"Penelope" di Paola Retta




Penelope.

Ci sono giorni in cui dubito della mia capacità di saper contare. Altri in cui ho poca

fiducia nella mia perizia fisiognomica e confondo un Proco con un altro, oppure

diversi che si assomigliano mi sembrano uno solo. Comprendetemi. Ne ho 108 che

mi girano per casa da anni. O almeno credo siano 108. Potrebbero essere di meno.

O di più. Ma comunque troppi. Eccessivi, sovrabbondanti, fuori misura anche, a mio

modesto parere, per le leggi che regolano i doveri dell’ospitalità qui da noi. Che, per

chi non lo sapesse, è sacra. Al punto che non posso, nella maniera più assoluta,

cacciarli fuori da qui, liberandomi della loro confusa, rumorosa e disordinata

presenza.

Il motivo è terribile e meraviglioso insieme: l’ospite va accudito, riverito, nutrito e,

quando LUI decide di andare via, salutato con un regalo perché sotto le sue spoglie

può celarsi una divinità.

Se devo essere sincera, in tutti questi anni, la gente che ha soggiornato in casa mia

mi è sempre parsa molto terrena, parecchio umana, fortemente antropica. Mai,

dico mai, che mi sia capitata una bella teofania, non dico di Zeus, ma, che so, di

Apollo, Poseidone, Ares, Ermes, Eros, Dioniso. Mi sarei accontentata anche del

brutto e sciancato Efesto, pur di giustificare l’estrema devozione greca per chi si

radica in casa d’altri senza accennare, neanche per sbaglio, alla data in cui andrà via.

Temo che sarò delusa ancora una volta, perché, a guardarli bene, neanche tra questi

108 ravvedo la remota parvenza di un dio qualsiasi.

Se vi state chiedendo il motivo per cui sono qui e non si muovono dalla mia modesta

ed un tempo tranquilla dimora, ebbene, mi pretendono. Sono miei pretendenti.

Se pensate che la cosa mi lusinghi, siete lontanissimi dal mio vero sentire, perché

non mi vogliono in sposa per le mie qualità intrinseche, personalissime e peculiari,

ma per quelle estrinseche, relative al fatto che io sono regina di Itaca, in quanto

coniuge di Ulisse, re dell’isola di cui sopra, attualmente disperso e del quale non si

hanno notizie da quasi vent’anni, per cui, più che moglie, vengo considerata vedova.

Per questo motivo, i Proci, oltre a mangiare, bere e sollazzarsi a mie spese e a

discapito delle ancelle, che si sono viste centuplicare il lavoro e per questo mi

lanciano sguardi trucidi, premono perché io prenda uno di loro come marito e di

conseguenza re di Itaca.

Ma a me, di questi 108, che pur sono una platea maschile piuttosto vasta, non ne

piace nessuno e la ragione è presto detta: sono dei cretini.

Creduloni ed ingenui. Oserei quasi dire sempliciotti. Per temporeggiare, ho detto

loro che avrei resa palese la mia scelta non appena terminato di tessere la tela a cui

sto lavorando che verrà utilizzata come lenzuolo funebre di mio suocero Laerte (il

quale, dal canto suo, sta facendo i debiti scongiuri).

Di giorno, in effetti, sono impegnata ad ordire, fingendomi alacre, fili di tessuto al

telaio, di notte a disfare il lavoro del dì precedente.

In pratica, da mesi, la tela è sempre allo stesso punto e di 108 uomini che la

osservano agognandone la fine, se ne fosse accorto uno!

Ora, siamo serie, come posso affidare il governo dell’isola a questa gente?

A volte li prendo anche in giro: quando qualcuno di loro tenta un approccio

ravvicinato, cercando di fare conversazione con me quando sono all’opera,

rispondo affaccendata: “Non adesso. Sono molto impegnata. Se mi distraggo a

parlare con te, non finirò mai!”

“Scusa, Penelope, hai ragione.” Mormorano allontanandosi mogi.

Quasi mi dispiace.

No, non è vero.

Non sono crudele. Sono solo stanca. Stanca di questa invasione, di questo

campeggio improvvisato, del disordine, di tutto il cibo cucinato e da cucinare, dei

giacigli da preparare, delle occhiate assassine delle mie ancelle, della prepotenza

con cui questi Proci si sono insediati in casa mia e, sì, anche degli stramaledetti

doveri di sacra ospitalità.

Non voglio sposare nessuno di loro. Si arrenderanno a questa idea?

Inoltre e fino a prova contraria, Ulisse è ancora vivo. Certo, non è qui e la cosa, dopo

tutto questo tempo, inizia ad essere piuttosto seccante, ma nessun messaggero è

ancora venuto a portarmi notizie funeste, né un corpo su cui piangere, sicché non

vedo il motivo di tanta fretta da parte dei 108 pretendenti.

Volete la verità?

Ultimamente quest’attesa non mi pesa in maniera particolare. Telemaco è grande,

ormai, ed io ho scoperto il piacere di pensare a me.

Dopo aver lavorato al telaio gran parte della giornata, passeggio al tramonto,

raggiungendo a piedi la costa dell’isola, respiro l’odore del mare, chiacchiero con i

pescatori che si preparano ad uscire con le barche, mi godo il panorama, faccio la

conoscenza degli abitanti di Itaca.

Ma soprattutto quel poco di sonno che riesco a raschiare dopo aver disfatto la tela,

me lo godo su un enorme letto tutto per me, che Ulisse ha intarsiato all’interno del

tronco di un ulivo secolare e costruendo, poi, la stanza in pietra intorno ad esso.

Ammetto che non è il massimo della comodità da pulire e che sarebbe una spada nel

cuore di un architetto feng shui, ma è opera di mio marito ed io non voglio

cambiarlo per varie ragioni. Non irrilevante è il fatto che, per sostituirlo, dovrei

abbattere le mura e sradicare l’ulivo.

Ulisse mi manca, certo, ma non disperatamente come credevo.

Forse è vero che ci si abitua a tutto. Tranne a 108 Proci che spuntano ovunque. A

questo no, proprio non ci si abitua. Neanche se tra loro ci fosse un dio.

Mi preoccupa Argo, però. Povero vecchio cane. È sempre più triste e malandato.

Ogni giorno resta per ore accucciato sulla soglia scrutando la strada fin dove può il

suo sguardo opaco da anziano.

Forse è più fedele ad Ulisse di me.

Sicuramente lo aspetta con più trepidazione.

Eppure io credo che questa sua costanza verrà premiata. Lo immagino che

scodinzola con emozione sempre maggiore, quando, finalmente, una figura familiare

apparirà sempre meno sfocata ai suoi occhi avvicinandosi man mano a questa casa.

Sarà felice, Argo.

Lo saranno meno i Proci.

Ed io?

Non lo so. Di questa attesa senza ansia ho fatto tesoro e ho sperimentato che posso

vivere bene anche senza di lui.

Tuttavia posso sempre rivedere la mia posizione in proposito, se mi riporta tanti bei

regali dal suo viaggio. Che diamine, è stato via vent’anni, avrà avuto tempo per

scegliere dei souvenir!









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