Tutti, almeno una volta nella vita,
abbiamo avuto a che fare con I PROMESSI SPOSI, questo librone noioso, scritto
in un italiano talmente astruso da sembrare quasi una lingua straniera. Costretti a studiarlo a scuola, chissà quante
volte lo abbiamo maledetto. Quante volte ci siamo detti “ma Manzoni non aveva
niente di meglio da fare che scrivere un libraccio che piace solo ai bacucchi?”
Me lo chiedevo anch’io, ai tempi del liceo, quando mi lambiccavo il cervello
sulle sue pagine, cercando significati che non volevano lasciarsi trovare, e
con i quali buttar giù i temi. Quanto
lo ho odiato! Poi, chissà perché, quest’anno mi è venuta voglia di riprenderlo,
e così, in un ‘edizione diversa da quella scolastica, mi sono cimentata di
nuovo in questa lettura e, benché non me ne sia perdutamente innamorata, l’ho
rivalutato. Ora che sulla lettura non
pesavano più i temi da svolgere, l’ho riletto con uno spirito più predisposto
verso quella che è una delle due punte di diamante della letteratura italiana,
nonché con una mente più matura, quindi scevra da pregiudizi, e un maggiore
senso critico. Con questi strumenti mi sono di nuovo incamminata per quel
paesino sul lago di Como, di nuovo ho accompagnato Don Abbondio all’incontro
con i bravi, seguito Renzo e Lucia nelle loro peripezie, scavato nell’anima
dell’Innominato e della monaca di Monza, il personaggio che mi è piaciuto di
più, assistito alla peste di Milano, appreso “il sugo di tutta la storia” e
perfino riso per l’ironia dell’autore nel narrare fatti anche parecchio
tragici. Ebbene ora di questo libro,
benché non lo ami particolarmente, non posso fare a meno di dire quel che Dostoevskij
disse di Anna Karenina: I PROMESSI SPOSI è un’opera assolutamente perfetta. Tanto nella trama quanto nella struttura. Manzoni ci ha regalato uno specchio perfetto
di quella che è la società italiana ancora oggi, a distanza di più di duecento
anni. I Don Rodrigo che oggi sono i boss
mafiosi, i Renzo e Lucia che oggi sono le persone vessate dalle mille
difficoltà della vita, con uno Stato corrotto e dormiente. Ce lo dimostra
chiaramente nell’amaro racconto di quando, all’arrivo della peste, i potenti di
Milano tutto fanno fuorché prendere le giuste precauzioni e “impiegano i danari
del pubblico nello sproposito”. In mezzo
a tutto questo, però, l’autore non manca di inserire personaggi e situazioni
positive, come il cardinal Federico Borromeo, sempre pronto ad aiutare tutti,
l’Innominato che, dopo una vita dissoluta, si converte e diventa un santo in
terra. Come a dire che non è mai troppo tardi per redimersi, per quanto male si
sia fatto. Che nello stesso male può nascondersi il bene. Una scena che mi ha
colpito particolarmente è il pezzo della madre di Cecilia, la bambina morta di
peste che si avvia alla tomba vestita a festa. La compostezza e il dolore
dignitoso in mezzo a tanto squallore. Nocciolo di tutto, la fede nella
Provvidenza, che l’autore non si stanca mai di ribadire. Come non si stanca mai di ribadire di
sopportare con pazienza gli sgambetti della vita, che prima o poi tutto si
aggiusta. Un bel messaggio in un mondo
come quello attuale. Cosi connesso eppure cosi solo. Cosi progredito
tecnologicamente eppure mentalmente così indietro. Dove la speranza muore prima
di nascere, pazienza e perseveranza non si sa più cosa siano e i lieti fini
sono rari. Rileggere questo libro mi ha
fatto capire molto del paese in cui vivo, dell’animo umano e dell’uomo in
generale, vero protagonista del romanzo.
Un’opera che vale la pena odiare da ragazzi e riscoprire da adulti, che
vale la fatica durata a comprenderlo, che anche se non lo ami non puoi non
apprezzare. Insomma un rapporto complicato
che non si può fare a meno di vivere.
venerdì 2 dicembre 2016
sabato 5 novembre 2016
Recensione di INSCIALLAH di Oriana Fallaci - a cura di Selene Luise
L’Iliade del
novecento
Piccola
Iliade. È così che Oriana Fallaci, per bocca di uno dei personaggi, definisce
uno dei suoi massimi capolavori: Insciallah. Che poi tanto piccola non è, viste le sue ottocento pagine. Uscito a
parecchi anni di distanza dall'ultima fatica letteraria dell’autrice, questo
romanzo si svolge nell'arco di tre mesi e racconta del contingente italiano a
Beirut, al tempo dei sanguinosi eventi che
sconvolsero gli ultimi due decenni del secolo scorso. Si apre con l’orrenda
immagine dei cani randagi che invadono,
di notte, la città semidistrutta in cerca di carcasse da sbranare e con una duplice
strage e, così facendo, il lettore si trova subito scaraventato in un racconto
di guerra. Insomma, sin dall'incipit è avvertito di non aspettarsi niente di
buono dalla storia che sta per leggere.
Sulla scena compaiono in tutto una sessantina di personaggi, tra cui i più
importanti sono: il Professore, portavoce dell’autrice stessa, che per non
sentirsi solo scrive lettere ad una moglie che non ha. Charlie, comandante-chioccia dei suoi
sottoposti. Angelo ,il matematico alla ricerca della formula della Vita, il
quale cerca nei numeri la via per sfuggire al caos del mondo, un caos che lo
spaventa, dal quale si sente risucchiato e da cui la sua matematica non può
proteggerlo. Angelo è corteggiato da Ninette, una misteriosa ragazza libanese
che sembra non voglia altro che un po’ di leggerezza in mezzo a tanto orrore,
ma con una tragedia alle spalle. I
piccoli Maometto e Leida , Paspartout, metafore dell’infanzia uccisa o rovinata dalla guerra decisa dai grandi, e
molti altri. L’autrice ce li presenta uno
per uno, nell'intimo della loro psiche. Ce li fa conoscere così in profondità
che alla fine, anche se magari sono antipatici come Cavallo Pazzo, non puoi
fare a meno di amarli. Parte dalla loro sovrastruttura di soldati, figura di
cui la gente è abituata a vedere la durezza , la compostezza, la disciplina. Nient’altro che la divisa che portano addosso,
ma Oriana, con una maestria da meccanico, piano
piano ,pezzo dopo pezzo, smonta questa corazza e ce li rivela in tutta la loro nuda fragilità di esseri
umani. Di creature inermi che conducono
una guerra gli uni contro gli altri. E per che cosa? Tanti personaggi ma un
solo protagonista, la guerra. Questa sporca abitudine di scannarsi gli uni con
gli altri. La guerra che non risparmia nessuno, nemmeno i bambini. Anzi sono
proprio loro a pagare il prezzo più alto. La guerra che fa dell’essere umano un
mostro ; La guerra dove non c’è posto per i sentimenti, dove l’essenza stessa
della vita viene annullata sotto le bombe e i colpi di mortaio. Leggendo il
libro, ho amato ciascuno di questi personaggi. Ho avuto voglia di abbracciarli
uno per uno. E nello stesso tempo riflettevo. Riflettevo sul fatto di come
l’uomo riesca ad essere contemporaneamente la creatura più intelligente e la
più stupida. Capace di scrivere la
Divina Commedia come il Mein Kampf, di costruire computer superveloci come armi
da guerra. In una parola, l’unica specie che usa la sua intelligenza per
annientare sé stessa. E da ciò tanti
interrogativi, tante domande sull'uomo, i suoi conflitti, il mondo crudele che
stiamo distruggendo, dimentichi che ne abbiamo uno solo. Insciallah è una tappa
obbligata per chi vuole scrivere, ma anche una preziosissima pietra miliare per
capire il secolo appena passato e dare uno sguardo a ciò che verrà. Vale la
pena affrontare questo mattone un poco alla volta, come per UN UOMO, e lasciare
che ci tocchi mente e cuore.
domenica 23 ottobre 2016
Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci. Una fiaba reale
Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci.
Una fiaba reale
martedì 13 settembre 2016
Recensione IL NIDO DELLA FOLLIA di Francesco Proia. Anfiteatro Editore.
Recensione IL NIDO DELLA FOLLIA di Francesco Proia. Anfiteatro Editore.
Uno sguardo sul lato oscuro della mente umana
Il libro che mi accingo a recensire rappresenta un primo, e
sottolineo, primo, punto di arrivo di un percorso riflessivo iniziato qualche
anno fa ,circa un tema tanto affascinante quanto spaventoso : la follia umana.
Quella strana cosa che tutti, chi più chi meno, abbiamo e ci fa paura. Tanta
paura che si è sempre cercato di occultarla, comprimerla, relegarla dove non la
si possa né vedere né sentire, se non da chi deve professionalmente
occuparsene. Un atteggiamento che non biasimo. Dopotutto è umano temere l’invisibile. Ambientato a L’Aquila ,nel
1956, il romanzo racconta di un funzionario ministeriale che, insieme al suo
superiore, deve compiere un’ispezione nell’ospedale psichiatrico di
Collemaggio. Un ‘ispezione che lo porterà a scontrarsi con i più neri abissi
della pazzia umana e sui crudeli metodi con cui si pretende di curarla. Il
giovane protagonista, durante il suo soggiorno nel manicomio, ha modo di
apprendere molte cose sulla follia. In primis, come ho già detto, che essa fa
parte di noi, di tutti noi, non solo di chi soffre di patologie mentali. In
quanto facente parte dell’essere umano, non la si può curare, solo tenere a
bada, ma soprattutto che tante, troppe volte essa viene usata per etichettare e
condannare ciò che la società non approva, come l’omosessualità, e che dietro di lei si nasconde il terrore della
diversità. Questo toccante libro ribadisce, inoltre, quanto è labile il confine
tra sanità e pazzia e che a volte le due cose si mischiano e si confondono.
L’intreccio è coinvolgente, ma lo stile, piuttosto pesantuccio, lascia un
pochino a desiderare. Non è scorrevole e manca di coinvolgimento. A tratti
sembra solo abbozzato. Nonostante questi pochi difetti, si tratta di un buon
libro. Una lettura obbligata per chiunque voglia approfondire questa affascinante, inquietante
tematica.
sabato 6 agosto 2016
"Incubo" di Wulf Dorn
Una lettura
da “incubo”
Ci sono libri che, una volta
letti, ti restano appiccicati addosso come sanguisughe, con tutta una caterva
di pensieri e sensazioni. “Incubo” è uno di questi. Quando mi accinsi a
leggerlo, avevo una vaga idea di cosa stavo per affrontare, dato che di questo
autore ho letto tutte le opere precedenti, ciascuna delle quali mi ha lasciato
qualcosa. Ma con questa sua ultima fatica è stato diverso. Oserei dire
traumatizzante. Affrontare questa lettura è stato letteralmente un incubo. Il
motivo riguarda principalmente la trama. Racconta di un ragazzo autistico che
perde i genitori in un incidente d’auto, con tutte le conseguenze che gli
piombano addosso come macigni. In primis il senso di colpa per essere
sopravvissuto, gli incubi e i vuoti di memoria dovuti al trauma. In secundis,
il dover affrontare il doloroso inizio
di una nuova vita. In tante peripezie, l’unica nota positiva è la sua amicizia
con Caro, una ragazzina che conosce nella nuova scuola, la quale lo capisce e
lo accetta così com’è. Segue poi una vicenda intricata, fino al finale che
colpisce come un pugno in pieno volto. Ero preparata al classico colpo di scena alla
Dorn, però non immaginavo un tale colpo. Comunque, non è questo il motivo per
cui questo libro mi ha tanto sconvolta. Il fatto è che esso ha toccato dei temi
che da sette lunghi anni sono appiccicati, anzi marchiati a fuoco, nella mia
anima. La transitorietà, l’illusione della sicurezza, il fatto che tutto possa cambiare da un momento
all’altro. Io ho avuto modo di imparare tutto ciò a mie spese una notte di
aprile. La maledetta notte in cui il terremoto , in ventitré lunghissimi
secondi, mi ha tolto tutto ciò che fino ad allora era stata la mia vita. Sembrava
che il protagonista fosse la somma delle mie insicurezze e delle mie fragilità
di allora, incarnatesi in un personaggio di carta e inchiostro messo lì a mostrarmi cosa sarebbe potuto
succedere se non le avessi tenute a bada. Mi sono
presa un tale spavento che dubito che prenderò di nuovo in mano qualcosa di
questo autore. Kafka diceva che un libro deve essere un’ascia per il mare
ghiacciato che è dentro di noi. Sono d’accordo, ma questa volta l’ascia è
penetrata troppo a fondo, andando a toccare punti ancora dolenti, nonostante il
passare il tempo. Nonostante questo, però, non mi pento di averlo letto. Perché
se da un lato ha toccato ferite ancora aperte, dall’altro mi ha ricordato che
ho un carattere forte, grazie al quale non sono crollata e le avversità che ho
dovuto affrontare non hanno avuto la meglio su di me. Ha riportato alla mia
mente il più grande insegnamento che ho tratto dal terremoto : carpe diem.
Cogli l’attimo, perché niente è eterno e tutto può cambiare da un momento
all’altro. E quando avviene, mai lasciarsi abbattere, ma farsi forza e
rimettersi in piedi, perché la vita è una guerra, e in guerra o si combatte o
si muore. Libro consigliatissimo, ma
leggetelo armati di coraggio.
giovedì 14 luglio 2016
DELITTO E CASTIGO: il romanzo multicolore.
DELITTO E CASTIGO: il romanzo
multicolore.
DELITTO E CASTIGO di Fedor Dostoevskij è il primo classico
che ho letto di mia spontanea volontà, nonché il romanzo che mi ha iniziata al
mondo dostoevskiano e ai classici in generale. La definizione che di solito ne
dà la critica è quella di “poliziesco”, “romanzo criminale”. A mio parere una
tale definizione è oltremodo riduttiva. In esso, nella sua trama, si
intrecciano molteplici tematiche come la libertà, il sentimento del giusto e
dell’ingiusto, del bene e del male, i modi umani di reagire al dolore, alla
sofferenza, l’espiazione delle proprie colpe e tantissimi altri. In questo
romanzo, ogni personaggio ha una sua autonomia, una sua personalità e dignità.
Sono indipendenti gli uni dagli altri. Ma il protagonista è uno solo:
Raskolnikov, un giovane studente. Il suo nome, si badi, non è casuale. Viene
dal termine raskolnik che significa
“scisma”, “rottura”. Raskolnikov, venuto a Pietroburgo dalla campagna per
frequentare l’università, a causa di gravi ristrettezze economiche è costretto
ad abbandonare gli studi e un bel giorno, per dimostrare a tutti, soprattutto a
se stesso, di essere un super-uomo, uccide una vecchia usuraia. Raskolnikov, nel
compiere il delitto, in un primo momento pensa anche di fare un favore
all’umanità, liberandola da un essere abietto come l’usuraia, ma col passare
del tempo la consapevolezza di aver commesso un grave crimine e il rimorso di
coscienza, alla fine, lo portano a costituirsi. Delitto, colpa ed espiazione.
Questi i tre cardini su cui si basa l’apparentemente semplice trama. Dico
apparentemente perché in essa si celano significati molto più profondi che
fanno capire come mai non solo è riduttivo, ma anche sbagliato, chiamarlo
“poliziesco”. Qui siamo di fronte ad una vero e proprio romanzo psicologico. La
vicenda del protagonista ci mostra che la libertà, se non frenata dai dovuti
limiti, si autonega. Raskolnikov è spesso considerato un anti-eroe. Ciò è vero
se lo confrontiamo con i protagonisti del resto della letteratura europea, ma
non se lo si analizza nella sua essenza. Io lo definirei l’eroe per eccellenza,
perché anche lui combatte contro i suoi nemici, che non sono tangibili ma
interiori (la sua colpa e la paura della punizione) e li sconfigge proprio
confessando il suo delitto e accettando il meritato castigo. Prima di giungere
a questo, però, Raskolnikov ci pone un importante interrogativo: “i più grandi
uomini della storia hanno fatto stragi
su stragi per arrivare dove sono arrivati, e i posteri li ricordano e li
celebrano quasi come dei. Perché io, che ho ucciso un pidocchio, devo andare ai
lavori forzati?” Una persona superficiale risponderebbe che quelle stragi erano
necessarie per il bene dell’umanità, ma noi semplici mortali siamo sicuri di
saper distinguere il bene dal male? Non vale forse per tutti il comandamento
“non uccidere”? Ciò vuol dire che l’umanità venera degli assassini ai quali, a
differenza di Raskolnikov, non viene imposto di pagare per le loro colpe e in
cui il potere ha messo a tacere la coscienza. È un quesito pesante come un
macigno, questo, che ci costringe a rivedere tutte le nostre convinzioni più
radicate, ma in questa sede sarebbe troppo lungo discuterne. Come ho detto
prima, accanto a Raskolnikov, ci sono altri personaggi che insieme a lui vivono
e agiscono. Tre i più importanti: i suoi opposti Marmeladov, Svidrjgajlov e la
protagonista femminile del romanzo: Sonja. Marmeladov è un povero disgraziato
con moglie e figli da sfamare, il cui impiego non gli permette di condurre
un’esistenza dignitosa, ma lui invece di reagire, passa la giornate ad
ubriacarsi; ma nonostante le botte della moglie e la consapevolezza della
propria situazione continua a vivere così. Lui rappresenta l’umanità sofferente
incapace di rimettersi in piedi, che passa il tempo a piangersi addosso e il
cui unico desiderio è essere compatita. Svidrjgajlov è un Raskolnikov al
negativo. Lui nella vita ha commesso una bassezza dietro l’altra e in ognuna di
esse trova un malsano piacere, il piacere di sprofondare sempre di più
nell’abisso dell’infamia. Egli rappresenta il masochismo, l’attrazione fatale
esercitata dal male sulla psiche umana. Il suo suicidio è l’altro risultato
dell’eccesiva libertà. Veniamo infine a Sonja, figlia di Marmeladov, la quale
per mantenere sé stessa e la famiglia è costretta a prostituirsi. Lei è esteriormente timida e insignificante, ma
dentro nasconde una grande forza d’animo. Nel corso della storia non la vediamo
mai lamentarsi della sua deplorevole situazione. Anzi sopporta la sua croce con
pazienza e dignità, confidando sempre in Cristo, tant’è che quando incontra
Raskolnikov e apprende da lui ciò che ha fatto, non solo non lo giudica, ma lo
ama. Lo ama perché vede in lui un’anima che soffre tormenti peggiori dei suoi. Sonja
considera sé stessa perduta per sempre, per lui vede che c’è una possibilità di
redenzione, ma solo se ammetterà la propria colpa e accetterà la sofferenza da
ciò derivante e la pena. È, infatti, proprio Sonja a convincere Raskolnikov a
costituirsi e lo segue fino in Siberia per stargli accanto durante la
reclusione. Raskolnikov all’inizio è infastidito da questo amore che Sonja
prova per lui, perché sente di non meritarlo e perché gli fa percepire ancora
di più la gravità della sua azione, ma alla fine lo accetta e vi si abbandona
completamente, in quanto capisce che questo lo aiuterà a redimersi e a
rigenerarsi ad una nuova vita al termine della pena. Ritroviamo qui il tema
dostoevskiano della sofferenza purificatrice e dei demoni presenti nella
società e nell’animo umano che, se guardiamo bene, è il vero protagonista del
romanzo. Un capolavoro di psicoanalisi alla stato puro con una manciata di
filosofia e romanticismo. Un arcobaleno di sentimenti che si intrecciano tra
loro. Per l’appunto una romanzo multicolore.
martedì 5 luglio 2016
Lettera a un bambino mai nato: un inno alla vita
Lettera a un
bambino mai nato: un inno alla vita
Spesso si pensa che i libri di volume
modesto siano leggeri anche nel contenuto.
La maggior parte delle volte non è così. I libri piccoli di spessore
spesso sono micidiali. Colpiscono in profondità come una lama ben affilata. In
essi l’autore somministra il suo miele a palate e senza diluirlo, come invece
avviene con i romanzi lunghi. LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO di Oriana Fallaci è
uno di questi. Un libro piccolissimo, che si finisce in giorno, ma con tali e
tanti significati, una profondità così grande che esso, nonostante la sua
ridotta quantità di pagine, pesa come se ci fosse tutto il mondo dentro. La protagonista è una donna senza nome né
volto che scopre improvvisamente di essere incinta e imbastisce un dialogo, che
in realtà è più un monologo, con il bambino che porta in grembo. Un bambino che,
come dice il titolo, non nascerà. Intorno a lei si muove una girandola di
personaggi, anche essi senza nome né volto, che più o meno direttamente
intervengono nella vicenda: il medico ottuso, la dottoressa ottimista, il padre
menefreghista, l’amica della protagonista eccetera. Nel monologo emergono molte
tematiche ancora, purtroppo, attuali. In primis la dura vita delle donne
indipendenti che, solo perché sono tali, si vedono negare dal pensare comune il
diritto ad essere felici e ad avere una famiglia senza dover rinunciare al
lavoro. Una specie di sanzione per aver osato ricordare al mondo maschile che
il corpo femminile non è un incubatrice né un giocattolo e soprattutto che
appartiene alla donna, non al suo compagno. Questioni bioetiche come il chiedersi se sia
giusto sacrificare ciò che è per qualcosa che ancora non è, l’aborto, l’utero
in affitto. Ancora le leggi di un mondo spietato che non fa sconti a nessuno,
perennemente in attesa di un domani migliore che non arriva mai. In tutto
questo, però, c’è un lumicino di speranza. La vita. La vita che, come la
ginestra di Leopardi, resiste nonostante le mille avversità che le passano
sopra come la lava di un vulcano. La vita che resiste a tutto, la vita che non
muore perché la sua essenza, l’amore, è più forte di tutto, anche della morte. Questo
piccolo inno alla vita è uno di quei libri che, una volta letti, ti cambiano
dentro per sempre. Uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere almeno una
volta nella vita. Lasciarsi invadere dalla sua prosa poetica e mettere in moto
gli ingranaggi della mente con gli innumerevoli spunti di riflessione che
offre. Un libro che va dritto al cuore,
lasciandogli un marchio indelebile. Da leggere più e più e volte. Uno di quei
pilastri da cui partire per costruire un mondo migliore, dove le donne non
vengano più considerate dei sub-umani o delle incubatrici e dove il poter dare
la vita non sia più considerato un incidente ma il grande miracolo che è. Medita, mondo! Soprattutto voi maschi!
domenica 26 giugno 2016
CONCORSO NAZIONALE DI POESIA “ENRICO ZORZI” XXIX edizione – 2016
CONCORSO NAZIONALE DI POESIA “ENRICO ZORZI” XXIX edizione – 2016
La famiglia Zorzi, con il patrocinio dell’Arma dei Carabinieri e dell’ Associazione Nazionale Carabinieri di Verona, in collaborazione con Associazione culturale “Luni del Poeta” Tolo da Re, indice e organizza la XXIX edizione del premio nazionale di poesia “Enrico Zorzi”.
Scadenza: 15 settembre 2016.
Premiazione: 11 novembre - ore 17,30 presso il “Circolo Unificato dell’Esercito” - Verona.
REGOLAMENTO
1) Il premio “Enrico Zorzi”, per l’anno 2016, viene organizzato come sopra esposto ed è aperto a tutti i poeti. Il premio è diviso in tre sezioni. Si partecipa con due componimenti obbligatori per sezione (max 32 versi ogni poesia). A parziale copertura delle spese di segreteria si chiede un contributo di 10,00 € per ogni sezione alla quale si partecipa.
Sez. A - Poesia dialettale del Triveneto a tema libero
Sez. B - Poesia in lingua italiana con tema “Il Comandante della stazione dei carabinieri: protagonista del suo territorio”.
Sez. C - Poesia in lingua italiana a tema libero.
2) Gli elaborati dovranno essere inviati entro e non oltre il 15 settembre 2016 (farà fede il timbro postale) al seguente indirizzo: Concorso di poesia “Enrico Zorzi” c/o Trattoria la Genovesa - Strada della Genovesa, 44 - 37135 Verona, e prodotti in 6 copie in formato A4 - di cui una soltanto dovrà recare in calce: nome e cognome, indirizzo, numero telefonico ed e-mail dell’autore chiaramente leggibili, nonché la firma, come autentica della composizione, e il contributo di 10 € in contanti per ogni sezione. Segnalare la sezione alla quale l’autore intende partecipare. Inoltre, la dichiarazione che le stesse sono inedite e mai state premiate. Non verranno accettati testi scritti a mano.
E’ ammessa la partecipazione a tutte le sezioni, previo versamento delle rispettive quote.
I verbali della giuria saranno inviati esclusivamente per posta elettronica.
3) La Giuria sarà resa nota al momento della premiazione l’11 novembre - ore 17,30 presso il “Circolo Unificato dell’Esercito” – Verona (Castelvecchio).
4) I vincitori e i segnalati saranno avvisati telefonicamente
5) PREMI
Sezione A:
Primo classificato - pennino d’oro, targa personalizzata con la riproduzione della lirica premiata
e opera del pittore Mario Dalla Fini
Secondo e Terzo classificati - pennino d’argento, targa personalizzata con la riproduzione della lirica premiata
Sezione B:
Primo classificato - pennino d’oro, targa personalizzata con la riproduzione della lirica premiata
e opera del pittore Mario Dalla Fini
Secondo e Terzo classificati - pennino d’argento, targa personalizzata con la riproduzione della lirica premiata
Sezione C:
Primo classificato - pennino d’oro, targa personalizzata con la riproduzione della lirica premiata
e opera del pittore Mario Dalla Fini
Secondo e Terzo classificati - pennino d’argento, targa personalizzata con la riproduzione della lirica premiata
I premi dovranno essere ritirati personalmente.
6) N.B. La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento.
7) La giuria, il cui giudizio è inappellabile, ha facoltà di segnalare ulteriori autori meritevoli, oltre i vincitori, le cui poesie saranno pubblicate sull'apposito libretto.
Associazione culturale “Luni del Poeta” Tolo da Re
c/o Trattoria la Genovesa - Strada della Genovesa, 44 - 37135 Verona
Tel. 045 8550997 - cell. 3400012354 - e-mail: nuovagenovesa@gmail.com
Tel. 045 8550997 - cell. 3400012354 - e-mail: nuovagenovesa@gmail.com
sabato 25 giugno 2016
Phobia. Appuntamento con la paura
Phobia. Appuntamento con la paura
Quando leggi un libro di Dorn, il solo
vedere la copertina ti fa sentire un brivido lungo la schiena. Il
brivido che prova il funambolo mentre cammina a metri e metri di altezza, o
quello del surfista mentre si accinge a cavalcare l’onda tanto attesa. Dal
momento in cui apri il libro, non vedi l’ora di conoscere il protagonista e di
farti trascinare nella spirale di demoni e sentimenti che è la mente umana.
L’ultimo libro di Dorn, però, ha qualcosa di diverso rispetto ai precedenti.
Non si limita a raccontare per il puro intrattenimento o per il piacere
terribile ed euforico che da la suspense. No. Questo contiene un insegnamento.
Che tutti noi, come la protagonista, abbiamo dentro un demone, una phobia
appunto, che se non controllato può toglierci quanto c’è di più bello nel
vivere. Essa, però, va a braccetto con la coscienza. Quella voce senza nome
che, incurante della nostra codardia, ci spinge a scavarci dentro. Ad
affrontare a spada tratta ciò che ci paralizza. Nel romanzo, è impersonata
dall'“uomo con le cicatrici” che prende le identità altrui per nascondere la
propria. All'inizio assume le vesti del voyeur psicopatico , per poi rivelarsi,
alla fine, un poveretto a cui la vita ha tolto tutto, le cui azioni sono
dettate solo dallo scopo di ammonire gli altri a non sprecare l’esistenza nel
rincorrere frivolezze senza costrutto, ma ad aver cura e a godere di ciò che si
ha, perché la vita potrebbe togliertelo da un momento all' altro. Allora il
lettore, dopo averlo odiato, prova compassione per questo disgraziato. Quasi
ammirazione, verso le ultime pagine. Libro consigliato agli amanti del genere e,
soprattutto, a tutti quelli che sono stati presi a schiaffi dalla vita.
mercoledì 15 giugno 2016
Ciò che inferno non è: il mio paradiso
Ciò che inferno non è: il mio paradiso
Non trovando le parole giuste per descrivere quel che mi ha lasciato questo libro, ho dovuto ricorrere ad una frase di Stephen King. Ma del resto, ad una scrittrice esordiente può essere concessa qualche piccola copiatura. Il libro in questione è il terzo di Alessandro D’Avenia, un autore che ho a poco a poco imparato ad apprezzare. Il primo che ha scritto, "Bianca come il latte rossa come il sangue", era una bella storia, adatta ai teenager alle prese con le prime sfide della vita. Scorrevole, piacevole da leggere ma non mi ha lasciato granché. Il secondo, invece, "cose che nessuno sa", è entrato nell’elenco dei miei libri preferiti. Con lui è stato amore a prima vista, prima e dopo averlo letto, perché avevo l’impressione che quel libro parlasse di …. Me. Ma ora veniamo al dunque. Il libro che ora mi accingo a commentare è ambientato a Palermo, nell’estate del 1993 e, pur essendo un racconto di fantasia ,ha tra i protagonisti una persona realmente esistita, Don Pino Puglisi, il prete ucciso da Cosa Nostra, perché sapeva tenere la testa alta in un mondo che tiene gli occhi a terra. L’altro protagonista è Federico,ragazzo intelligente e sensibile che si offre di dare una mano a Don Pino al centro Padrenostro a Brancaccio, e così facendo scopre l’esistenza di un mondo nascosto, fatto di violenza, sottomissione ed omertà, che lui, figlio dei quartieri alti, neanche immaginava. L’esperienza a Brancaccio lo porta a guardarsi dentro, a fare i conti con i propri limiti ma, soprattutto, gli fa capire quanto poco conosca la città in cui vive. Discorso, questo , che può essere esteso all’Italia in generale, di cui la Sicilia è la più eloquente rappresentazione. In Federico ho trovato una specie di specchio, un alter ego. Stessa passione per i libri, in particolare per Dostoevskij, stesse inquietudini, stessi dubbi, stessa voglia di lottare e di cambiare il mondo, stessa sensazione di inadeguatezza. Inutile dire che ho amato da subito questo personaggio. Ma di questo romanzo ciò che più colpisce è la capacità di descrivere, quasi come una foto, Palermo e il suo cuore di tenebra : la mafia. Entrambe vengono descritte con una crudezza e un realismo impressionanti, ma senza ricadere nel tecnicismo che spesso caratterizza i resoconti sull’argomento. E’ come se il libro dicesse “attento lettore, la mafia è ovunque, anche vicino a te”. E in effetti è vero. Si chiama mafia l’insaziabile sete di denaro, la giustizia che premia gli empi e punisce gli onesti, le colate di cemento, frutto di appalti truccati, che deturpano e sfigurano quanto c’è di più bello in Italia. In una parola si chiama mafia quanto c’è di peggio nel nostro paese. L’autore, nel corso del romanzo, non smette mai di ribadire che ,oltre a questo cuore marcio, ce n’è un altro, di carne che , anche se pieno di graffi e nonostante l’abbiano pugnalato tante volte, continua a battere. Piano ma batte. Come nella mia città, L’Aquila, che sembra morta, con i palazzi crollati e le impalcature che ancora la sfigurano, ma è vivissima e piena di voglia di tornare a volare. Mentre lo leggevo, due sono state le sensazioni più profonde che ho provato. La prima, quella di andare là giù, a vedere la perla del mediterraneo, conoscerla, toccare con mano il suo bello e il suo brutto. La seconda è una specie di richiamo. Io studio legge, ma non so ancora se fare la criminologa o la p.m. Dal 93 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, e qualcosa è cambiato, ma c’è ancora molto da fare. Ebbene, ho avuto come l’impressione che la storia mi dicesse “sbrigati! Che qui c’è bisogno di te”. Forse pecco di superbia eppure … il tempo dirà se la mia impressione è giusta. Per concludere, dirò soltanto questo. Quando vi dicono “andate via che il paese è condannato e nessuno può farci niente”, non ci credete, perché finché ci saranno persone che credono nel futuro, che non smettono mai di sognare e non si sottomettono al male, il paese non è affatto condannato e chiunque può fare qualcosa perché questo germe venga definitivamente estirpato.
venerdì 10 giugno 2016
I EDIZIONE DEL PREMIO LETTERARIO “GUSTAVO PECE”
I EDIZIONE DEL PREMIO LETTERARIO
“GUSTAVO PECE”
La casa editrice La Ruota Edizioni indice la I edizione del premio letterario intitolato a
Gustavo Pece (1875-1968)
poeta e personalità di spicco di Forlì del Sannio (IS).
REGOLAMENTO
Art. 1: la casa editrice La Ruota Edizioni indice la I Edizione del Premio letterario “Gustavo Pece”.
Art. 2: il concorso è suddiviso in 4 sezioni:
A) Narrativa
Si concorre inviando 1 opera di prosa inedita, a tema libero e in lingua italiana (come un romanzo o una raccolta di racconti);
B) Poesia
Si concorre inviando 1 o 2 poesie inedite, a tema libero, in lingua italiana o in dialetto (con traduzione in italiano);
C) Racconti a tema “l’integrazione”
Si concorre inviando 1 solo racconto inedito, in lingua italiana, che rispetti i seguenti parametri:
1. il racconto deve rispettare la tematica proposta, ossia l’integrazione intesa come qualunque forma di accettazione del “diverso”, visto come un arricchimento e non come un qualcosa da temere e quindi rifiutare;
2. il racconto non deve superare le 6 facciate.
D) Haiku
Si concorre inviando da 3 a 5 haiku inediti, a tema libero e in lingua italiana.
Art. 3: il concorso è aperto ad autori provenienti da tutto il mondo, purché scrivano in lingua italiana.
Art. 4: ogni autore può partecipare anche a più sezioni pagando soltanto 1 quota di iscrizione pari a 10,00 €, l’importante è mandare tutto il materiale in una sola mail o in un solo plico.
La quota di iscrizione può essere inviata tramite
La quota di iscrizione può essere inviata tramite
A) bonifico bancario sul conto BancoPosta, intestato a Maristella Occhionero, Codice IBAN IT22E0760103200000006620356;
B) ricarica Postepay, intestata a Maristella Occhionero, numero carta 4023600622751552;
C) contanti, da inserire direttamente nel plico.
Indicare sempre come causale del versamento: QUOTA ISCRIZIONE PREMIO PECE 2016.
Art. 5: i concorrenti dovranno far pervenire gli elaborati entro e non oltre il 15 settembre 2016, scegliendo tra le modalità che seguono:
A) E-mail
Inviare una mail all’indirizzo redazione@laruotaedizioni.it con oggetto “Partecipazione al Premio Gustavo Pece 2016”, allegando
1. i file (word o pdf) contenenti gli elaborati, che non dovranno riportare alcun riferimento ai propri dati personali;
2. il modulo di partecipazione, compilato e firmato (che troverete nell'ultima pagina del pdf allegato a questa mail);
3. la copia della ricevuta di versamento della quota di iscrizione.
B) Posta
Inviare all’indirizzo:
Premio Gustavo Pece 2016
c/o La Ruota Edizioni di Maristella Occhionero
Piazza dei Vocazionisti, 4
00138 Roma (RM)
un plico contenente:
1. una busta chiusa con all’interno il modulo di partecipazione, compilato e firmato e la ricevuta di pagamento della quota di iscrizione (o i contanti)
2. gli elaborati, in duplice copia, che non dovranno riportare alcun riferimento ai propri dati personali.
Art. 6: le opere che arriveranno alla segreteria del Premio, dopo essere state registrate, saranno lette, in forma assolutamente anonima, dai componenti della Giuria, che designerà i primi tre classificati per ogni sezione.
Il giudizio della Giuria è insindacabile e la stessa non è tenuta a motivare la scelta dei vincitori.
La giuria potrà indicare ulteriori opere degne di nota che riceveranno una menzione in sede di premiazione.
Il giudizio della Giuria è insindacabile e la stessa non è tenuta a motivare la scelta dei vincitori.
La giuria potrà indicare ulteriori opere degne di nota che riceveranno una menzione in sede di premiazione.
Art. 7: i nomi dei membri della Giuria saranno comunicati solo al termine delle valutazioni dei testi;
Art. 8: i premi per i vincitori sono i seguenti:
1) Sezione A - Narrativa
1° classificato: attestato e pubblicazione gratuita dell’opera vincitrice da parte de La Ruota Edizioni;
2° e 3° classificato: attestato e proposta di pubblicazione dell’opera selezionata da parte de La Ruota Edizioni.
2) Sezione B - Poesia
1° classificato: attestato e pubblicazione gratuita di una silloge di poesie inedite da parte de La Ruota Edizioni;
2° e 3° classificato: attestato e proposta di pubblicazione di una silloge di poesie inedite da parte de La Ruota Edizioni.
3) Sezione C - Racconti a tema “l’integrazione”
1° classificato: attestato, pubblicazione gratuita da parte de La Ruota Edizioni del racconto vincente all’interno di un’antologia contenente i migliori racconti pervenuti e 3 copie della suddetta antologia;
2° classificato: attestato, pubblicazione gratuita da parte de La Ruota Edizioni del racconto selezionato all’interno di un’antologia contenente i migliori racconti pervenuti e 2 copie della suddetta antologia;
3° classificato: attestato, pubblicazione gratuita da parte de La Ruota Edizioni del racconto selezionato all’interno di un’antologia contenente i migliori racconti pervenuti e 1 copia della suddetta antologia.
4) Sezione D - Haiku
1° classificato: attestato e pubblicazione gratuita di una silloge di haiku inediti da parte de La Ruota Edizioni;
2° e 3° classificato: attestato e proposta di pubblicazione di una silloge di haiku ineditida parte de La Ruota Edizioni.
Art. 9: la cerimonia di premiazione, aperta al pubblico, si svolgerà nel mese di ottobre 2016 presso Forlì del Sannio (IS) alla presenza dei componenti della giuria e con lo staff de La Ruota Edizioni. Luogo e data precisi saranno comunicati in seguito.
I vincitori saranno avvisati via telefono e via mail.
I premi e gli attestati potranno essere ritirati dagli interessati (o da persona delegata) il giorno stesso della premiazione. In caso di mancato ritiro La Ruota Edizioni si occuperà di inviare via posta gli attestati. Ai partecipanti che decideranno di venire alla premiazione, la casa editrice fornirà anche una piccola guida via mail dei posti da visitare in Molise, in modo da far scoprire questa meravigliosa terra a chi non la conosce.
Brani tratti dalle opere che si classificheranno ai primi tre posti verranno letti in sede di premiazione dagli autori stessi oppure da attori e/o attrici invitati all’evento come lettori.
Art. 10: i dati personali saranno utilizzati ai fini del concorso e per la comunicazioni di futuri bandi. Ciò avverrà nel rispetto del D.lgs. n. 196 del 30 giugno 2003 (“Codice in materia di protezione dei dati personali”) e successive modifiche e/o integrazioni.
Art. 11: la partecipazione comporta la piena accettazione di tutti gli articoli contenuti nel presente bando.
Per ulteriori informazioni contattare La Ruota Edizioni, via mail all’indirizzo info@laruotaedizioni.it oppure tramite telefono al numero 371/1849169.
Il bando è disponibile on line sul sito della casa editrice: www.laruotaedizioni.it e sulla pagina facebook https://www.facebook.com/laruotaedizioni/?fref=ts
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