura e da allora non l’ho più toccata.
Il suo potere attrattivo è tornato a trovarmi negli ultimi mesi del 2019, in quella stessa libreria dove acquistai l’edizione economica, allorché la rividi in una splendida edizione illustrata.
Me ne innamorai perdutamente e me la feci regalare per Natale.
Inutile dire che, tolta la carta da regalo, mi ci fiondai immediatamente, sentendo in cuor mio che l’edizione illustrata e la seconda lettura mi avrebbero aiutata a capire meglio la storia e i suoi significati.
E così è stato.
Il primo centinaio di pagine non era più una fatica di Sisifo.
Ho imparato ad assaporare ogni parola dell’inizio dell’avventura di Assaf, un ragazzo timido e introverso proprio come me, e la cagna Dinka, che nella trama assume le vesti di un animale-spirito, l’anima che cammina accanto al corpo, prima uniti da una corda, poi con movimenti perfettamente coordinati, la mente (razionalità) che si lascia guidare dal cuore (istinto, sentimento) verso il suo destino, come dice il primo capitolo “io e la mia ombra ci siamo messi in cammino”.
Il destino è Tamar, la protagonista femminile, un personaggio che, sin dall’inizio, vediamo con un pesante zaino sulle spalle, simbolo del pesante fardello che la vita ha posto troppo presto sulle sue giovani spalle.
Con un coraggio misto a disperazione, si lancia in un buco nero, da cui le probabilità di uscire sono pressoché  nulle, per salvare il fratello, artista incompreso e dipendente dalla droga.
Prima, però, si rasa i capelli a zero, a significare la rinuncia a ogni sicurezza e difesa, nonché  il rivestirsi di anonimato per ritrovare il suo io più profondo, quello che le sovrastrutture familiari e sociali comprimono fino a schiacciarlo.
I due ragazzi si incontreranno, ma questo non è che un altro inizio.
La rilettura di questo libro è stata proficua e illuminante.
Mi sono resa conto di non aver capito tante cose della storia e dei temi trattati, in particolare la piaga della tossicodipendenza, il mondo spietato e indifferente che ci circonda, i pregiudizi che si frappongono tra noi e i nostri sogni.
Se in LA PICCOLA BIBLIOTECA CON LE ALI di David Whitehouse ho trovato il mio romanzo-luce, in QUALCUNO CON CUI CORRERE ho trovato il mio libro del cuore, quello che ha parlato alla parte più profonda di me, come lettrice e come scrittrice.
Non lo lascerò mai più.



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