domenica 23 ottobre 2016

Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci. Una fiaba reale


Recensione di “Un uomo” di Oriana Fallaci.
Una fiaba reale




Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma ciò è vero solo in parte. Esistono, infatti, ferite talmente profonde che non si chiudono mai, nonostante lo scorrere del tempo. Che lasciano cicatrici mal suturate le quali da un momento all’altro possono riaprirsi e sanguinare. Tutto questo Oriana Fallaci lo sapeva bene e il libro che mi accingo a recensire, UN UOMO, nacque dal dolore per la perdita del suo compagno, Alekos Panagulis, ucciso in misterioso incidente. La perdita di qualcuno cui si vuole particolarmente bene è un trauma che segna a vita, che richiede tempo e pazienza per essere elaborato. Ciascuno la fa a modo suo e uno scrittore in quale altro modo può elaborare la perdita della persona amata se non raccontando la sua storia? Lei e Alekos si incontrarono nel 1973, dopo che lui era uscito dal carcere per una grazia mai chiesta né voluta, e si innamorarono di un amore cerebrale, battagliero, fatto di piccoli gesti di tenerezza e di scontri. Io, personalmente, odio le storie d’amore, tutte quelle insulse mielosaggini alla Jane Austen.  Non ho nemmeno fiducia in questo strano sentimento tanto decantato dai poeti che spinge ad un gesto così pericoloso come mettere la propria anima nelle mani di un altro. Ma grazie a UN UOMO e ad un altro libro ho capito che quell’idea di amore tutto rose e fiori di cui ci bombardano i media è sbagliata. Completamente sbagliata. Esso è tutt’altra cosa. È un legame profondo che presuppone, innanzitutto, la libertà di entrambi gli amanti.  La libertà di essere sé stessi, di fare le proprie scelte anche se ciò significa scontrarsi. Dopotutto i conflitti sono costruttivi. Nonché sincerità e accettazione. Ciò è ben visibile nel rapporto tra Alekos e Oriana, due Ulisse, due guerrieri perennemente in lotta. Soprattutto nel modo in cui Oriana ce lo descrive, questo eroe moderno dai mille volti. Durante tutto il racconto non lo vediamo mai filtrato attraverso “occhiali rosa”, anzi l’autrice, con la sua tipica schiettezza, non si esime dall’evidenziarne i difetti, fisici e caratteriali. Non si lascia andare alla tentazione del ricordare solo il bello di una persona che non c’è più. Sullo sfondo di tutto ciò, si colloca la storia, la “fiaba”, dell’eroe della resistenza greca.  L’eroe che finisce in carcere per aver tentato di uccidere il dittatore, che ivi subisce le peggiori torture, che rischia di finire al patibolo per poi essere graziato contro la sua volontà. Che anche fuori dal carcere, continua ad essere prigioniero della propria lotta, dei propri ideali, del “drago” che si è scelto. Prima il potere che tortura e uccide, poi il potere silenzioso , e perciò ancora più subdolo, che non  picchia, ma annienta l’anima in un lungo lento stillicidio e sotto le spoglie di una democrazia inesistente. Ma la gente questo non lo capisce. La gente che con tanta facilità è sedotta dal “potere che intruppa” e da esso si lascia lobotomizzare. Fino al punto che solo la morte dell’eroe riesce a destarla. E da ciò la domanda: perché è sempre necessaria la morte affinché un popolo si svegli e prenda coscienza di sé? Affinché spezzi le catene mentali dal quale si è lasciato legare? Arriverà mai il giorno in cui l’essere umano sarà così maturo da non aver più bisogno di eroi? Chi lo sa. Ma non per questo si deve smettere di lottare, di sognare un mondo migliore. Se si ha un ideale, lo si deve proteggere, lottare per esso, costi quel che costi. Ciò ci ha insegnato Alekos. Un eroe, sì,  ma non dimentichiamoci che gli eroi sono prodotti delle società repressive.          


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