venerdì 24 gennaio 2020

Elogio del lavoro: recensione de LA CHIAVE A STELLA di Primo Levi

Elogio del lavoro: recensione de LA CHIAVE A STELLA di Primo Levi 

A cura di Selene Luise





Cruccio maggiore di ogni specie vivente, sin dai primordi, è procacciarsi il nutrimento necessario per vivere.  Ciò vale anche e soprattutto per il genere umano.  Prima con la caccia e la raccolta, poi con il baratto, finché non venne inventata una comune merce di scambio, chiamata denaro, per procurarsi la quale occorre lavorare.  Che il lettore non si offenda di questa premessa un po’marxista, ma necessaria per introdurre il libro oggetto di questa recensione, LA CHIAVE A STELLA, il cui protagonista è, appunto, il lavoro. 

Considerata dall’autore la sua “opera prima”, poiché scritta nel momento della sua vita in cui, lasciato il mestiere di chimico, si dedicò completamente alla scrittura, racconta di un dialogo tra l’autore e l’operaio specializzato Faussone, che gira il mondo montando gru e ponteggi con la sua inseparabile chiave a stella. Questa storia è stata da molti definita “un’odissea moderna”, e in un certo senso lo è, ma io la vedo in un altro modo. 

Dai racconti di Faussone, il cui stile si avvicina al complicatissimo flusso di coscienza, e di conseguenza richiedono al lettore uno sforzo in più poterli seguire,  talmente dettagliati nelle descrizioni da apparire talvolta noiosi per chi di cantieri ne sa poco o nulla, emerge una passione, un amore sconfinato per la professione da lui svolta che può lasciare di stucco il lettore odierno, specie se giovane. Un amore che, per bocca di Faussone stesso, viene esteso a mestieri di ogni genere, pratici ed intellettuali, creando un vero e proprio elogio del lavoro.  

Del lavoro inteso come l’atto di guadagnarsi da vivere svolgendo una professione che piace, innanzitutto, e che porta vantaggi a se stessi e alla comunità. Un messaggio importantissimo all’epoca e che adesso si è, purtroppo, dimenticato. Nel mondo di oggi, così frenetico, votato al culto dei beni materiali, del consumismo, traspare un messaggio completamente sbagliato, a mio parere. Il messaggio che la vita sia un continuo sperpero, un monotono passare da un aggeggio tecnologico e l’altro, dove viene premiata l’arte del “fregare l’altro” e, cosa ancora più grave, che la vera vita sia quella dei ricchi che passano le giornate a far niente mentre lavorare è considerato quasi un disonore, una schiavitù che non porta a nulla. Tant'è che in alcune zone del paese, i ragazzini, anziché pensare a costruirsi un futuro, si buttano nel nero mare della criminalità organizzata, attratti dalla prospettiva di  avere tutto e subito.  

Questo libro ci insegna che il lavoro è dignità,  realizzazione, è fare il bene per se stessi e per gli altri. Faussone lo spiega chiaramente raccontando la soddisfazione che prova quando vede una sua costruzione crescere e reggersi in piedi. A volte arriva persino ad affezionarcisi. Discorso, questo, che vale per lo scrittore, per il chimico, il medico, il giurista e tutti i mestieri del mondo. Un messaggio fortissimo detto da Primo Levi che, in lager, aveva sperimentato sulla sua pelle il lavoro-schiavitù, la fatica senza compenso che umilia e degrada chi la svolge.  

Qualcuno ha detto che un libro che tratta una tematica del genere non sarebbe di moda al giorno d’oggi. Ebbene io penso che ora più che mai si abbia bisogno di libri come questo, che insegnino l’importanza  di porsi uno scopo nella vita, a scegliere la professione seguendo le proprie inclinazioni, per quanto possa essere difficile dati i tempi che corrono, che ci ricordi che il lavoro è un diritto che porta dignità e autorealizzazione, non un disonore. Un libro attualissimo che può essere una  guida in  un mondo caotico e pazzo che fa delle persone delle res.




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