lunedì 29 giugno 2020

Eliot e Ovidio. Tre note a "La terra desolata"


Eliot e Ovidio. Tre note a "La terra desolata"

di Valter Marcone





Questo blog nella rubrica “Visioni” ha ospitato una riflessione  su “La terra desolata”di Thomas Eliot.  In una nota a quel poemetto lo stesso Eliot  esprime il suo debito nei confronti di Ovidio . Voglio  così  parlare di questo rapporto tra Eliot e Ovidio  per completare  in parte  l’esame dei  temi contenuti  nella composizione  che è ricca di rimandi  ad opere letterarie, avvenimenti storici ,fatti politici, storia delle religioni; ricchezza  che è  da ascrivere alla estesa e  profonda  cultura  del suo autore . Molti commentatori di Ovidio hanno messo in evidenza l’influenza che il poeta Ovidio nato a Sulmona  il 43 a.C. e morto in esilio a Tomi l’odierna Costanza in Romania nel  17 d.C. ha avuto  nei secoli su  autori italiani come Dante ,Petrarca e Boccaccio , sui francesi a partire dai trovatori e dalla poesia didascalica dei  Roma de la Rose  e inglesi  tra cui Shakespeare , Donne Milton.
Il poemetto di EliotLa terra desolata fu pubblicato  su una rivista nel 1922 e venne poco dopo ristampato in volume.
Nella edizione in volume Eliot aggiunse  delle note molto illuminanti  circa i suoi rapporti, ovvero sull’influenza che Ovidio ,ha avuto  su alcune parti e personaggi del poemetto.  Le note sono tre  che  commentano i versi 99  e seguenti di “Una partita a scacchi ( seconda parte de La terra desolata ); nella nota al verso 248 di “Ciò che disse il tuono “ ( ultima parte de La Terra desolata ). E quella più importante ai versi  218 e seguenti  de “ Il sermone del fuoco “ che è la più lunga di tutte le scarne note  del poemetto  ed ha un forte valore antropologico .

La prima nota. Quella a commento  dei versi 99 e seguenti di “ Una partita a scacchi”rinvia  semplicemente a  Ovidio, Metamorfosi VI . Filemone e Bauci “
In realtà però il riferimento  è alla storia di Filomela e Tereo  al VII di Metamorfosi che è diversa da quella di  Filomela e Bauci  (1)

Procne (figlia del re di Atene Pandione) andò in sposa a Tereo, re di Tracia. Dopo non molto tempo, però, Tereo è invaso da passione per la sorella di sua moglie, Filomela; dopo averla stuprata con la forza, per timore che la giovane possa rivelare ogni cosa, le mozza la lingua e la rinchiude, annunciando a tutti che fosse morta. Ma Filomela tesse su di una tela tutto ciò che è accaduto e riesce a farla pervenire a Procne, così che sappia che è ancora viva, mutilata e costretta ad essere concubina di Tereo. Le due sorelle, riunitesi, escogitano una terribile vendetta. Ebbene, Procne aveva avuto da Tereo un figlio, Iti, amato dal padre più di ogn’altra cosa, al punto che per punire il marito, la donna non esitò a compiere quella che è l’azione più esecranda per una madre: fece a pezzi il bambino e lo imbandì a banchetto per Tereo. Solo alla fine del pasto il re chiese dove fosse il figlio ed ebbe per risposta «Colui che cerchi l’hai dentro» (stando alla versione del poeta latino Ovidio), dopodiché la sciagurata mostrò al marito ciò che restava di Iti, ossia il suo capo mozzato. Proprio quando Tereo stava per scagliarsi sulla moglie e la cognata per ucciderle, gli dèi, mossi a pietà, trasformarono le due sorelle in uccelli: raccontano Pausania e Apollodoro che Procne fu mutata in un usignolo (il cui canto sembra suonare Ἵτυ, Ἴτυ!, ossia in greco “Iti, Iti!”, lamentando in eterno la morte che ha procurato al bambino), Filomela in una rondine (uccello che non ha lingua); infine, anche Tereo subì l’ornitificazione in upupa (uccello dal becco smisurato come la punta di una lancia, il cui verso sembra risuonare come un ποῦ, ποῦ?, cioè in greco “dove, dove?”, mentre cerca disperatamente il figlio (2)

Above the antique mantel was displayed
As though a window gave upon the sylvan scene
The change of Philomel, by the barbarous king
So rudely forced; yet there the nightingale
Filled all the desert with inviolable voice
And still she cried, and still the world pursues,
'Jug Jug' to dirty ears. (
The Waste Land
, “A Game of Chess”, vv. 97-103)

Una  Filomela violata e al contempo un usignolo dalla voce “inviolabile”. La sua è una delle molte voci che attraversano la Waste Land; essa è limpida ma grida quella violenza che è così profondamente inscritta nella sua storia. Molteplici sono anche i significati racchiusi in questi versi: innanzitutto, richiamano tanto gli eventi essenziali del mito (la violenza, la metamorfosi), quanto il topos del canto melodioso
dell’usignolo, consueto già nella poesia dell’Antichità. Eliot segnala, però, anche lo
scarto tra l’una e l’altra figura, attraverso la punteggiatura e la sintassi (“yet”):
l’usignolo canta nonostante la violenza inflitta alla sua forma umana. Eliot, perciò, non fa della voce dell’usignolo un canto gioioso, simbolo di primavera, né lo equipara a un lamento poetico così come avviene prevalentemente nella tradizione rinascimentale. Il poeta americano, invece, attribuisce all’usignolo un grido di dolore e forse anche di accusa per il crimine subito, se assegniamo al “Jug Jug” non solo una valenza onomatopeica ma anche un’eco del “Iugulator” (uccisore, massacratore) dell’usignolo del Complaynt of Phylomene di George Gascoigne, che potrebbe aver fornito lo spunto per la Filomela eliotiana (3)

La seconda nota . Eliot sembra tenere bene a mente il tema ricorrente della violenza  sessuale in Ovidio  che viene narrata attraverso opposizioni  stupro/silenzio, seguite da vendetta gridata al mondo  e catartica sublimazione nei canti . Per questo nella seconda nota l’accenno a Ovidio è ancora più ridotto. Si tratta della nota a commento  del verso  428 di “ Ciò  che disse il tuono “ : In questo verso dopo aver ripreso il vocativo “O swallow swallow “  la rondine rinvia alla seconda e terza parte del poema .

La terza nota è quella dunque più importante  ed è dedicata ai versi 218  e seguenti  de “Il sermone del fuoco “. Ha anch’essa unn tema sessuale e si riferisce alla figura dell’indovino Tiresia . Molte sono le valenze che la mitologia annette a questo personaggio.  Eccone la storia in breve

Indovino tebano al quale vengono attribuite le più strane avventure.
Un giorno mentre era sul monte Citerone gli capitò di vedere due serpi avvinghiate e uccidendo la femmina fu nello stesso momento mutato in donna e divenne una prostituta rinomata.
Sette anni dopo nello stesso luogo, gli capitò di uccidere il maschio di serpe e divenne nuovamente uomo.
Dato che lui era stato sia uomo che donna, Era e Zeus lo chiamarono al loro cospetto perché volevano sapere nell'amplesso amoroso chi godesse di più; Tiresia sentenziò che fatte le parti del piacere amoroso pari a dieci, la donna ne riporta tre volte tre e l'uomo una sola.
A questa sentenza Era si arrabbiò e tolse la vista a Tiresia, allora Zeus per compensarlo gli diede il dono della profezia e la capacità di capire il linguaggio degli uccelli.
Anche dopo morto ottenne da Ade di conservare i suoi poteri e di potersene servire, infatti quando Ulisse scese nel Tartaro, l'ombra di Tiresia lo mise a conoscenza che Poseidone gli era ostile e che sarebbe riuscito ugualmente a giungere ad Itaca.
Predisse la fine di Penteo e lo ammonì di non opporsi al culto di Dioniso.
Un'altra versione del mito narra che Tiresia era un giovane pastore che ebbe la sfortuna di sorprendere la dea Atena nuda mentre si lavava a una sorgente, assieme alla sua stessa madre Cariclo.
Allora Atena gli sfiorò il viso con una mano e lo rese cieco perché aveva visto cose che non doveva vedere. Non proprio inutili furono le suppliche di Cariclo, poiché la dea in cambio della cecità concesse a Tiresia l’arte della profezia e gli donò un bastone di corniolo appoggiandosi al quale Tiresia poteva camminare come quelli che possedevano la vista. (4)

Una figura affascinante  e tanto per ricordare solo uno dei  moderni che ne hanno parlato ricordiamo che Andrea Camilleri in un suggestivo monologo  ,sceglie Tiresia e quel che di questo personaggio ci ha trasmesso la letteratura, la filosofia, la poesia, e lo elegge a pretesto - come già fece Borges con molti dei suoi temi prediletti - per investigare un pensiero da cui estrarre tracce, o prove, della sua vita precedente. Le infinite manipolazioni subite da questa straordinaria figura attraverso epoche e generi, costituiscono per Camilleri uno specchio in cui riflettersi, e attraverso cui rileggere il senso ultimo dell’invenzione letteraria.
L’indovino che compare nell’Odissea, il profeta reso cieco da Giunone (o da Atena?) punito perché rivelava i segreti degli dei, è il protagonista di una conversazione solitaria nel corso della quale il più grande scrittore italiano, meditando ad alta voce sulla cecità e sul tempo, sulla memoria e sulla profezia, parla di sé e del suo viaggio nella vita e nella Storia.

Ecco i versi di Ovidio su Tiresia  :
...Cum Iunone iocos et "Maior vestra profecto est / Quam, quae contingit maribus", dixisse, "voluptas"; / Illa negat; placuit quae sit sententia docti / Quaerere Tiresiae: Venus huic erat utraque nota. / Nam duo magnorum viridi coeuntia silva / Corpora serpentum baculi violaverat ictu. / Deque viro factus, mirabile, femina septem / Egerat autumnos; octavo rursus eosdem / Vidit et "est vestrae si tanta potentia plagae», / Dixit, «ut auctoris sortem in contraria mutet, / Nunc quoque vos feriam!"; percussis anguibus isdem, / Forma prior rediit genetivaque venit imago. / Arbiter hic igitur sumptus de lite iocosa / Dicta Iovis firmat; gravius Saturnia iusto / Nec pro materia fertur doluisse suique / Iudicis aeterna damnavit lumina nocte. / At pater omnipotens (neque enim licet inrita cuiquam / Facta dei fecisse deo) pro lumine adempto / Scire futura dedit poenamque levavit honore».
...Scherzando – Giove – con Giunone, "certo è più forte", disse, "il vostro / piacere sessuale di quello che ai maschi è dato di provare"; / lei dice di no; si stabilisce allora di domandare chi abbia ragione al dotto / Tiresia. A lui erano noti entrambi i tipi di piacere: / un tempo aveva infatti separato con un colpo di bastone / i corpi di due grandi serpenti che si accoppiavano nel folto della foresta / e da maschio che era – cosa stupefacente – s’era trasformato in femmina, tale rimanendo per sette anni; / all’ottavo, rimbattutosi negli stessi serpenti, «se avete potere», / aveva esclamato, «di mutare in senso opposto la sorte riservata a chi vi percuota / ecco, lo rifarò!» e, colpitili / era stato restituito alla sua prima forma e al suo sesso originario. / Nominato dunque arbitro della controversia scherzosa, diede ragione a Giove; cosa di cui Giunone, dicono, si adontò e dispiacque oltre misura, fino al punto di condannarlo a una perenne cecità. / Ma il padre onnipotente degli dèi (a cui pur non è dato, in ogni caso, di vanificare l’operato di un’altra divinità) per compensare Tiresia della vista sottratta /gli diede il dono di conoscere il futuro, alleviandogli con tale grazia il castigo)».

Perche Tiresia ,come scrive Giorgio  Mascitelli :”  è in realtà una figura arcaica, l’indovino al tempo stesso uomo e donna, cieco e condannato a vedere e capire l’orrore del mondo, che viene evocato fin dall’esergo del poema (“ devi tenerti in vita, Tiresia/ è il tuo discapito”), ma nella mia ipotesi di lettura il Tiresia di Mesa è più in stretto rapporto con quello di The Waste Land che con la tradizione greca: in Euripide, in fondo, Tiresia rappresenta la consapevolezza della persistenza delle forze ctonie del mito a fronte del delirio, solo apparentemente raziocinante, della ragione strumentale del potere. In Eliot, invece “benché semplice spettatore e ‘carattere’, è, tuttavia, il personaggio più importante del poema” perché la “sostanza del poema è, insomma, quel che vede Tiresia” ( nota d’autore al v.218 di T.S. Eliot La terra desolata, trad.it, Einaudi, 1983). In altre parole il Tiresia moderno di Eliot è il testimone che dà senso alla visione desolata ossia il poeta ormai deracinè dai processi produttivi capitalistici.”(5)

Scrive  Giovanni D’Alessandro in   Il gran salto nella modernità : “La figura di Tiresia viene a Eliot anch’essa dalle Metamorfosi ovidiane ed è lo stesso poeta a parlarne: «Tiresia, benché sia semplicemente uno spettatore e non un "protagonista", è il personaggio più importante del poema, poiché funge da raccordo per tutti gli altri. Esattamente come il Mercante con un Occhio Solo, Venditore d’Uva Passa, si fonde col Marinaio Fenicio, e quest’ultimo non è completamente distinto da Ferdinando, principe di Napoli» – Eliot parla qui delle altre figure simboliche de La terra desolata –, «così tutte le donne sono una sola donna e i due sessi s’incontrano in Tiresia. Ciò che Tiresia vede, infatti, è la sostanza del poema.”(…) Gli studiosi sanno anche che la figura dell’indovino era stata tra l’altro oggetto, nel carteggio tra T.S. Eliot ed Ezra Pound, di un vibratissimo intervento operato da quest’ultimo (sulla versione originaria de La terra desolata, il cosiddetto Facsimile), col quale s’imponeva a Eliot di cancellare ogni altra figura profetica che non fosse quella ovidiana, perché quest’ultima risaltasse in assoluto. Tiresia è dunque una figura totalizzante, nodale, carica di simboli e di anfibologie sessuali/spirituali in cui si cela, verosimilmente, la più profonda chiave di decriptazione del poema eliottiano.”
E continua D’Alessandro : “Ma perché Eliot scelse Tiresia per farne, secondo la sua stessa ammissione, la figura nodale de La terra desolata? Cosa lo sedusse in quel personaggio e perché? Quali tratti, descritti dal poeta delle Metamorfosi, deflagrarono in lui come veicolatori di un formidabile simbolismo? Fu Ovidio un prefreudiano? O lo considerò tale Eliot, interpretando i suoi personaggi (Filomela, Tereo, Tiresia soprattutto) in chiave psicanalitica, parallelamente all’operazione che Freud compiva, in quegli anni, sui miti greci?
Sono tutte domande che non ammettono una risposta univoca, ma una pluralità di risposte singole, ciascuna delle quali apportatrice di un contributo minimo, magari, ma attendibile.” (6)
Sicuramente queste domande hanno bisogno ancora di approfondimenti e studi de La terra desolata di Eliot.  Resta  in questo momento un punto fermo : la grande modernità di Eliot  e il valore propositivo del suo poemetto che invita al cambiamento  in quanto il futuro è già presente .




(1)   Vecchia e povera coppia, Filemone e Bauci, abitavano in un piccolo villaggio della Frigia. I due sposi ospitarono cortesemente Zeus ed Ermes che viaggiavano in incognito per quelle zone e sino a quel momento non avevano trovato altro che corruzione ed inospitalità. ...A mille case bussarono, in cerca di un luogo per riposare; mille case sprangarono la porta. Una sola infine li accolse: piccola, piccola, con un tetto di paglia e di canne palustri, ma lì, uniti sin dalla loro giovinezza, vivevano Bauci, una pia vecchietta, e Filemone, della stessa età, che in quella capanna erano invecchiati, alleviando la povertà con l'animo sereno di chi non si vergogna di sopportarla... I due vecchietti si adoprarono di preparare per i loro ospiti quanto possedevano privandosi anche della loro unica oca e del pochissimo vino che possedevano. E qui i due vecchi si accorgono che il boccale, a cui si è attinto tante volte, si riempie da solo, che il vino da solo ricresce; turbati dal prodigio, Bauci e il timido Filemone son presi dal terrore e con le mani alzate al cielo si mettono a pregare, chiedendo venia per la povertà del cibo e della mensa. C'era un'unica oca a guardia di quella minuscola cascina, e loro erano pronti ad immolarla per quegli ospiti divini. Dopo aver consumato, nella capanna dei due vecchi che si amavano teneramente, un pasto molto povero, i due visitatori si fecero riconoscere e condussero con loro i due vecchi su una montagna, dicendo loro di guardarsi intorno. Filemone e Bauci videro allora tutto il paese sommerso dal diluvio, che aveva risparmiato la loro capanna, mutata in un bel tempio. Gustata la meraviglia dei vecchi, Zeus chiese loro di formulare un desiderio che sarebbe stato appagato subito.
..."Chiediamo d'essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio;
e poiché in dolce armonia abbiamo trascorso i nostri anni,
vorremmo andarcene nello stesso istante, ch'io mai non veda
la tomba di mia moglie e mai lei debba seppellirmi".
Il desiderio fu esaudito: finché ebbero vita, custodirono il tempio. Ma un giorno mentre, sfiniti dallo scorrere degli anni, stavano davanti alla sacra gradinata, narrando la storia del luogo, Bauci vide Filemone coprirsi di fronde e il vecchio Filemone coprirsene Bauci. E ancora, quando la cima raggiunse il loro volto, fra loro, finché poterono, continuarono a parlare: "Addio, amore mio" , dissero insieme e insieme la corteccia come un velo suggellò la loro bocca. Ovidio Metamorfosi VIII. Bauci si mutò in un tiglio, e Filemone in una quercia.  (http://www.miti3000.it/mito/mito/greca_f.htm)
(2) Rondine e Usignolo: due donne nelle tenebre di un mito di Alba Subrizio  in https://www.ilmattinodifoggia.it/blog/21501/Da-dove-nascono-la-rondine-e.html
(3) UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PARMA Dottorato di ricerca in Filologia greca e latina Ciclo XXV IL MITO OVIDIANO DI FILOMELA: RISCRITTURE INGLESI DAL MEDIOEVO ALLA CONTEMPORANEITAUNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PARMA Coordinatore: Chiar.mo Prof. Giuseppe Gilberto Biondi Tutor: Chiar.ma Prof. Laura Bandiera Dottoranda: Samanta Trivellini http://dspace-unipr.cineca.it/bitstream/1889/2207/1/Il%20mito%20ovidiano%20di%20Filomela.pdf


(5) https://www.nazioneindiana.com/2015/11/27/il-posto-di-tiresia-leggendo-il-tiresia-di-giuliano-mesa/

(6) Giovanni D’Alessandro  Il gran salto della modernità  http://www.stpauls.it/letture00/0003let/0003le19.htm




domenica 7 giugno 2020

Il circolo letterario, Stéphane Mallarmé


Il circolo letterario, Stéphane Mallarmé
a cura di Eraldo Guadagnoli



Lo sguardo intriso di pensieri e riflessione, baffoni spioventi, capelli neri come i suoi occhi indagatori. Così un quadro di Manet ci presenta il poeta Stèphane Mallarmé, nel fiore degli anni. A differenza dell’altro ritratto di Renoir, riferito allo stesso poeta, dove però notiamo una certa canizie e che ci fa presumere che si riferisca a una età più avanzata del letterato.
Non tutti sanno forse che il poeta nasce col nome di Etienne, ma adotterà il nome con cui lo conosciamo tutti solo più avanti. L’infanzia e l’adolescenza sono segnati prima dalla perdita della madre, poi da quella della sorella; e dalla lettura de I Fiori del Male, di Beaudelaire, Mallarmè inizia a cogliere i primi segnali di quello che sarà il suo destino tra gli immortali.
In questo periodo, in cui lui stesso più avanti parlerà di primo passo verso l’abbrutimento, lui cercò una propria dimensione nonostante il carattere turbolento, in perfetta linea con gli altri ‘Poeti Maledetti’ francesi. Dopo aver conosciuto una donna di origine tedesca si sposta a Londra per insegnare e nel frattempo compone le prime poesie.
Ma è quasi in contemporanea con la nascita della figlia, che compone una delle più belle liriche a noi note, L’Azur: «Del sempiterno azzurro la serena ironia / Perséguita, indolente e bella come i fiori, / Il poeta impotente che maledice il suo genio / Attraverso un deserto sterile di Dolori.»
Dopo aver scritto la prima versione de Il pomeriggio di un fauno, Mallarmé entra in contatto con altri illustri personaggi del suo tempo: Verlaine, una fitta corrispondenza, Rimbaud, Hugo e Manet, di cui abbiamo accennato prima. La sua produzione va a corrente alternata, raggiungendo cime elevate e pause inattese, per lo più motivate da rifiuti di pubblicazione a cui non pensava di arrivare. Ma l’aver introdotto nella metrica alcuni elementi simbolici, più avanti venne considerato uno dei poeti più difficili tra interpretare e studiare: la rivoluzione del linguaggio poetico e l’ermetismo a cui a quel tempo non si era avvezzi provocò un plauso dagli addetti dal settore, ma la bocca storta da parte di chi non comprendeva la musicalità e l’impatto forte delle opere di Mallarmè, che a dire il vero sono molte di meno di quante ne avrebbe potute scrivere.
Negli ultimi anni si lasciò andare a sé stesso, causa anche la perdita di un figlio morto prematuramente. In punto di morte chiese alla moglie e alla figlia di bruciare le sue opere, tanto da scrivere nella sua ultima lettera che non esiste una eredità letteraria. Le due donne non lo ascoltarono e consegnarono alla eternità uno dei più brillanti poeti di sempre, a pieno titolo inserito nella cerchia dei poeti maledetti.
Lo ricordiamo con alcuni versi, che pare calzino a pennello per la sua condotta di vita:

Nulla, spuma, vergine verso
A non designar che la coppa;
Tal si tuffa lungi una frotta
Di sirene, il dorso riverso.
Noi navighiamo, o miei diversi
Amici, io già sulla poppa
Voi sulla prua ch'apre alla rotta
Flutto di folgori e d'inverni;
Un'ebbrezza bella m'ingiunge
Senza temer beccheggio lungo
Di levar alto questo salve
Solitudine, scoglio, stella
A non importa ciò che valse
La cura bianca della vela.

(Salut)



martedì 19 maggio 2020

Presentazione psicoanalitica del libro di poesie “Simimesis”di Valter Marcone, a cura di Maria Rita Ferri


SIMIMESIS  è una raccolta di poesie che racconta dieci anni di terremoto. A dieci anni dal terremoto del 2009 Valter Marcone ha raccontato in versi, nel volume SIMIMESIS edito dalla Daimon Edizioni di L’Aquila con la prefazione della dott.ssa Maria  Rita Ferri (psicoterapeuta psicoanalitico), una storia d’amore per una città.

Valter Marcone


Ora c’è il peso della terra

E tornare ancora lassù
dopo il terremoto
tra i giorni dissipati , teneri
e pieni d’ombra tra il rosa
delle albe e quell’acceso
giallo dei tramonti
è tornare come in un altro tempo .
Tornare lassù, come a chiedere 
arancio  di tramonti di sole,
e rosa delle albe ma anche  perdono
per non essere  più capaci
di vedere l’immagine dei baci,
il suono dei canti,
il rumore dei sogni.
Varcare poi  appena appena
la porta delle chiese
che non hanno più soglia
per pronunciare una preghiera
come quelle delle devozioni della sera
quando scacci dal sonno
case grigie e volti di uomini
perduti in un terremoto ,
voci e parole, insonnia, in somma  il tempo
d’una giornata ormai passata.
Tornare lassù come un mesto
pellegrinaggio attuale  senza vita
che la vita di qui è passata
ed è oggi  scomparsa.
In questa vecchia casa
non ci sono più vecchi
che cuciono il tempo
con i ricordi
e non ci sono bambini
che guardano dalle finestre  le rondini
e aspettano ricordi .
Ora c’è il peso della terra
che si è mossa,
della polvere , del cuore
che ha perso ogni carità
e non sa più dire nulla;
lassù , lassù sono  tornato
e ho  trovato le immagini
addormentate dell’amore
l’amore di chi
di qui passò e poi scomparve .





Silenzio nella notte

Silenzio nella notte
tra le case  le strade  le alte mura
e più che l’illusione
di un altro mondo  non dà.
Senti nascoste tra le ombre
e dentro  l’eco dei silenzi
assommati ai silenzi
quello che fu  un mondo
che fa appello al desiderio
di un’altra età  di un’altra
storia, d’un altro amore.
Mentre lontano  la valle
s’infittisce tra le piante
dalla finestra guardo il buio
e ascolto il silenzio.
Così cerco d’indovinare  il resto
della città e non so  cavarci
un senso di rimorso
io che non ho voglia di essere consolato
ma non ho neanche voglia
di mentire.
Perché io sono troppo tuo
compagno o mia città
e quindi non posso consolarti o mentirti.
Tu mi offri in cambio
la pace di questa notte
di buio e silenzio
e io non so dire
se è il caso di versare
o reprimere una lacrima .
Quello che è certo
e penso come in un brivido
quello che brucia questo desiderio
 è il desiderio  senza fine
di risposte,di risposte
ora  negate.













Nella contentezza degli scampati

Nella contentezza degli scampati
ognuno di noi sapeva
quello che avrebbe cantato quando ci sarebbe stato  solo
il rumore del mare  là proprio sull’ultimo orizzonte
ma anche dentro le piazze, le case
le stanze ,le strade della città abbattuta.
Avrebbe saputo 
che non era più tempo di potare la rosa,
accarezzare il gatto, bere birra ghiacciata l’estate.
Sono ricomparsi  poi nel giorno successivo
 il tramonto e i suoi colori,
la luna e i suoi vapori
ma ognuno di noi sapeva che avrebbe scoperto al loro posto.
Ma tutto era una contentezza da scampati .




Presentazione psicoanalitica del libro di poesie “Simimesis”di Valter Marcone


La poesia di Valter Marcone dà voce a qualcosa di intimamente lacerato, come se l’Io avesse sue parti di tessuto sottile che l’incuria della terra e del tempo abbia ferito.
Egli riannoda sottili fili di luna improvvisamente interrotti da un incontro di pietra. Questo il suo scopo nei versi.
E se è muto ogni muro, la sua poesia è incontro tra pietra e luna.
E la sua è poetica del passaggio, poetica della parete di seta che non si poggia, seguendo un respiro accennato.



La sua poesia è nel riunire delicatamente i lembi di una storia infranta.
Fermo sul luogo della perdita dove la memoria fa forza al reale, la sua poesia ha i colori di ciò che è vero e impedisce che il vuoto divori il reale.
Nei suoi versi la memoria, infatti, è sempre memoria di sostanza, di ciò che non muore. Il ricordo può forse sfumarsi e crudelmente svanire, ma la memoria ha cuore e quindi può forse attendere, sostando nella perdita, che torni il fuoco della Fenice e ci restituisca dall’ombra la vita.
La sensibilità del poeta nasce, fra l’altro, forse dall’esperienza di aver presto conosciuto la caducità della vita (che ne fa anche la sua forza).
Egli certo conosce la perdita e l’amore silenzioso, ma non si abbandona mai al sogno perché la realtà dei muri interrotti delinea confini alla sua rêverie, che si estende invece nei campi, nel grano, dove trova dimora per avvolgere i suoi sogni correnti.
Scrivendo d’amore per i suoi luoghi, egli vive in un ineffabile passaggio tra passato e sogno, nel mondo transizionale dove solo è possibile creare senza i limiti di un matematico esistere.
La sua poesia è lettura di senso delle ombre e luci sui muri del paesaggio, che nel suo sentire ha il nome amico della terra.
Nel suo scenario ogni oggetto è solitudine, il resto antico di un dialogo con la luna.

E solo Marcone sa dare ad essi il sapore dei tagli di  Lucio Fontana nelle “Attese”.
Gli oggetti sono corrosi non dal tempo, ma dalla terra che infranse il legame con i sogni, oggetti testimoni antichi che attendono che la luna li ricomponga.
Il suo essere resto, ne fa l’immagine dello slegamento, ma anche raffigurazione di qualcosa di universale, ha il sapore delle bottiglie di Giorgio Morandi, dove però è il tempo e non la terra ad aver cancellato l’umano discorso.

La piccola poltrona, presente sulla copertina, come le immagini delle bottiglie di G. Morandi, assurge a livello di icona  che trattiene il tempo. A mio avviso, raggiunge, in quanto ultima, la sua capacità raffigurativa di attesa, raccontando una aristocrazia della sosta e rimanendo, come noi, da quella notte, in attesa che “…un simbolo giunga a trovarci…”.
In Valter Marcone è presente, a volte, il sorriso amaro di chi non cerca consolazione e non ne trova se non nelle pause dove dimora il dolore.
Egli trova il coraggio di negarsi ogni illusione, nello scendere nel pianto muto di una città dove la siepe Leopardiana non si legò più al cielo. Una città che rinunciò, d’emblée, alla sua espansione, concentrandosi in un attimo di muro.
Una città cui il sisma ha sottratto il garbo, allontanandola da mani amiche che possano spolverarla amandola.
Sono le “case immobili” di Francoise Minkowska.

Valter Marcone è, dunque, il sognatore di aperture e del ricongiungimento. Egli, pertanto, ci mostra una città senza luna, senza promesse di paesaggio, avvolta in una solitaria neige vide, dove il legame è del tutto intimo.
Il poeta coglie ardentemente questo perdersi di senso nel paesaggio di una città che diviene popolata non più di oggetti ma di cose, quando l’oggetto perde il suo simbolo, la sua intenzione di essere-con, è un oggetto morto.

La voce del poeta è di chi non teme il dolore e cerca il vero, perché sa che da lì, e solo da lì, può tornare “l’antica madre che raccoglieva le nostre rappresentazioni disperse” ( M. R. Ferri, “Pensare il sisma”).
Attraversa la lunga notte di anni che, come un manto, ci avvolge ancora, e che da allora mantiene intatta la sospensione in attesa di un ritrovamento d’alba.
Riconosce il volto della città come il volto della madre amato e perduto.
Egli fa dell’arte del ridurre il suo canto: poesia dell’omissione di ciò che può oscurare l’essenza.
Il suo è il racconto dello slegamento oggettuale dall’intero, in un paesaggio infranto, che interrompe l’essere.
Egli ci restituisce ciò da cui nacque lo stupore notturno che non ha simboli, né trova rappresentabilità, ci restituisce il freddo di una caducità divenuta realtà d’emblée, oggetti divenuti cosa, senza legame tra loro, più. Usci senza vita e silenzio come cenno di fine.

Poesia dell’irraccontabile, ne rende incandescente la verità ultima: abbandono delle cose, circolarità della perdita, i padri estinti.
Il topos che ha perduto la memoria è paesaggio d’ombra in cui, perduta la ricerca, rimane l’attesa.
Graffiante la voce del poeta, segue i muri e le pietre di ogni casa, segna il suo essere per sempre lì.
Passi immobili e mai fermi seguono l’immobilità di un tempo-spazio e icona solo nei muri di A. Tàpies. Ogni verso, infatti, è incisione su un muro per testimoniare, per far vivere ancora ciò che svanisce tra le dita. Come A. Tàpies, anche Valter Marcone ha come valore profondo la coscienza d’essere, di cui il verso come il graffio, il segno, sono rappresentazione.
Questo culto dell’esser-ci è atto d’amore del poeta e del pittore, culto dell’orma lasciata dall’essere, ritrovata e liberata dalle mille forme del non-essere.
La poesia di Valter Marcone è metafisica della perdita.
Cancella d’emblée ogni consolazione, rigetta il mondo dei sogni: la sua
attesa è pura attesa e in quanto tale concentra il suo esser-ci.
Ha la dignità di chi vive anche nel tramonto delle cose.
I suoi versi sono orme di un mondo interrotto, ne conservano la fragranza, sono testimoni di un sentimento d’identità e di legame.
Come per A. Tàpies, anche in V.Marcone ogni segno è memoria, custode di un passaggio d’essere, ne conserva il respiro e lo pone in una trascendenza in cui non può morire.
I versi di Valter Marcone, infatti, graffiano i luoghi della mente, inscrivono in essi il nome amato.
Egli descrive come la città divenne un luogo senza topos e la mente perdette il suo scrigno.
Questo suo libro ha il sapore di un grande muro di A. Tàpies dove il gesto, o il verso, è già segno di un per sempre, o di un ricordo solitario.

I segni di A. Tàpies sono urla mute e orme di passi non conosciuti dell’essere, egli, come artista informale, elimina tutto ciò che eccede per far emergere il vero. E così Valter Marcone.
Se in A. Tàpies il muro è la mente che non dimentica, nel poeta il libro è il ricordo di chi ama ed estende l’attesa, mettendo insieme oggetti silenziosi e caduti, e ne coglie l’incanto ed il tempo nella fragilità che si oppone.
 Ma mentre per Bonito Oliva A. Tàpies è “il creador di un lungo sogno”, V.Marcone sceglie il vero al sueño e sosta davanti l’uscio dove il tempo sostò.
Il lungo ricordo del libro ricolloca, slegati dal sisma, oggetti amati un tempo ed oggi ancora, divenuti icona di una vita d’altri tempi.
Mentre l’arte di A. Tàpies è un sogno di senso, in cui graffi, segni, orme e aspetti materici sono legati in tale segno e sottratti al loro lento svanire,i versi diV. Marcone sono essi stessi uscio, scalinata, viottolo tra case, piazze di sole, possiamo dire che il suo verso si fonde con la materia, perché in essa è l’anima e il senso, sia pure nella sua forma ora scissa;  egli non è mai altrove.
Egli vive con la città. È egli stesso la voce della città resa muta dal lungo cedere della terra.
Le sue parole toccano come dita le emozioni incise sulle mura, in ogni pietra che, nel rimanere, non diviene mai rovina.  Egli descrive un nuovo paesaggio senza luce ma con il dolore di essere un resto, nello stupore di un ritmo cosmico che cessò.
Una città divenuta periferia, in cui il poeta offre simboli ad uno stato psichico fermo con il tempo. L’essere fermo è per V. Marcone una scelta di essere-con-l’oggetto amato, di credere in una pausa in cui soggetto ed oggetto si congiungano dolorosamente in una nuova certezza dell’essere.
Unire il proprio dolore a quello degli usci, di ogni pietra o angolo di muro o piccola piazza, è il poema di Valter Marcone, il suo scritto d’amore.
Nello scegliere con M. Heidegger di esser-ci, scegliere “il vero regno dell’essere”, ovvero l’esistenza autentica, rinunciando a risonanze della forma, è tremare con la terra.
Ed ogni elemento strutturale, nei suoi versi, infatti, è la concettualizzazione di una scelta di silenzio, di porsi in ascolto di una città che non tace un nuovo inizio.
La sua poesia, come la poetica di A. Tàpies, è una ritrarsi dal fenomenologico per immergersi nell’immanenza d’essere.
Nei suoi versi, infatti, Valter graffia l’apparire dell’oggetto fino a giungere alla sua realtà noumenica, il vero celato dall’apparire.
 E’ il nucleo vivo della città cui egli giunge e di cui si prende cura e pone al riparo nei suoi versi.
Allo slegamento del cosmo che il sisma compose, Valter Marcone risponde con un legame tenace al vero, al particolare, alla storia degli spazi e degli sguardi.
Il suo aderire, attraverso i suoi versi, al mondo oggettivo, è il proprio modo di avvolgerlo, di ripararlo e di ricostruirlo attraverso un atto d’amore, donando la propria soggettività all’oggetto ferito, accoglierlo e averne cura. 

Egli attinge al suo sentire come “acqua primigenia”per cancellare gli urti e rivelare la dignità mai perduta del suo oggetto amato: cullare
l’inconscio della città in un legame che Valter Marcone non scioglie, mai. Egli cinge, abbraccia con la sua soggettività estesa su ogni pietra, su ogni uscio, la città-oggetto-d’amore.

C’è un per-sempre nelle sue poesie che non è promessa, ma racconto di radici appassionate, è il suo esistere intimamente con lei: la sua- nostra città.
Per questo possiamo certo affermare che “Mantieni il bacio” è il giusto titolo della raccolta di versi di Valter Marcone.


Dott.ssa Maria Rita Ferri
Psicoterapeuta Psicoanalitico





mercoledì 6 maggio 2020

Il circolo letterario, John Keats


Il circolo letterario, John Keats 
a cura di Eraldo Guadagnoli


Il nome di John Keats è noto ai più per la breve vita che ha vissuto. Nacque nel 1795 a Londra e appena fu possibile, il padre lo mandò a studiare presso la scuola del reverendo Clarke, dove venne fuori il suo carattere ribelle. In questo contesto, oltre a leggere tanto, iniziò la sua fraterna amicizia col figlio del reverendo.
Poi, alcuni episodi modificarono la sua esistenza. Mel giro di sei anni, Keats perse il padre per un incidente e la madre per tubercolosi. E nel 1810 venne mandato a studiare e lavorare presso un farmacista. Ma vi rimase poco, per dissapori con il proprietario.
Nel 1815, si iscrisse come studente di medicina presso il Guy’s Hospital di Londra, e da qui inizia la sua carriera letteraria. Sempre rimanendo in contatto con il suo amico Cowden Clarke, iniziò ad avvicinarsi alle opere di Spenser, Tasso, Milton. Strinse amicizia con Leigh Hunt, grazie al quale iniziò a pubblicare le sue prime poesie in riviste.
Un anno dopo, Keats decise di abbandonare l’ospedale, assorbito completamente dall’amore per la poesia e per i versi. Tanto che nel 1817 pubblicò una raccolta di poesie. Da qui iniziò la frequentazione di pittori, artisti e altri autori, tra cui Percy B. Shelley. Aveva un carattere e una personalità così irresistibili, che gli fece avvicinare molte persone affascinate dalla caratura che aveva, nonostante la giovane età.
Dopo la morte del fratello, nel 1818 pubblicò Poems e poi il capolavoro Endymion, che rimane in assoluto la migliore opera del poeta. Nonostante alcuni sintomi di salute cagionevole, continuò a scrivere e trovò il tempo di avere una liaison con Fanny Brawnw, con cui però non convolò a nozze. Decise così di trasferirsi in un luogo più caldo, e nel 1820 si trasferì a Roma, dietro anche suggerimento dei medici, insieme all’amico Joseph Severn.
Il viaggio venne funestato da una tempesta, e all’arrivo al porto di Napoli, Keats venne messo in quarantena, per timore di una epidemia di colera che si diceva fosse scoppiata in Inghilterra. Infatti, ci volle del tempo prima che egli giungesse a Roma. Keats alloggiò al numero 26 di Piazza di Spagna, dove oggi c’è tuttora la casa museo intitolata a lui e Shelley, proprio a lato della scalinata di Trinità dei Monti. Nonostante le cure, Keats si spense di tubercolosi il 23 febbraio del 1821, a soli venticinque anni.
Nonostante la brevità della sua esistenza, e una non immensa produzione letteraria, di lui ci rimane una figura eccelsa del periodo romantico inglese. Oltre alle poesie sopracitate, Keats scrisse una quantità enorme di lettere ai suoi amici: e grazie a esse è stato possibile tracciare una personalità viva, indomita, passionale.
Era impeccabile nel saper utilizzare i suoni, le immagini concrete. Anche se lui stesso affermò di essere stato influenzato molto da Shakespeare, la sua freschezza espressiva ne fa un poeta di prim’ordine, che è salito nell’Olimpo della Letteratura e della Poesia per lo stile unico, che ha saputo evocare oggetti e cose, grazie alla sensorialità, alle immagini vivide.
Nonostante la critica letteraria del suo tempo gli fu poco favorevole, fu grazie a Percy Shelley prima e al grande Oscar Wilde, che oggi abbiamo il privilegio di leggere i versi immortali di uno dei più vivi poeti inglesi di sempre.


La Belle Dame Sans Merci



Perché soffri, o cavaliere in armi,
E pallido indugi e solo?
Sono avvizziti, qui i giunchi in riva al lago,
E nessun uccello cantando prende il volo.

Perché soffri, o cavaliere in armi,
E disfatto sembri e desolato?
Colmo è il granaio dello scoiattolo,
E il raccolto è già ammucchiato.

Scorgo un giglio sulla tua fronte,
Imperlata d'angoscia e dalla febbre inumidita;
E sulla tua guancia c'è come una rosa morente,
Anch'essa troppo in fretta sfiorita.

Per i prati vagando una donna
Ho incontrato, bella oltre ogni linguaggio,
Figlia d'una fata: i capelli aveva lunghi,
Il passo leggero, l'occhio selvaggio.

Una ghirlanda le preparai per la fronte,
Poi dei braccialetti, e profumato un cinto:
Lei mi guardò come se mi amasse,
E dolce emise un gemito indistinto.

Sul mio destriero al passo la posi,
E altro non vidi per quella giornata,
Ché lei dondolandosi cantava
Una dolce canzone incantata.

Mi trovò radici di dolce piacere,
E miele selvatico, e stille di manna;
Sicuramente nella sua lingua strana
Mi diceva, "Sii certo, il mio amore non t'inganna".

E mi portò alla sua grotta fatata,
Ove pianse tristemente sospirando;
Poi i selvaggi suoi occhi selvaggi le chiusi,
Entrambi doppiamente baciando.

Poi fu lei che cullandomi
M'addormentò - e, me sciagurato,
Sognai l'ultimo sogno
Sul fianco del colle ghiacciato.

Cerei re vidi, e principi e guerrieri,
Tutti eran pallidi di morte:
"La belle dame sans merci", mi dicevano,
"Ha ormai in pugno la tua sorte".

Vidi le loro labbra consunte nella sera
Aprirsi orribili in un grido disperato,
E freddo mi svegliai, ritrovandomi lì,
Sul fianco del colle ghiacciato.

Ed ecco dunque perché qui dimoro,
E pallido indugio e solo,
Anche se sono avvizziti i giunchi in riva al lago,
E nessun uccello canta, prendendo il volo.





mercoledì 29 aprile 2020

VISIONI, COPIA & INCOLLA: Contaminazioni, prestiti e restituzioni


COPIA & INCOLLA: Contaminazioni, prestiti e restituzioni

RIASSUNTO: Un modo semiserio di affrontare il problema dei prestiti e delle restituzioni nelle opere d’arte a cominciare da quelle narrative e quindi dell’influenza e dei debiti di alcuni autori nei confronti di altri autori partendo da un esperimento compiuto ormai già dieci anni fa e che sembrava diventare una moda. Rimase confinato nella nicchia degli esperimenti e vide pochi risultati. Parlo degli esperimenti di copia-incolla di alcune pubblicazioni di anni addietro. E’, dicevo, un incipit semiserio per un’analisi di problemi come appunto la differenza tra influenza, copiatura, plagio, citazione ecc Naturalmente il problema della influenza sulla ispirazione è cosa seria e va affrontata caso per caso come nel tentativo che riporto in nota. Concludo questa analisi con un esperimento di copia-incolla che mi sono divertito a fare. Prometto solennemente che il prossimo contributo a questo blog sarà serissimo. Ovvero sarà un corollario del post su La terra desolata di Thomas Eliot che racconterà proprio due aspetti del problema che tratto qui: i debiti che lo stesso Eliot dichiara, in una nota a La terra desolata, di avere con Ovidio e il rapporto epistolare con un giovane amore che ha influito sulla sua ispirazione.




L’uso dei social e i moderni mezzi di comunicazione di massa ci hanno abituato in questi anni alla contaminazione dei linguaggi, attraverso prestiti e restituzioni.

C’è stato un periodo in cui una specie di moda come il “copia-incolla” ha contagiato anche autori di narrativa che hanno sperimentalmente usato questa specie di gioco per rinverdire la loro ispirazione. Sono nate e sono state pubblicate alcune opere interessanti  che con l’alibi della sperimentazione hanno preso la scorciatoia  rispetto al serissimo canone  che da sempre viene usato in tutte le forme espressive  e che viene chiamato di volta in volta  corrente letteraria , scuola di pittura , ecc che  pur usando  un suo linguaggio specifico è spesso la trasformazione e l’innovazione rispetto a scuole, correnti precedenti .Molti autori  confessano e dichiarano apertamente i loro debiti nei confronti delle opere  dei loro predecessori .

Molti autori, anche classici, devono molto alle traduzioni di scrittori stranieri e a volte dipendono fondamentalmente da quelle traduzioni. Scrive per esempio Alfonso Berardinelli recensendo Il saggio innovativo di Michele Sisto sull’influenza dei libri Traiettorie. Studi sulla letteratura tradotta in Italia (Quodlibet, pp. 317: “Le svolte più radicali avvenute nella nostra letteratura nell’Ottocento e nel Novecento sono state provocate più dalle suggestioni e dall’esempio di scrittori stranieri, tradotti o meno, che dal passato letterario italiano. La cosa è anche troppo chiara se si pensa al romanzo. Senza l’influenza di Goethe e di Sterne, la narrativa di Foscolo non sarebbe nata e senza la lettura dei romanzi storici di Walter Scott non sarebbe venuto in mente a Manzoni di scrivere I Promessi Sposi. Il più grande narratore del secondo Ottocento, Giovanni Verga, nasce direttamente dal romanzo realista e naturalista francese e senza le influenze francesi, tedesche e russe sarebbero inconcepibili Svevo, Pirandello e D’Annunzio. La Francia, del resto, ha continuato a dominare e a orientare diverse letterature europee almeno fino al 1945: prima con Valéry, Apollinaire, Proust e Gide, poi con Sartre e Camus, infine, fino a ieri, con strutturalisti e post strutturalisti come Barthes, Foucault, Derrida.”

Harold Bloom scrive in Anatomia dell’influenza .La letteratura come stile di vita   Rizzoli  “Anatomia dell'influenza riflette su un ampio ventaglio di rapporti d'influenza. Shakespeare è il fondatore, e inizierò da lui, passando dall'influenza di Marlowe su Shakespeare a quella di Shakespeare sugli scrittori da John Milton a James Joyce. I poeti che scrissero in inglese dopo Milton tendevano a lottare contro di lui, ma ai tardoromantici toccò sempre fare una tregua anche con Shakespeare. In modi assai diversi, Wordsworth, Shelley e Keats dovettero stabilire, nella loro produzione poetica, un rapporto tra Shakespeare e Milton. Come vedremo, il meccanismo di difesa adottato da Milton contro Shakespeare è una rimozione altamente selettiva, mentre quello scelto da Joyce è un'appropriazione totale” (…) L'atto di privare il precursore del suo nome mentre si conquista il proprio coincide con la ricerca dei poeti poderosi o severi. La trasmutazione di Walter Whitman junior in Walt fu accompagnata dall'ambivalente venerazione del bardo americano per Emerson. (...) I miei studenti mi chiedono spesso perché i grandi scrittori non possano iniziare da zero, senza alcun passato alle spalle. Posso soltanto rispondere loro che non funziona così, perché, nella pratica, ispirazione significa influenza, come accade nel vocabolario di Shakespeare. Essere influenzati significa ricevere un insegnamento, e un giovane scrittore legge per cercare un ammaestramento, proprio come Milton leggeva Shakespeare, o come Crane leggeva Whitman, o Merrill leggeva Yeats. Dopo aver insegnato per più di mezzo secolo, ho capito di essere utile ai miei studenti soprattutto come provocazione, una consapevolezza che si è estesa alla mia attività di scrittore. Questo atteggiamento allontana alcuni lettori appartenenti al mondo dei media e dell'università, ma non sono loro il mio pubblico. Gertrude Stein osserva che si scrive per se stessi e per gli estranei. A mio avviso, ciò significa parlare sia con me stesso (che è quanto la grande poesia ci insegna a fare) sia con i lettori dissidenti di tutto il mondo che, nella solitudine, cercano istintivamente la qualità in letteratura, disdegnando i lemming che divorano J. K. Rowling e Stephen King mentre corrono giù per i dirupi, verso il suicidio intellettuale nell'oceano grigio di Internet.”

Faulkner non ha fatto mistero per l’influenza che Dostoevskij ha esercitato sulla sua opere come pure la Bibbia e Shakespeare. A influenzarlo sono stati soprattutto “I fratelli Karamazov”; confidando al poeta Hart Crane che nessuna opera dela letteratura americana eguaglia questo romanzo di Dostoevskij.
I l punto di incontro tra Faulkner e Dostoevskij è lo studio della psicologia di chi si trova a vivere una società in crisi. Una famiglia casuale descritta da Faulkner simboleggia gli stati d’animo e le condizioni dell’intera nazione (del Sud americano, per essere più precisi), così come i personaggi di Dostoevskij, sempre a un bivio di moralità, fede ed emozioni.

Insieme a Faulkener ci sono autori occidentali che hanno subito per così dire l’influenza di Dostoevskij: Friedrich Nietzsche, Jean-Paul Sartre,  Ernest Hemingway, Orhan Pamuk    (1)

Il “copia-incolla” quindi rende questa operazione immediata anche se a volte con una certa brutalità perché non fa altro che mutuare, gratuitamente, idee, stili, descrizioni assemblando pezzi di testo di uno o più autori per arrivare a qualcosa di nuovo e di diverso. E’ un semplice accostamento di frasi per “creare” un testo che abbia un senso logico e compiuto e quindi comprensibile dal lettore.

Ecco un esempio di qualche anno fa. Sulla copertina ci sono le parole di Jonathan Lethem,che non è l’autore. S’intitola Reality Hungher (2) e di quest’opera Geoff Dyer (3) scrive.”Ho  appena finito di leggere  Reality Hungher e mi ha illuminato, intossicato,estasiato sopraffatto. E’ un vetro attraverso cui guardare il mondo (come lo mostrano letteratura video e musica) e allo stesso tempo uno specchio attraverso il quale vederci riflessi, là in mezzo. Un libro oltraggioso ma anche un’opera che si compone leggendola”.

Apri il libro e trovi una lista numerata: l’arte è furto, sono contento di passare alla storia come l’uomo del copia incolla e 618 citazioni senza una virgoletta. Da Cicerone all’ultimo autore anche dal nome impronunciabile le citazioni si legano tra di loro e svolgono il filo logico e continuo di una storia. Alla fine una sequela di fonti: nomi e cognomi che è stato costretto ad aggiungere per non finire nei guai con l’invito per il lettore a prendere le forbici e tagliarle di netto.

Nabokov scriveva e non si stancava di ripeterlo: l’unica parola che può andare tra virgolette è la realtà. La massima originalità per lo scrittore è dunque rubare bene? Perché? Perché la grande letteratura è morta nell’Ottocento? Il passaggio dall’azione alla riflessione l’ha uccisa?

Del tramonto della realtà appunto è stato discusso nel Salone del Libro (anno 2010 ndr) ci si è domandato dove è finito lo scrittore.  Che cosa resta della società letteraria? Andrea Cortellessa critico letterario e Luca Archibugi regista nella loro inchiesta “Senza scrittori” prolungano il catalogo stilato da Alberto Arbasino nel suo “Paese senza” di tutte le cose di cui l’Italia è mancante.

“Racconta, come scrive  Francesco Erbani  lunedì 28 giugno 2010 su La Repubblica,   del predominio che la macchina editoriale,soprattutto quella dei grandi gruppi,  ha assunto nel mercato della letteratura , dove non ci sono più opere e scrittori , critici o riviste , ma solo libri , solo produzione industriale , solo una filiera perfettamente assestata, e nella quale,  però quella  che  un tempo si chiamava  la società letteraria  ha pensato bene di accomodarsi ,spintonando un po’ e anche dando  di gomito , ma trovando un cantuccio dove accomodarsi. “

In quel cantuccio   non ci si può permettere colpi di testa perché le grandi aziende editoriale non sono più guidate da singole persone come Valentino Bompiani, Livio Garzanti, Giulio Einaudi, Arnoldo Mondadori ed altri. Sono guidate da staff di funzionari che devono rispondere alla proprietà e ai manager su una cosa sola: il bilancio.  Più è potente l’editore più domina il mercato però solo all’interno delle regole di mercato. Guai ad uscirne con i colpi di testa che sono quelli che una piccola azienda può permettersi rischiando però e spesso di grosso. Rischiando anche nell’affermare la letterarietà del libro

Ma che cosa rende letterario un testo? Lo rende letterario quello che afferma l’americano Michael Cunningham, scrittore premiato con il Pulitzer: “Prendiamo quella che è probabilmente la frase più famosa della letteratura americana: - Call me Ishmael -  che è la frase di apertura del Moby Dick di Hermann Melville … Essa ha non solo autorità ma anche musicalità”
Ebbene queste tre parole che potrebbero equivalere a “Idiota leggi questo” hanno forza e sicurezza ma anche musicalità. In italiano “Chiamatemi Ismaele” è una frase: per continuare a tradurre Moby Dick dunque ne dovete tradurre ancora circa un milione di frasi: Ma l’autorità di questa prima frase dimostra l’autorità di quello che è uno scrittore Hermann Melville.
Certo ogni romanzo, se il romanziere è onesto e lo ammette, non è altro che una rozza approssimazione della storia che si voleva raccontare, probabilmente è il miglior libro scritto in quel momento, a scriverlo cinque anni dopo sarebbe completamente diverso.
Continua Cunningham  nella parte iniziale della sua Lectio Magistralis  “Il lettore, lo scrittore , il traduttore”  presentata  a Firenze  al premio Vallombrosa Gregor  Von Rizzori  tenutosi dal 16 al 18 giugno 2010 :”In ogni caso noi cerchiamo sempre cattedrali di fuoco , e parte dell’eccitazione nel leggere  un grande libro sta nella promessa  di un nuovo libro che non abbiamo ancora incontrato , un libro che possa toccarci ancora più profondamente , che possa farci innalzare ancora più in alto.  Una delle consolazioni nello scrivere libri sta nella convinzione apparentemente invincibile che il prossimo libro sarà migliore, sarà più grande e coraggioso, e più esaustivo e fedele alle vite che viviamo. Rimaniamo in uno stato di speranza continua, amiamo la bellezza e la verità che vengono a trovarci e facciamo del nostro meglio per mettere a tacere dubbi e delusioni. È questa la nostra particolarità. Questa la nostra gloria. Siamo alla ricerca di qualcosa, e non veniamo scoraggiati dal sospetto collettivo che la perfezione che cerchiamo nell’arte abbia la stessa possibilità del santo Graal di venire trovata. Questa è una delle ragioni per cui noi, e intendo noi esseri umani, siamo non solo creatori, traduttori e consumatori di letteratura, ma della letteratura siamo anche i soggetti.”

Dunque contaminazioni, prestiti e restituzioni ma anche citazioni ed esame del punto critico appunto tra citazione e plagio e tra ispirazione, influenza e debito, fino agli imitatori e ai falsari in letteratura ma anche nella storia dell’arte.  Per non tacere per esempio nella storiografia dove non può essere considerata come una semplice διαδοχή, ossia una successione lineare di autori, perché è molto difficile valutare il grado di consapevolezza di uno scrittore nei confronti dei suoi predecessori, siano essi storici o esponenti di altri generi letterari.

 “Smettila di abusare dei miei versi, o pubblicane alcuni dei tuoi diceva Marco Valerio Marziale. Ho letto un aneddoto, racconta che un giorno “si presentò a Michelangelo un pittore che voleva un suo giudizio su un proprio quadro, ritenendolo un capolavoro. In realtà l’opera era stata realizzata scopiazzando vari pittori. Michelangelo sorrise, e disse: "Dovreste guardare il vostro quadro nel giorno del Giudizio: allora, se ognuno vorrà riprendere le proprie membra, a voi non rimarrà che la tela “

Ho fatto un esperimento di un copia incolla così per gioco da alcuni testi di Eugenio Montale ma prima di trascrivere il risultato voglio parlarvi delle opere che ho usato e prometto nel prossimo post di questa rubrica vi proporrò un lavoro molto più serio. Ossia, partendo proprio da quella riflessione che anche qui accenno sulle contaminazioni attraverso i prestiti e le restituzioni, in maniera nobile, cercherò di raccontare il debito, che egli stesso riconosce in due note allegate all’edizione de La terra desolata di Thomas Eliot nei confronti di Ovidio.

Il mio personale esperimento di copia incolla.

Dov’era una volta il tennis, nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata su cui dominano i pini selvatici, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita. Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio. Verso levante la vista è ancora libera e le umide rocce del Corone maturano sempre l’uva forte per lo sciacchetrà. E’ curioso pensare che ognuno di noi ha un paese come questo e, sia pur diversissimo, che dovrà restare il suo paesaggio immutabile
Accade che le affinità d’anima non giungano
Ai gesti e alle parole ma rimangono
Effuse come un magnetismo. E’ raro
Ma accade

Può darsi che sia vera soltanto la lontananza verso l’oblio, era la foglia secca
Più del fresco germoglio.
Tanto ed altro può darsi o dirsi.

Comprendo la tua caparbia volontà di essere sempre assente
Perché solo così si manifestala tua magia.
Innumeri le astuzie che intendo.
Da tempo stiamo provando la rappresentazione
ma il guaio è che non siamo sempre gli stessi
.

Molti sono già i morti, altri cambiano sesso,
mutano barbe volti lingua o età.
Da anni prepariamo (da secoli) le parti,
“il signore è servito” e nulla di più.
da millenni attendiamo che qualcuno
ci saluti al proscenio con battimani
o anche con qualche fischio, non importa,
purché ci riconforti un nous sommes là.
Purtroppo non pensiamo in francese e così
restiamo sempre al qui e mai al là.
Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto.
Le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto
delle partecipazioni
matrimoniali o di lutto.
Le parole non chiedono meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini, che il fondo

dei cestini, ridottevi
in pallottole;
le parole non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo una lunga attesa
rinunziano alla speranza di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.
(Le parole, Satura II)
Da Eugenio Montale: Dov'era il tennis, Ex voto, Qui e là, Le Parole (4)

NOTA 1

Molti ritengono le “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij una specie di diario della follia e uno dei primi esempi di esistenzialismo. Quest’opera del romanziere russo ha avuto una grande influenza su Jean-Paul Sartre e Soren Kierkegard. Friedrich Nietzsche, ha definito “Memorie dal sottosuolo” un lavoro psicologico magistrale. Nietzsche aveva un grande interesse per la letteratura russa e leggeva Pushkin, Lermontov e Gogol. Dostoevskij è per il filosofo tedesco una delle scoperte più felici della sua vita. “Conosci Dostoesvkij? A parte Stendhal, nessuno è stato una così bella sorpresa per me e nessuno mi ha fatto tanto piacere. È uno psicologo con cui trovo un terreno comune. Sembra che avesse letto anche “Umiliati e offesi” con le lacrime agli occhi, e Delitto e castigo  .L’Idiota” (la sua teoria dell’Anticristo è un opposto del principe Myshkin) e “Memorie dalla casa dei morti” (non era soddisfatto del pessimismo russo).

Sartre, dice “L’esistenzialismo è un umanismo”. La frase sintetizza le opinioni anticlericali di Ivan Karamazov. Nell’interpretazione di Sartre ciò significa che se Dio non esistesse, allora gli umani sarebbero responsabili di tutto, senza alcuna possibilità di chiedere il perdono. Probabilmente è la stessa cosa scritta da “Dostoevskij: ‘Se Dio non esistesse, allora tutto sarebbe permesso’ che sembra essere per l’esistenzialismo un punto di partenza”.  Dostoevskij mise in primo piano questa ricerca di significato e cercò di risolvere il mistero della responsabilità, tra se stessi e Dio, nei personaggi di Raskolnikov in “Delitto e castigo”, di Stavrogin ne “I Demoni” e di Ivan Karamazov ne “I fratelli Karamazov”. Tuttavia, la fede è la risposta principale di Dostoevskij a tutte le domande, cosa che è in contrasto con l’esistenzialismo occidentale.

L’atteggiamento di Hemingway nei confronti di Dostoevskij si legge in “Festa mobile”. “In Dostoevskij c’erano cose da credere e cose da non credere, ma alcune così vere da cambiarti mentre le leggevi; fragilità e follia, cattiveria e santità e l’insania del gioco, ti balzavano agli occhi come il paesaggio e le strade in Turgenev, e il movimento delle truppe, il terreno e gli ufficiali e gli uomini combattimenti in Tolstoj”.


Pamuk ammette che Tolstoj sia un romanziere più magistrale, ma personalmente è stato molto più influenzato dal Dostoevskij politico. In una conferenza a San Pietroburgo, Pamuk ha affermato che quando ha letto per la prima volta “I fratelli Karamazov”, ha capito che la sua vita era completamente cambiata. Pamuk sentiva persino che Dostoevskij gli stesse parlando direttamente, rivelandogli qualcosa sulle persone e sulla vita che nessun altro conosce.Già a  ventanni, Pamuk  aveva letto  “I Demoni” rimanendone sconcertato perché  n iente di ciò che aveva letto prima gli aveva fatto una tale impressione. Era scioccato da quanto forte potesse essere la sua passione per il potere e allo stesso tempo era stupito dalla sua capacità di perdonare e dal bisogno di avere fede. La brama di tutte le cose sporche e sante nello stesso momento; questo è ciò che ha fatto riflettere Pamuk profondamente.

 Fonte  https://it.rbth.com/cultura/80465-cinque-scrittori-occidentali-influenzati-da-dostoevskij

NOTA 2

Reality Hunger: A Manifesto è un libro di saggistica dello scrittore americano David Shields , pubblicato da Knopf  il 23 febbraio 2010. Il libro è scritto in stile collage, mescolando le citazioni dell'autore con quelle di una varietà di altre fonti. Il manifesto del libro è diretto ad aumentare il coinvolgimento dell'arte con la realtà della vita contemporanea attraverso l'esplorazione di generi ibridi come la poesia in prosa e il collage letterario. In Vanity Fair, Elissa Schappell ha definito Reality Hunger "un richiamo alle armi per tutti gli artisti per rifiutare le leggi che regolano l'appropriazione, cancellare i confini tra finzione e saggistica e dare origine a una nuova forma moderna per un nuovo secolo".




NOTA 3

Geoff Dyer (Cheltenham, 5 giugno 1958) è uno scrittore britannico. Ha studiato al Corpus Christi College di Oxford. Il suo primo libro è un saggio su John Berger, Ways of Telling: The Work of John Berger (1986), mentre il suo primo romanzo è Il colore della memoria (1989), di carattere autobiografico, ambientato negli anni ottanta a Brixton, a sud di Londra. Ha raggiunto la notorietà con Natura morta con custodia di sax. Storie di jazz (But Beautiful) (1991), con il quale ha vinto il Somerset Maugham Award.
Scrive regolarmente per quotidiani e riviste britanniche, come The Guardian, The Independent, New Statesman ed Esquire. Alcuni dei suoi articoli dalle più diverse parti del mondo sono stati raccolti nel libro di storie di viaggio Yoga per gente che proprio non ne vuole sapere (Yoga For People Who Can't Be Bothered To Do It) (2003). Nel 2005 ha pubblicato una personalissima storia della fotografia, L'infinito istante. Saggio sulla fotografia (The Ongoing Moment) (2005).

Nota 4

EUGENIO MONTALE, DOV' ERA IL TENNIS...


(Poemetto in prosa di Eugenio Montale, Dov’era il tennis, nella raccolta La Bufera e altro. Il tema è identico a quello delle Immagini di Roma i: lo struggimento, la nostalgia nel ripensare al passato, all’infanzia, a incontri fatti, si concretizza (Montale parlava di correlativo oggettivo) in un paesaggio, magari minuscolo. Si capisce che li può esserci il senso di tutto, del proprio destino,)

Dov'era una volta il tennis, nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata su cui dominano i pini selvatici, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita.
  Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio. Verso levante la vista era (è ancora) libera e le umide rocce del Corone maturano sempre l'uva forte per lo 'sciacchetrà'. E' curioso pensare che ognuno di noi ha un un paese come questo, e sia pur diversissimo, che dovrà restare il suo paesaggio, immutabile; è curioso che l'ordine fisico sia così lento a filtrare in noi e poi così impossibile a scancellarsi. Ma quanto al resto? a conti fatti, chiedersi il come e perché della partita interrotta è come chiederselo della nubecola di valore che esce dal cargo arrembato, laggiù sulla linea della Palmaria. Fra poco s'accenderanno nel golfo le prime lampare.
  Intorno, a distesa d'occhio, l'iniquità degli oggetti persiste intangibile. La grotta incrostata di conchiglie dev'essere rimasta la stessa nel giardino delle piante grasse, sotto il tennis; ma il parente maniaco non verrà più a fotografare al lampo di magnesio il fiore unico, irripetibile, sorto su un cacto spinoso e destinato a una vita di poche istanti. Anche le ville dei sudamericani sembrano chiuse: Non sempre ci furono eredi pronti a dilapidare la lussuosa paccottiglia messa insieme a suon di pesos o di milreis. O forse la sarabanda dei nuovi giunti segna il passo in altro contrade: qui siamo perfettamente defilati, fuori tiro. Si direbbe che la vita non possa accedervi che a lampi e si pasca solo di quanto s' accumula inerte e va in cancrena in queste zone abbandonate.
 Del salòn en el àngulo oscuro - silenciosa y cubierta de polvo - veìase el arpa...'Eh sì, il museo sarebbe impressionante se si potesse scoperchiare l'ex paradiso del Liberty. Sul conchiglione-terrazzo sostenuto da un Nettuno gigante, ora scrostato, nessuno apparve più dopo la sconfitta elettorale del Leone del Callao; ma là, sull' esorbitante bovindo affrescato di peri meli e serpenti da paradiso terrestre, pensò invano la signora Paquita buonanima di produrre la sua serena vecchiaia confortata di truffatissimi agi e del sorriso della posterità. Vennero un giorno i mariti delle figlie, i generi brazileiri e gettata la maschera fecero man bassa di quel ben di Dio. Della duena e degli altri non si seppe più nulla. Uno dei discendenti rispuntò poi fuori in una delle ultime guerre e fece miracoli. Ma allora si era giunti sì e no ai tempi dell'inno tripolino. Questi oggetti, queste case, erano ancora nel circolo vitale, fin ch 'esso durò. Pochi sentirono dapprima che il freddo stava per giungere; e tra questi forse mio padre che anche nel più caldo giorno d' agosto, finita la cena all'aperto, piena di falene e d' altri insetti, dopo essersi buttato sulle spalle uno scialle di lana, ripetendo sempre in francese, chissà perchè, " il fait bien froid, bien froid", si ritirava subito in camera  per finir di fumarsi a letto il suo Cavour da sette centesimi.

EUGENIO MONTALE, Ex voto (Satura, Milano, Mondadori 1971)

Accade
che le affinità d'anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. È raro
ma accade.

Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l'oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio. Tanto e altro
può darsi o dirsi.

Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perché solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.

Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell'albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.

Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors'era così come mi pareva
o non era.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.



LE PAROLE da Satura, Satura II

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi e
disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.
Qui e Là da “Poesie” ed. Mondadori 2004

Da tempo stiamo provando la rappresentazione,
ma il guaio è che non siamo sempre gli stessi.
Molti sono già morti, altri cambiano sesso,
mutano barbe volti lingua o età.
Da anni prepariamo (da secoli) le parti,
la tirata di fondo o solamente
«il signore è servito» e nulla più.
Da millenni attendiamo che qualcuno
ci saluti dal proscenio con battimani
o anche con qualche fischio, non importa,
purché ci riconforti un «nous sommes là».
Purtroppo non pensiamo in francese e così
restiamo sempre al qui e mai al là.





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