"Euridice" di Paola Retta







Euridice

Morta. Defunta. Deceduta. Trapassata. Estinta. Scomparsa. Perita. Esanime. Spirata.

Passata a miglior vita. Io, sì. Giovane e fresca sposa. Oh, no, no, non siate tristi per

me. Sto molto meglio qui.

Basta non fare caso ai lamenti di qualche dannato, al buio eterno, al fatto di portare

sempre lo stesso abito, quello della sepoltura. Non è un problema da poco: tu sei

morto, ti vestono gli altri. Sei costretto a fidarti. Ho visto spettri piangere per questo.

Nonostante ciò, io sottoterra sto volentieri. Inavvicinabile, fuori dal mondo, pensata

dai parenti e dagli amici con affetto e nostalgia, ricordata con un sospiro, chiamata

con tenerezza “Euridice buonanima”.

Potete, dunque, immaginare la mia faccia, in quel luogo Eterno Riposo, dove mi

sentivo libera ed al sicuro dall’ingombrante, imponente, prepotente, straripante

presenza di mio marito, nell’istante in cui sentii una bussata familiare alle porte

dell’Ade!

Orfeo, in carne ed ossa! In carne ed ossa? Qui? Nell’Aldilà? Lui è ancora vivo! Dei

dell’Olimpo, perché?

Domanda retorica. Non si può dire di no all’impareggiabile, leggendario, mitico

Orfeo che con il suo canto riesce a muovere le montagne. Grandissimo figlio di

Musa.

Avanzava nel regno dei morti, con la lira al braccio, gonfio e tronfio, pronto ad

intonare mirabili versi, per convincere Ade a restituirmi la vita. Mi passò accanto e

mi sussurrò piano: “Stai tranquilla, tesoro, ti porto via con me”.

L’idea che io potessi non essere d’accordo, non lo aveva sfiorato nemmeno per un

attimo.

Non fraintendetemi, io lo amavo e per amore l’ho sposato. Ma vivere con lui si è

presto rivelato un incubo. Mi seguiva ovunque, letteralmente ovunque, per farmi

leggere quello che aveva scritto, chiedendomi in continuazione “E’ bello? Ma bello

quanto? Più del brano di ieri? Meno? E di questa metafora che ne pensi? Si capisce?

O una similitudine è più chiara?”

Capitava anche che, mentre rifacevo il letto, o preparavo il pranzo, o rassettavo la

cucina, o cucivo un abito, spazzavo a terra, mettevo in ordine le sue carte,

imbracciasse lo strumento e cantasse lui stesso i suoi versi per farmeli ascoltare in

anteprima. Ci fosse stata una volta, una sola, in cui avesse posato quella

stramaledetta lira e mi avesse dato una mano!

Io non ero più io, ma la sua estensione, la sua ispirazione.

Io non avevo più un momento mio. Nemmeno quando, spinta da un impellente

bisogno fisiologico, mi chiudevo nell’unico locale della casa in cui mi auguravo che

non avesse voglia di seguirmi ed invece, come spinto da un altrettanto impellente

bisogno lirico, si fermava fuori la porta a declamarmi la sua ultima creazione.

“Versi sublimi, vero, cara?

“Sì tesoro. Mai sentiti di cosi eccelsi”.

Non avevo tregua neanche nel bosco, dove tentavo di rifugiarmi, appena possibile,

in cerca delle mie amiche ninfe. Veniva a gorgheggiare anche lì.

Narra la leggenda che gli animali, sentendolo, si commuovevano. Vero, verissimo.

Suoni e versi meravigliosi, ascoltati quasi senza soluzione di continuità. Piangevano,

povere bestie. Non ne potevano più! Figuratevi io.

In effetti, preferivo e preferisco essere morta.

Eppure, neanche da salma, potevo stare tranquilla.

Orfeo era riuscito a raggiungermi persino qui. Ed intonava i suoi canti per convincere

Ade a farmi tornare sulla terra.

Sia chiaro: fosse accaduto il contrario, io non lo avrei fatto mai.

Avrei rispettato il lutto, mi sarei chiusa nel mio dolore di vedova, avrei sospirato e

lagrimato, ma poi mi sarei rassegnata. Come dice il proverbio? “Chi muore giace e

chi vive si dà pace”.

Ecco. Io mi sarei data pace.

Lui no. Cantò, declamò, modulò la voce accarezzando nel contempo le corde della

lira, sfiorandole rapido e leggiadro, partorendo melodie che fecero sciogliere in

lacrime gli spettri, immobilizzarono le pene dei dannati, tanto che finalmente Sisifo

si sedette su una pietra e a Tantalo venne servito da bere, ammorbidirono il

caratteraccio di Caronte, fecero uggiolare sconsolate le tre teste di Cerbero, ma

soprattutto convinsero il dio degli Inferi a soddisfare la sua richiesta.

“Scusate, potrei dire la mia?”

No, non potevo. Non mi ascoltavano, intenti a prendere accordi sulla faccenda che

mi riguardava.

Dopo breve confabulare, decisero che Orfeo doveva percorrere la strada verso il

mondo dei vivi, con me alle sue calcagna, ma che, per nessun motivo, doveva

voltarsi indietro a controllare se lo seguivo, fino all’uscita dell’Oltretomba: un solo

sguardo e mi avrebbe persa per sempre.

Fu, per me, una salita faticosa dalla morte alla vita, verso un passato che, ormai, non

mi apparteneva più, ma soprattutto verso le continue, costanti, estenuanti

performance del mio diletto sposo, che mi trattava come roba sua e che non mi

aveva neanche chiesto cosa volessi fare io! No, sarei ri-morta subito di noia o

crepacuore!

Camminammo l’una dietro l’altro, lentamente, in silenzio.

Sarò sincera: le pensai tutte e feci di tutto per farlo voltare. Provai a tirarlo per il

mantello, dimenticandomi di non avere un corpo e di non poterlo toccare, cercai

l’aiuto degli altri spettri, ma erano intenti ad adularlo per la sua esibizione, mi girai

implorante verso Ade, che mi disse “Non posso venir meno al patto!”.

Eravamo a pochi metri dall’uscita, già il buio si diradava per far posto alla luce del

sole, quando ebbi un’illuminazione: l’accordo non mi vietava di parlargli!

Mi uscì dalla gola una voce insicura, tremolante, ma la frase fu netta e precisa:

“Orfeo, la tua canzone è un vero capolavoro! Per favore, fammela sentire di

nuovo…”

Sul suo viso aleggiava un sorriso di falsa modestia, quando si voltò.

Si voltò e mi fisso negli occhi. Pensai che era bello, con i capelli un po’ più lunghi e la

barba appena accennata, poi feci in tempo soltanto a fargli un rapido cenno di

saluto con la mano, prima di essere inghiottita, per la seconda volta e per sempre,

dalla notte eterna dell’Aldilà.

Non guardatemi così, ve l’ho già detto: preferisco esser morta!




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