"L’incontro" di Paola Retta





Dedicato a F.B. e ai suoi 96 anni di allegria

Di solito sono le nonne a raccontare storie ai nipoti. E tu lo hai fatto, piccola e sorridente. Tra le varie, mi hai raccontato la storia più bella di tutte, quella di un luogo dove altre storie possono prendere vita, dove vorrei farne vivere qualcuna anche io. Con la mano nella tua, infatti, ho varcato per la prima volta, le porte di un teatro.
Ne hai raccontate tante, ma ti piaceva anche ascoltarne, soprattutto nell’ultimo periodo, quello in cui ti venivamo a trovare e tu, che non potevi uscire da quella stanza, avevi fame di notizie e di racconti quotidiani. Dovevo urlare, perché il tuo udito non era più quello di una volta.
Adesso che ti sei addormentata e vengo a trovarti, davanti quella foto di qualche anno fa, quella dov’eri bella, con la messa in piega, un filo di trucco, gli occhiali nuovo ed il collo di pelliccia, una storia te la voglio scrivere, così resta su questo foglio e con te.

Sorriso sapeva apparire e scomparire, lesto, fulmineo, scattante. Sapeva mostrare una sola parte di sé, o rivelarsi tutto; poteva essere contagioso, ironico, aperto. Riusciva a diventare, anche se non spesso, ma contava su un costante allenamento per migliorare, un’allegra e sonora risata.
Ma non aveva padrone. Non aveva un viso a cui appartenere. Per questo scompariva, a volta, perché non era bello essere solo una linea di labbra e denti nell’aria.
Aveva provato ad abitare volti.
Quello dell’uomo sottile e nervoso, con dita lunghe e arcuate; ne era scappato via quasi subito, poiché costretto, da quei muscoli crudeli di cui era schiavo, a diventare troppo spesso, un ghigno maligno.
Quello della donna lucida e tirata, con seni abbondanti e vita stretta; non si era trovato a suo agio, stanco di essere un sorriso vuoto ed inespressivo.
Quello del vecchio solo e voglioso, con sguardo fisso e mani rapide; non poteva restare lì, si sentiva viscido e sporco.
Quello della ragazza viziata e arrogante, con abiti bianchi ed anima nera; lo aveva lasciato dopo giorni di piegamenti in curve sarcastiche e cattive.
Insomma, un po’ deluso, Sorriso se ne stava lì, a mezz’aria, apparendo e sparendo a suo piacimento, in cerca del viso giusto.

Veronica aveva trent’anni ed anch’essa appariva e spariva. Ma non volontariamente. Semplicemente la gente la vedeva e poi si dimenticava di lei, sebbene lei fosse lì accanto. Non per cattiveria, o crudele indifferenza, o squallido egoismo.
Il fatto è che Veronica non era. Non era bella, ma neanche brutta, altrimenti le persone l’avrebbero osservata di più. Non era brillante, non era spiritosa, non era aggressiva, non era prepotente, non era grassa, non era magra, non ara alta, non era bassa, non era appariscente, non era un tipo.
Non alzava mai la voce, non reclamava i suoi diritti, fosse anche quello di precedenza nella fila alla cassa del supermercato, non frequentava molte persone, non usava abiti dai colori accesi, non esprimeva opinioni, non praticava sport, non amava essere al centro dell’attenzione, non manifestava emozioni in maniera plateale, non piangeva, non rideva, non piegava le labbra all’insù.
Insomma, la sua era una vita nell’ombra, costellata di persone che le andavano a sbattere contro senza chiedere scusa, che la superavano nelle file di qualsivoglia genere, che la ignoravano quando cercava di chiedere, sussurrando, un’informazione, un caffè al bar, un maglioncino grigio in un negozio, l’ora esatta, l’autobus giusto.
Veronica cercava contatti con gli altri, ma era uno sforzo ed una fatica. Con i cani vagabondi, invece, aveva più fortuna, perché loro ne avvertivano la presenza e ne accettavano scodinzolanti le carezze.
Fu proprio in una di queste occasioni, che Sorriso la vide: seduta su una panchina, il pratico caschetto scuro mosso dal vento, le gambe incrociate, un braccio intorno alla vita e la mano a stringere un leggero imperniabile nero, l’altra tesa a raggiungere la testa di un cucciolo fiducioso e spelacchiato che le si era affiancato.
E Veronica, che non era, divenne.
Sorriso scomparve, riapparve più vicino a lei per osservarla meglio e si accorse che quel volto così anonimo aveva bisogno di lui per essere visto e ricordato e lui aveva bisogno di quel viso “giusto” per essere finalmente a casa.
Erano destinati ad incontrarsi.
Sorriso si posizionò sulla faccia di Veronica ed iniziò a piegarsi verso l’alto e a far esercitare quei muscoli inerti.
Veronica sorrise, prima timidamente e poi, man mano, in maniera sempre più aperta e luminosa, fino al punto che, quando passeggiava per le strade con Sorriso, le persone la guardavano, la vedevano e rispondevano con un sorriso.
Fu allora che entrambi smisero di scomparire.
Li si vede camminare sempre insieme per le strade, con un trench rosso e, se piove, un enorme ombrello giallo a riparare la testa del taglio irregolare e sbarazzino.



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