"Lettera" di Paola Retta

"Lettera"  di Paola Retta




Vorrei dirti mio caro, ma so che non sei mio.
O almeno non totalmente. O non ancora.
Forse sarai sorpreso di questa mia lettera. Non è da me chiedere spiegazioni, né pretendere alcunché, tuttavia ciascuno di noi ha un limite di pazienza, sopportazione e tolleranza delle situazioni. Il mio è molto elastico, infatti spesso ho spostato l’asticella un po’ più in là.
 L’unico motivo per cui l’ho fatto è che tengo a te. Tanto. Probabilmente troppo.  Per molti miei amici decisamente più del dovuto.
Se soltanto tu sapessi quante volte mi hanno detto che non ne valeva la pena, che avrei fatto meglio a rinunciare a te, che dirti basta avrebbe migliorato la mia salute fisica e mentale.
Ma io sono stata sorda a tutti i loro appelli.
Il nostro è un rapporto ormai decennale, con i suoi altri e bassi, i periodi di noia e quelli di entusiasmo, i momenti di immenso affetto, ma anche quelli, ammettiamolo con franchezza, di odio profondo e viscerale.
So di non essere una persona facile, con i miei sbalzi d’umore, le mie passioni improvvise che a volte si smorzano nel giro di poco, la mia distrazione, il mio disordine, la mia capacità innata di fare danni, i miei silenzi, che possono essere scambiati per freddezza o disinteresse, però per me sei davvero importante.
Prova ne sono tutti gli ostacoli che ho dovuto superare negli anni per arrivare a te, per raggiungerti, per averti, seppur non ancora completamente.
Ti ricordi il nostro primo incontro? Faceva piuttosto caldo, nonostante fossimo ad ottobre, ed eravamo circondati da gente. Da subito si è capito che sarebbe stato un rapporto importante e duraturo. Non ci crederai, ma ero veramente felice di averti trovato.
Finalmente un po’ di stabilità, qualche certezza in più.
Prendeva forma una quotidianità dolcissima e quasi indolente. C’eri e mi bastava.
In realtà non ho saputo, o inconsciamente, non ho voluto leggere tra le righe. La prima volta che sei scomparso, da un giorno all’altro, ho avvertito un piccolo vuoto al centro dello stomaco.
La tua assenza è durata qualche settimana, ma ha avuto l’effetto di destabilizzarmi completamente.
Sei tornato, poi, ben disposto. Più serio, più affidabile. Sembravi, sì, sembravi intenzionato a durare nel tempo. Determinato.
Ecco, determinato è il termine più calzante.
Ed io mi sono fidata. Sbagliando.
Hai un’idea, anche vaga, della frana che ha provocato dentro di me, quella volta che hai deciso di interrompere il nostro rapporto, nonostante il mio impegno e la mia devozione pressoché assoluta?
Mi pare di no, con ogni evidenza, altrimenti non saresti svanito per mesi, senza dare mai notizie di te, senza curarti dei miei bisogni, senza dirmi se questa separazione fosse transitoria o definitiva.
Ho passato giorni a chiedermi dove avessi sbagliato, a riflettere sulle mie azioni, a scandagliare ogni momento trascorso insieme per trovare tracce di atteggiamenti miei che avessero potuto provocare la tua sparizione, o piccole avvisaglie di essa. Nulla.
Ma sei ricomparso. Ancora più determinato.
Ed è stato come se non ti fossi mai allontanato. Come se quei mesi senza te non fossero mai esistiti.
Stiamo bene, quando siamo insieme.
Lo sai, lo senti, ne sei consapevole.
Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, nonostante le difficoltà i periodi di lontananza, le incomprensioni, i momenti di freddezza, le delusioni, le paure, la noia, lo sconforto, la rabbia, abbiamo imparato a conoscerci e ad apprezzarci.
È come se non potessimo fare a meno l’uno dell’altra.
Eppure ti ostini ad essere determinato.
A rimanere determinato.
Dopo dodici anni, ancora e sempre determinato.
Quando ti deciderai a diventare INdeterminato, maledetto lavoro precario?





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