"Partenza" di Paola Retta



Partenza:
È il mio nome. No, non sto scherzando.
Mi chiamo Partenza.
Cioè, quando mi presento, io devo dire: “Piacere, Partenza”.
Non si affronta.
Non la affronto.
Non me ne faccio una ragione.

L’idea è venuta a mio padre. Ovviamente. Quel genio incompreso. Lui è un “originale”, un “eccentrico”, un “fantasioso”, uno di quelli “pieni di idee, di inventiva, di progetti da portare a termine, che poi puntualmente interrompe perché ne ha un mente altri ancora più eccezionali”
Se volete il mio parere, per me è solo un pazzo incosciente.
Mi ha chiamato Partenza, perché noi siamo sempre in viaggio. Da un posto all’altro, così, senza una ragione precisa, se non quella dettata, sul momento, a mio padre dalle “voci che ha dentro”. Lui si sente chiamato e noi, scemi, tutti dietro!
Da chi si sente chiamato, non ho ancora ben capito. Sto indagando…
Ne verrò a capo.
Fatto sta che, da quando sono nata, abbiamo traslocato 16-volte-16!
Neanche gli acrobati del circo si sono spostati con questa frequenza, credo.
Tuttavia, non mi sembra questo un valido motivo per rendere ancora più sdrucciolevole e vischiosa una vita, la mia, che, come avrete immaginato, già facile non è, per natura e posizione.
Certo, anche mia madre poteva ben dire la sua al momento della scelta del nome.
E invece no.
Ha taciuto.
Dirò di più. Lei si entusiasma per ogni minimo fiato, sbadiglio, rutto, peto, verbo che proviene dal suo uomo.
Si sdilinquisce per ogni microscopica sciocchezza partorita dalla mente di papà, ed in seguito, esternata attraverso le sue labbra, dalle quali ella, donna innamoratissima, ai limiti della perdita della ragione (riflettendo… questi limiti li ha da tempo valicati…) e con gli occhi e le orecchie foderate di fette di prosciutto, di quelle belle spesse, tagliate a mano da nerboruti macellai, pende con le sue affusolate e delicate manine inanellate.
Per cui immagino con quali gridolini entusiasti e partecipi abbia accolto la solenne frase: “Se è una femmina, la chiameremo Partenza, in onore della nostra vita di emigranti del 2000!”
Sono affranta.
Se devo dirla tutta, sono anche parecchio incazzata con il parroco dell’unica chiesetta di quella mini-isoletta spoglia dove mi è toccato nascere.
Ma come?? Ma come?????
Aveva fatto un milione di obiezioni ai genitori che volevano chiamare i figli con nomi tipo Kevin ( no, no non si può! E’ un nome hollywoodiano e si sa che Hollywood è perdizione!), Deborah e Samantah con l’acca finale (no, no, non si può! Sono nomi equivoci! Possono dare l’idea di fanciulle dai facili costumi!), Natascia e Katiuscia (no no, non si può! Sono nomi filosovietici ed in Russia, come sapete, c’è il comunismo, nostro nemico!), Varenne (no, no, non si può! E’ il nome di un cavallo! Campione, sì, ma sempre un cavallo!)
Tutti motivi validissimi, per carità!
E poi?
Poi entrano in chiesa un uomo con i capelli arruffati e le pupille accese ed una donna con gli occhi a cuore che annuisce ad ogni affermazione del personaggio maschile appena descritto, recante tra le braccia un fagottino rosso e strepitane (che poi ero io, forse inconsciamente già consapevole del mio destino), gli dicono così, ex abrupto, che vogliono chiamare quella creaturina disperata (e ne aveva tutti i motivi), Partenza e lui, invece di restituirgli il senno a suon di colpi di Cero Pasquale (sono nata nella Settimana Santa), senza scomporsi minimamente, risponde: “Va bene.”
Io ho sempre cercato di farmi chiamare Enza, per dare una parvenza di normalità ad un nome che di normale non ha nulla.
Tentativi puntualmente vanificati sia da mia madre che, come diminutivo-vezzeggiativo, usava e (ORRORE!) usa tuttora, “Party”, sia da mio padre che, invece, mi chiama, con voce fiera e stentorea, con il mio nome per intero.
Aggiungo, con amarezza, che, di cognome, faccio ARRAZZO
PARTENZA ARRAZZO.
Non so se mi spiego.
Comunque, signor giudice, sto divagando.
E riguardo al motivo per cui sono qui, le assicuro che è stato un incidente.
Il fatto è che avevo in macchina la spesa con dei surgelati che si stavano sciogliendo e non è colpa mia se la casa numero 17, nella quale ci siamo appena trasferiti, si trova sulla sommità di una notevole salita.
Sì, è vero, potevo stare più attenta, ma per la fretta di mettere il cibo nel congelatore, ho dimenticato di tirare il freno a mano e casualmente, proprio in quel momento, stavano arrivando i miei genitori sul loro side-car (gliel'ho già detto che mio padre è un eccentrico? Ora capisce cosa intendo?)
Le giuro che è stata una tragica fatalità.
Lo può chiedere direttamente a loro, se vuole.
Sono nella stanza 127, all'ospedale civile, reparto ortopedia. Erano così carini ed affiatati, quando sono arrivati al Pronto Soccorso, che gli infermieri non hanno avuto cuore di separarli ed ora son lì, immobilizzati nei letti, che tubano e cinguettano, occhi negli occhi, con gambe e braccia ingessate ed in trazione.
Insomma, si riprenderanno completamente e, ma che gaudio, che gioia! Ma che fortuna!, potremo riprendere la nostra vita di sempre. Che bello!
.....................
.....................
.....................
Senta Signor Giudice, no, così, giusto per informazione...

Nel caso in cui lei non credesse alla mia innocenza, per dire, quanto tempo dovrei stare CHIUSA e FERMA dentro una cella, LONTANO DA LORO?






Pubblicato ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.

Commenti

Post popolari in questo blog

NUOVI OCCHI SUL MUGELLO, SESTA EDIZIONE

Il colore dell'inganno, un thriller… puskiniano

Con gli occhi del fanciullo di Antonio Fasulo, il potere curativo della scrittura

CHI TI di Guido Tracanna

VERSI DAL BOSCO INCANTATO a Goriano Valli